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(Gi)AntSteps

una rubrica jazz a cura di Stefano Solventi e Fabrizio Zampighi
Un disco anomalo piantato nel bel mezzo di una carriera impetuosa. Malgrado ciņ - o forse in ragione di ciņ - un disco emblematico riguardo la straordinaria vicenda jazz di Charles Mingus. Pugno che spreme il cuore. Bastone che esorta il cervello. Coltello che urla nel ventre: rivalsa.
cover: Oh Yeah (Atlantic, 6 novembre 1961)
  • Hog Callin' Blues
  • Devil Woman
  • Wham Bam Thank You Ma'am
  • Ecclusiastics
  • Oh Lord Don't Let Them Drop That Atomic Bomb On Me
  • Eat That Chicken
  • Passions Of A Man

 

Credit

  • Charles Mingus – piano and vocals
  • Rahsaan Roland Kirk – flute, siren, tenor sax, manzello, and strich
  • Booker Ervin – tenor sax
  • Jimmy Knepper – trombone
  • Doug Watkins – bass
  • Dannie Richmond – drums

Charles Mingus - Oh Yeah (Atlantic, 6 novembre 1961)

di Stefano Solventi

All’alba dei sixties, un Mingus non ancora quarantenne era senza alcun dubbio il bassista più importante  tra i più significativi compositori della scena jazz mondiale. Nella sua musica, reminiscenze e premonizioni si avvinghiavano senza posa, anarchie formali sciamavano tra farneticazioni blues, fantasmi dixieland cavalcavano bolidi be-bop, una brama febbrile sacrificava le strutture sull'altare dell'espressività più impetuosa. Uno stile assolutamente unico, scavato nel fondo profondo dell'epopea nera, senza alcun plausibile precedente perché impasto di mille predecessori. Riflesso di vita vissuta masticando discriminazione e razzismi incrociati. Mingus che per i bianchi era un nero e ai neri sembrava un “giallo” messicano, finendo quindi emarginato e vilipeso sia dai "padroni" bianchi che dai "fratelli" coloured. Non deve stupire quindi se nella rutilante autobiografia (Peggio di un bastardo, Baldini & Castoldi Dalai) il jazz compare pochissimo, è un qualcosa che avviene altrove, sullo sfondo, conseguente a tutto ciò che accade in primo piano.

Primo piano dove si consuma la tormentata, vorace, frenetica formazione del giovane Chazz (uno dei nomignoli di Mingus), la scoperta del proprio linguaggio (impetuoso, pantagruelico, a tratti violento), lo sfrenato erotismo come pratica d’incessante autoaffermazione esistenziale, sociale e sentimentale. L'amore che muove Mingus ad amare due, dieci, trenta donne alla volta è lo stesso che rende "adultera" la sua musica, una promiscuità umorale e (quindi) fertilissima, stordente e selvaggia. Uno "scandalo" insostenibile opposto alla civile levigatezza dei bianchi, pronta ad alimentare il motore del Sogno Americano con l’additivo dell’oppressione.
Mingus oppone a tutto questo il blues ed i suoi cascami, mette in scena – sembra ogni volta una rappresentazione, un teatro viscerale e grottesco, la musica di Mingus – una febbrile agnizione blues, gospel, swing e jungle, con la fatale veemenza di chi obbedisce ad una moltitudine ancestrale di griglie comportamentali. Oh Yeah è, da questo punto di vista, un disco emblematico, concepito e realizzato nella fase culminante della vicenda artistica mingusiana. Anche se – soprattutto perché – Chazz non vi suona il basso, delegandolo al validissimo Doug Watkins, ma al modo di un capitano di vascello (il più ebbro che si possa immaginare) siede al piano incalzando la ciurma con urla e ragli, gli impetuosi “oh yeah!” da cui l’appropriatissimo titolo.

Charles Mingus

Fin dall’iniziale Hog Callin’ Blues l’aria si fa torrida, con la sezione ritmica serratissima e un Roland Kirk mattatore col suo rovello di sax inebriante, stormo di demonietti primordiali sparati a sbranare la modernità. Lo iato tra bop, swing e addivenente free è già abbattuto con una spallata furibonda e ridanciana. Kirk – un tipetto capace di suonare tre sax contemporaneamente, sperimentatore infaticabile di nuove ed anomale sonorità - era un luogotenente ideale per Mingus, il simbolo vivo di un retaggio espressivo multicefalo, perennemente irrequieto. Il suo lavoro in Ecclusiastics è l’innesco e assieme la deflagrazione dello sgomento spirituale di provenienza gospel, così come in Oh Lord Don't Let Them Drop That Atomic Bomb on Me (dove suona il manzello, sorta di sax soprano modificato) sembra una miccia che non smette di consumarsi, producendo angosciosa tensione.
Il sentimento di rivalsa onnipresente - una virtù che significa anche sconfitta durevole - cede il passo alla nevrastenia liberatoria della monkiana Wham Bam Thank You Ma'am (espressione gergale coniata da Max Roach per esprimere eccitazione) e nella caricaturale Eat That Chicken, dove tutti – dall’agile trombone di Jimmy Knepper al fido drummer Dannie Richmond – swingano di brutto come una vecchia dixie-band sovraeccitata. Il blues archetipo di Devil Woman - che torna buono per rammentare la presenza del grande sax tenore Booker Ervin, artefice proprio qui di un solo obliquo e squillante – è forse il pezzo più significativo in scaletta, per quel suo accartocciarsi nel ventre della questione, masticando la bile di temi atavici ed immodificabili (il desiderio, il tormento, il tormento del desiderio) come solo un blues sa fare.

Parimenti importante è altresì il guazzabuglio dadaista della conclusiva Passions Of A Man, nevrastenia di ottoni, flauto, basso e batteria su cui Mingus declama strali e stralci della propria scellerata autobiografia, sovraincidendovi poi nonsense, baruffe, africanismi. Un delirio lucido, beffardo e tragicissimo, Zappiano ante litteram, avanguardista con l’aria di non farci troppo caso, forse solo la bizzarria di un autore dall’estro incontenibile, la baracconata che ti congeda con meno coordinate di prima, l’ultimo scossone all’albero delle certezze. Tra queste, la certezza di un jazz come forma musicale determinata, catalogabile. Mingus era infatti tra coloro che vedeva nel cosiddetto jazz l’espressione tipica e peculiare del popolo nero, un retaggio vasto e profondo e autorevole, capace perciò di accogliere e rielaborare le più diverse istanze, siano esse colte, moderniste o popular. I successivi lavori, e gli sviluppi futuri del jazz, gli avrebbero dato ragione.