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(Gi)AntSteps

una rubrica jazz a cura di Stefano Solventi e Fabrizio Zampighi
Un battere di tamburi che arriva dal profondo dell'Africa, un sax snodato e inarrestabile, una voce  che è rabbia e amore al tempo stesso: emancipazione musicale  e lotta politica nell'opera di Max Roach.
miles davis
  • Driva’ Man
  • Freedom Day
  • Triptych:Prayer/Protest/Peace
  • All Africa
  • Tears For Johannesburg

 

Credit

  • Max Roach – batteria
  • Booker Little – tromba
  • Julian Priester – trombone
  • Walter Benton, Coleman Hawkins - sax tenore
  • James Schenck – basso
  • Michael Olatunji – congas
  • Ray Mantilla, Tomas Duvall – percussioni
  • Abbey Lincoln - voce

Max Roach – We Insist! Freedom Now Suite (Candid, 1960)

di Fabrizio Zampighi

Nel 1960 l'America è una polveriera pronta ad esplodere sotto il peso delle discriminazioni razziali; il verbo  di leader che propugnano la parità dei diritti e l'emancipazione del popolo di colore – Martin Luther King su tutti - si fa sempre più forte; il diffondersi di movimenti studenteschi solidali che col tempo si trasformeranno nella fiumana sessantottina modifica le istanze culturali di una generazione. La lotta politica e la musica si fondono diventando una cosa sola, in una ricerca di dignità e di autoaffermazione che mette le ali alla comunità afroamericana facendole riscoprire la musica “nera” per eccellenza: il jazz.

Esce Free Jazz di Ornette Coleman, inno alla destrutturazione armonica ricco di spigoli strumentali, viene pubblicato Mingus Ah Um di Charles Mingus, ugualmente impietoso con i canoni della tradizione ma con qualche concessione  alla melodia, trova finalmente compimento We Insist! Fredoom Now Suite di Max Roach, il più esplicito manifesto controculturale del periodo. Materiale quello raccolto sul disco del virtuoso batterista, nato da una collaborazione con lo scrittore Oscar Peterson Jr e inizialmente destinato ad un opera musicale composta per festeggiare il centenario della fine della schiavitù. Brani che sull'onda della passione politica - passione che i poteri forti della discografia di allora faranno pagare a caro prezzo a Roach – finiscono invece per diventare una delle chiavi di volta del jazz dei Sessanta.

A dar vita a questo risorgimento dell'Africa in note vengono  chiamati il “vecchio” sassofono di Coleman Hawkins – la lotta per i diritti trascende gli steccati generazionali -, il percussionista Olatunji, e la voce di Abbey Lincoln, allora moglie dello stesso Roach, per un disco in cinque movimenti che è pace, preghiera, libertà ma anche ribellione. Tematiche sviluppate in primis dal trittico Prayer/Protest/Peace, in cui la Lincoln parla gospel e pensa in soul citando il cinguettio che sarà di Joan Baez, esplode in un urlo primordiale in media res, sfuma in dissolvenza sull'onda dell'ultimo scatto. O dall'inno All Africa, in cui una danza tribale quanto estenuante riporta in superficie l'origine e il retroterra culturale della comunità nera finendo per annegare nelle malinconie free ma tutto sommato posate il tema degli ottoni viene comunque costantemente accompagnato da un battere incessante di congas e tamburi - di Tears For Johannesburg. La tracklist si apre invece con Driva’ Man, impietoso spaccato blues per voce e cimbalo sulla sottomissione forzata dei neri nelle piantagioni e Freedom Day, meravigliosopunto d'equilibrio tra la tromba di Booker Little, il trombone di Julian Priester e il substrato ritmico perennemente in divenire di Roach: primi passi di un disco dall'anima black  necessario e “contro” fin dalla copertina.