Mimesi e metamorfosi, Natura e Cultura, Animale e Uomo, teriomorfismo e cosmomorfismo. A due anni di distanza dalla mostra A Trip to Lamin Paloo lo studio d’arte Cannaviello torna a presentare una personale di Karin Andersen.

Il teriomorfismo è la visione del mondo e delle sue cose sotto la forma animale.
All’interno di Imperfect Life, su una lunga parete, una di seguito all’altra, trovano posto ventisette fotografie ritraenti vari ambienti sui quali l’artista ha disegnato, in digitale, i suoi soggetti zoomorfi. Un’altra parete è occupata interamente da un foglio di carta bianco sul quale è distesa una semplicissima ragazzina con lunghe orecchie, intenta a tracciare una linea con un pennarello. Nel mezzo di un corridoio una light box mostra il candore di una sognante creatura femminile. E infine tre grandi tele dipinte sapientemente con colori acrilici.
Le due parole d’ordine sono mimesi e metamorfosi. La prima la incontriamo nella serie delle fotografie: gli ambienti da esse immortalati accolgono i soggetti teriomorfi con una naturalezza tale da riuscire a provocare nello spettatore un effetto di non-stupore. Questi quadri non creano nessuna sorpresa relativa alla visione di un essere umano-animale inserito in un ambiente umano-non animale: seduti al bar, a vedere un concerto, a fumare una sigaretta, a pattinare sul ghiaccio, questi esseri sono assolutamente “normali”. Questo accade sia perché i personaggi assumono pose e posizioni mimetiche, discrete, rispetto all’ambiente, riuscendo a non turbare la sua composizione originaria, ma ancor di più perché essi sono chiaramente disegnati in modo sbrigativo e fumettistico. Più che personaggi finiti e realistici sono le bozze di personaggi. La loro chiara appartenenza al mondo dell’immaginazione li rende ancor più reali e plausibili nell’ambiente reale delle foto: un disegno che sembra un disegno non turba.
Senza l’inganno del realismo Karin riesce a farci accettare come plausibili le sue immagini improbabili. Adesso l’alieno è tra noi e non ci siamo nemmeno accorti del suo ingresso nel nostro mondo antropocentrico. Succede come quando vediamo i disegni di un bambino e gli sorridiamo accondiscendenti e paterni. È solo un disegno.
Ci hanno insegnato che è Naturale tutto ciò che non è creato dall’uomo e che è Culturale, o Artificiale, o Tecnologico, tutto ciò che l’uomo crea. Così ci hanno aiutato a pensare che tutti i traguardi, le comodità, i passi avanti, che l’uomo ha fatto rispetto al periodo in cui viveva ancora nelle caverne, siano dovuti a se stesso e a nessun altro. L’uomo si è posto al centro dell’universo incoronandosi come l’unico essere capace di cambiare il proprio destino e il destino del mondo.

Tutto questo traballante ma duraturo edificio crolla al solo pensiero che l’uomo fa parte della natura e che quindi i suoi prodotti sono prodotti della natura e ogni suo movimento, ogni suo pensiero, è un prodotto della natura. Un’onda anomala è ben più capace dell’uomo di cambiare il mondo. Qualcuno ha detto che l’uomo è come una pietra lasciata cadere: conosce l’effetto, la caduta, ma non conosce la causa del suo cadere e per ciò crede di essere libera di cadere nel modo in cui cade. L’uomo ha creduto per tanto tempo che non ci sia stata una causa della sua esistenza.
La contrapposizione Natura-Cultura è divenuta per l’uomo la contrapposizione Animale-Uomo: per liberarsi dall’animale naturale primitivo, l’uomo deve reprimere le manifestazioni meno lineari, quelle che gli appaiono caotiche perché non riesce a comprenderle, lasciando in vita soltanto quelle più facili da comprendere e dimostrando a se stesso di avere ottenuto l’autocontrollo. In realtà ha solo indossato i paraocchi per poter andare dritto. Ma, pur con tutto questo sforzo, è forse l’uomo riuscito a non essere più un animale? Un animale razionale non è pur sempre un animale?
L’animale non è solo quello ancestrale che ci portiamo dentro, ma è anche quello che risiede in qualsiasi manifestazione umana. Proprio qui risiede la scelta di Karin Andersen di porre i suoi soggetti, questa volta iperrealistici, in ambienti fantascientifici, futuristici: ecco, qualsiasi cosa tu faccia, rimani sempre un animale, un uomo. Anche qui Karin si distacca dalla tradizione antropocentrica ponendo in risalto l’unico futuro possibile: l’annientamento dei contrasti e dei dualismi. Nessun contrasto Natura/Cultura, Animale/Uomo, Corpo/Anima, Intelligente/Stupido, Vita/Morte, Essere/Non-Essere. Il mondo è quel che è: la terra è un pianeta, un’automobile è una macchina, l’uomo è un animale. Ogni cosa per quel che è.
Il lavoro di Karin Andersen non è altro che un invito all’uomo di guardarsi allo specchio senza trucco. Forse non sarebbe poi così male: sulle prime potrà vedersi un po’ animalesco, ma poi ne trarrebbe il vantaggio di conoscere altre sue potenzialità e sfruttarle.

Imperfect Life sembra uno spettacolo per bambini di classe non superiore alla terza elementare. Per tutti quei bambini che ancora non riescono a mettersi in fila, che arrivano in classe gridando ed escono da scuola gridando più forte, che disegnano esseri che i grandi non riescono a vedere perché hanno già fatto la quinta elementare.
Nel secolare invito dell’arte all’espressione, all’abbandono degli schemi autoimposti, possiamo dire, una volta tanto con piacere, che Karin Andersen si è unita al coro.