L’entusiasmante spettacolo che ogni anno ci diletta con la sua “bellezza”. Il sereno godimento di opere d’arte immortalate dal proprio prezzo.

È una specie di esame che l’arte contemporanea cerca di superare ogni anno. Sono due manifestazioni considerate molto importanti per l’osservazione della situazione dell’arte nuova. Due fiere internazionali concomitanti: BolognaFlashArtShow, presso l’hotel Sofitel dal 27 al 30 Gennaio 2005, e Arte Fiera, dal 27 al 31 Gennaio 2005. Flash Art si svolge all’interno di un albergo. Secondo un uso già sperimentato, ogni stanza dell’ hotel, dal quinto al settimo piano, è affidata ad una galleria che espone i lavori di uno o più artisti. Il fatto che sia stato sperimentato dovrebbe indurre a riflettere. Le stanze di un albergo, infatti, sembrano essere troppo piccole, con troppi elementi di arredamento fastidiosi, troppo poco funzionali alla fruizione di un’opera d’arte. Entrare in una di quelle stanze decontestualizza così tanto l’opera, che le toglie ogni significato. Certo, è simpatica l’iniziativa di togliere l’arte dai musei, ma perché metterla in un luogo in cui non si può quasi vedere? Certamente il motivo più importante di tutto ciò è l’economicità dell’iniziativa per gli organizzatori.
Ad ogni modo, sarà a causa del suo contesto o a causa dei lavori esposti
in sé, Flash Art Show non sembra poter arricchire lo spettatore del
2005 con nuove dimensioni. La pittura, la scultura, il digitale, le installazioni,
le video installazioni, sembrano ripetere vecchi discorsi, come i telegiornali
odierni. Il fatto peggiore è che, quando il mare è calmo per
tanto tempo, non ci si stupisce più della sua calma: il fruitore del
2005 trova normale che l’arte sia così quieta. Entrare in ognuna
di quelle stanze costringe a porsi una domanda che segna già la sconfitta
dell’artista: cosa c’è da ammirare nelle opere che sto
osservando?
Arte Fiera è diversa. Quattro grandi padiglioni nei quali le centinaia di gallerie hanno potuto mostrare le opere degli artisti che le rappresentano. Tuttavia il panorama dell’arte attuale non cambia. La tendenza è la stessa. La quiete trionfa. A volte si scorge un quadro che suscita interesse per la tecnica usata dall’artista, ma lo stupore non va molto oltre. Tra le opere più apprezzate dagli ospiti di Arte Fiera troviamo i quadri di matrice iperrealista, ma eseguiti da nuove leve. È facile scorgere un uomo od una donna di fronte ad un quadro del genere e dire al proprio vicino: “Guarda, è incredibile! Sembra una foto, ma è un quadro ad olio!”. Questo vuol dire che l’iperrealismo funziona ancora ed è ancora commercializzabile. Ma non è la nuova tendenza quella che vogliamo vedere in queste manifestazioni?
Una considerazione a parte meritano le numerose video installazioni prive di vita e di qualsiasi attrazione per lo spettatore. Ad una affermazione del genere l’artista risponderà che la video installazione è una cosa diversa dal corto o da qualsiasi altro video e per questo non segue le stesse regole di quelli. Ma non si può fare a meno di notare che in ciascuno di questi video è presente uno sforzo che tende a comunicare un senso, un messaggio, una sensazione, allo spettatore; sforzo che viene inesorabilmente frustrato dal risultato. Sembra ovvio che se un’opera d’arte non riesce a comunicare ciò ce si prefigge non ha raggiunto il suo scopo. Sembra doveroso ribadire che l’arte è comunicazione e che la comunicazione ha le sue regole che, se vengono disattese, comportano la scomparsa dell’arte stessa. Se non riesco a seguire un video per la noia che comporta la sua visione non riuscirò a fruirlo; se voglio scrivere una lettera d’amore ad una donna perché si innamori di me, devo saper scrivere, non importa se bene o male, ma devo saper scrivere.
È meglio non infierire ancora sulla grande quantità di pittura figurativa e astratta insignificante presente in fiera. Tutti gli spettatori di Arte Fiera dialogavano tra loro dicendosi frasi del tipo: “Quest’anno c’è meno fotografia e più pittura”, “ Quest’anno l’esposizione è molto più grande dell’anno scorso”, nessuno o quasi diceva all’altro: “Anche quest’anno niente”.
Viene a soccorrerci però la grande quantità dei lavori esposti che aumenta la probabilità di scorgere qualcosa di interessante. La Renault Megane di Luca Pancrazzi della Galleria Continua di San Gimignano (SI) meticolosamente ricoperta di vetri rotti ha diviso il pubblico: ma l’importante è che sia stata oggetto di discussione. Gli scarabocchi che ricoprivano la grande tela di Federico Pietrella, esposta dalla Galleria Cannaviello di Milano, componevano sapientemente un paesaggio urbano e lasciavano apprezzare la semplicità di un lavoro forse non geniale ma piacevole. L’elenco dei “Mother fuckers” mondiali di Jota Castro della Galleria Massimo Minini di Brescia non poteva non essere notata da tutti i visitatori divertiti e colpiti da qualcosa che sembrava tanto diversa da ciò che comunemente viene detta arte come la quasi totalità dei lavori esposti in fiera. L’attenzione veniva colpita solo per metà a causa delle dimensioni ridotte del semplice lavoro di Chiara Dynys, della Galleria Monica de Cardenas di Milano, la quale esponeva parole opposte che si congiungevano in un unico supporto. Il messaggio contrastava la logica comune. Impossibile non notare il Batman in giacca e cravatta giacente per terra come un barbone di Adrian Tranquilli, rappresentante della Galleria Marella di Milano. Anche se non comprendiamo attraverso il linguaggio queste opere, esse tuttavia ci comunicano qualcosa di inesplicabile, comunicano al nostro essere più sincero e nascosto che abbiamo paura di conoscere. L’arte, dall’esterno, ci aiuta a capire chi siamo veramente, al di là dei bei dipinti che facciamo di noi.
Ma torniamo alla quiete trionfante di queste fiere. Passeggiando per i corridoi tra la gente che osserva intellettualizzata tanta “bella” produzione, ciascuno può accorgersi facilmente che il vecchio concetto di “bello” è ancora il parametro con cui si valutano le opere. Se così stanno le cose, è inevitabile che le gallerie non vogliano rischiare esponendo opere più progredite rispetto al rinascimento: se la richiesta è quella, quella deve essere l’offerta. Ma la colpa di tutto ciò non è né del collezionista, né del gallerista. Il vero problema non è un problema appartenente al mondo dell’arte. Una società standardizzata, stereotipata da comportamenti televisivi e giornalistici, non potrà mai sviluppare delle diversità, delle individualità, che le consentano di apprezzare ciò che è diverso. E allora la novità che l’opera può avere in sé non sarà apprezzata da chi non ha occhi per vedere la differenza. Se il senso è dato soltanto all’omologazione, il diverso non sarà diverso, ma privo di senso, invisibile. L’arte non è da colpevolizzare perché è una vittima del suo tempo. Tuttavia la speranza è che, come è stato in altre epoche, alcuni artisti riescano a catalizzare l’attenzione ed a far apprezzare qualcosa di “assolutamente diverso”. Perché ciò succeda, l’unica condizione è la capacità di tali artisti di comunicare il loro lavoro. La comunicazione di ogni cosa ha delle regole da rispettare, consapevolmente o inconsapevolmente. Se non c’è comunicazione non c’è cambiamento.