Ritratti alieni e alienati dallo sguardo vitreo ma mai disumano, volti dell’infanzia che guardano lo spettatore là, fuori, nel mondo con le lancette e l’orologio. Ritratto e intervista a Luigi Presicce.

Un senso d’angoscia celata, inghiottita da paesaggi dal manto biancastro e grigiastro, fagocitata da landscape perenni e compressa da imperturbabili sonni, emerge dalle pieghe dei quadri disordinatamente appesi alle mura. Solitudine ovattata, che ha investito gli spettatori presenti all’inaugurazione della mostra di Luigi Presicce, “Fucking Christmas”, il 18 novembre scorso presso la galleria Cannaviello a Milano. Abbandono che la mano del pittore ha ritratto con fermezza e docilità, un battito cardiaco attutito attraverso la tessitura di tele di ragno, trame lattiginose che intrappolano conigli, santini, crocefissi, fatine, gorilla e nazisti. I (non) protagonisti davanti alla coltre sono sagome fumettose investite di carinerie disarmanti, ritratti alieni e alienati dallo sguardo vitreo ma mai disumano, volti dell’infanzia che guardano lo spettatore là, fuori, nel mondo con le lancette e l’orologio. Il vapore esce a singhiozzo dai respiri timidi di costoro che a fatica nascondono la nostalgia, il nugolo di particelle si staglia poi sulle cortecce di alberi secolari, sulle palle di neve, sulle lapidi, le stradine di montagna … Bambini vestiti da coniglietti commettono omicidi, mentre clown colle palline sul naso godono di un autoritratto. Nel tutto che c’è qui è per sempre le cose accadono o sono già accadute e, presumibilmente, accadranno di nuovo; e in quest’assoluto ogni sentimento anche il più vivo s’acquieta stemperandosi nella notte artica e lasciandoci quell’ipocrita convinzione che il bene e il male siano ciò che crediamo e che il primo sia sempre dentro e il secondo sempre là fuori, come un lupo alla porta.
A testimoniare la tangibilità di queste fascinazioni, ci vengono utili i testi che accompagnano la “carriera” di Presicce e spiegano l’evoluzione “philophobica” dell’artista. Nell'intervista per il catalogo della mostra Philophobia, a proposito del suo primo video, l’artista dice al critico d’arte Gigiotto Del Vecchio: “A casa avevo un pitone di tre metri e mezzo e per me era diventata una cosa normale andare in un allevamento di conigli, comprarne uno e darlo da mangiare al serpente. Volevo rispettare la natura, il suo modo d’agire… Nel video mostravo questo, ciò che è normale fare per un pitone”. Da sempre Presicce ha un debole per la disillusione, e la fruizione di un suo lavoro diventa ancora più fastidiosa per l’uomo comune quando lo svelamento viene esteso dall’animale all’uomo. Dipinti su quadratini appesi disordinatamente uno vicino all’altro, compaiono, di tanto in tanto, piccoli tesserini - presumibilmente bambini - travestiti da simpatici coniglietti, vaganti in paesaggi asettici desolati e innevati che nascondono la mostruosità rivelatrice del fatto che “non tutti i mostri hanno la coda e sputano fuoco dalla bocca”.

E prendendo così in gran considerazione il concetto di Natura, è inevitabile per Presicce lo scontro, o l’incontro, con la Religione, anzi, non con essa, ma con il cristianesimo, il Buon cristianesimo. Sempre tra la desolazione innevata sbuca Gesù in primo piano e sembra fare “Bu!”. Così vieni rispedito nella tua infanzia, quando temevi che al buio della tua stanza comparissero fantasmi orrificanti a dirti che avevi fatto il cattivo. E poi c’è anche la Madonna concentrata nella sua preghiera, sembra triste, e in mezzo a quell’atmosfera presicciana diventa davvero angosciante. E poi, ancora un bambino coniglietto che ne uccide un altro a colpi di croce. La paura e la ribellione alla paura. Fottuto Natale. Presicce sente ancora l’esigenza di mostrare la verità, il volto nascosto della Natura. Ma Natura è anche il nascondimento stesso che non può non essere mostrato. Forse inconsapevolmente, anche il titolo della mostra porta con sé una maschera di bontà: come sarebbe stato più esplicito il titolo originale anziché la sua traduzione. Non fanno lo stesso effetto “Natale di merda” o “Natale vaffanculo” e “Fucking Christmas”: la verità è nascosta. Tutto ciò è messo in scena attraverso tante tessere che lo spettatore cerca invano di ricostruire in un film. Alla fine prevale l’angoscia di non saper dare una logica ai frames, anche il film è nascosto. Alla vista di una grande testa di renna semidistrutta che giace sul pavimento della mostra si ha l’impressione di “essere catapultati sulla scena di un delitto, trovarsi di fronte a un luogo dove qualcosa è successo prima del nostro arrivo”, come dice la curatrice Giulia Pezzoli.
“Quella chè è stata costruita da Luigi Presicce è una scenografia incomprensibile per chi non ha assistito ai fatti. È figlia della visione di un universo personale e non può trasmettersi nella sua completezza e complessità. Può solo decidere della trasmissione di sensazioni”. Cosa è successo alla renna? Cos’è successo al Natale? Chi l’ha rotta? Il Natale è troppo vecchio? Dio è morto? L’artista ha spaccato tutto perché odia la falsità del buon Natale? Cosa significa tutto ciò? Per fortuna non c’è un significato, ma rimangono tutti questi sensi, tutte queste sensazioni infinite.
Ricordando i suoi inizi Presicce ha detto a Gigiotto Del Vecchio: “non mi interessava il consenso, volevo dare fastidio”. Per fortuna non è cambiato.

Ho conosciuto Luigi Presicce tramite un amico in comune, qualche anno fa
a Bologna.
Mi ricordo dei suoi lavori in alcune mostre nell’ambito dei circuiti
alternativi dell’arte bolognese, nel quale mi muovevo anch’io.
Successivamente Luigi è approdato a Milano, dove ha subito suscitato
l’interesse di Enzo Cannaviello, gallerista di pittura contemporanea.
Da allora il suo lavoro si è evoluto costantemente, integrando un talento
già evidente fin dall’inizio con un discorso poetico e concettuale
ben preciso, collocandosi così nel vivo del dibattito artistico contemporaneo,
in stretta connessione con ambiti confinanti quali cinema e musica.
Per SA ho voluto intervistare Luigi in maniera trasversale, lasciando da
parte la consueta dialettica autoreferenziale della critica d’arte contemporanea
a favore di un dialogo rivolto al quotidiano e all’ambiente culturale
di oggi che, in maniera aperta o subliminale, condiziona il lavoro di tutti
noi artisti
- Quant’è importante per un pittore la fruizione musicale?
Per un pittore,decisamente non lo so, per un essere umano molto…
- Nei termini che più preferisci …l’orecchio come si lega all’occhio?
A te piacciono i film muti? A me no.
- Una tua mostra si intitolava Philophobia: si chiama così anche
un album degli Arab Strap del 1997. Immagino che non sia una coincidenza…
No, il titolo non è una coincidenza; probabilmente lo è la difficoltà a relazionarsi
che abbiamo in comune. credo che se le mie immagini avessero un suono sarebbe
malinconico come quello degli Arab Strap.
- Secondo te, qual è la differenza fra la figura dell’artista e
quella del rock idol?
L’artista ha sicuramente meno fans e un disco costa molto meno di un quadro (se
lo possono permettere tutti).
- Gente come David Bowie e Patti Smith dipinge e fa mostre, Devendra
Banhart fa uscire un libretto di disegni insieme al suo CD, Daniel Johnston
cura
da sempre l’artwork dei suoi dischi, e inoltre sono note le divagazioni pittoriche di Franco
Battiato, Andy Blu Vertigo, Jovanotti…. va precisato che le loro esperienze sono
assolutamente diverse fra loro e probabilmente non è nemmeno il caso di affiancarle.
Tuttavia, cosa pensi di questi personaggi, già molto affermati nel loro
settore, che si cimentano con qualcosa di trasversale? Hai mai pensato
di fare musica?
Credo che fare bene il proprio lavoro sia già abbastanza impegnativo, ma penso
anche che la parola artista sia un termine molto generico…mi piacciono molto
gli acquerelli di Marylin Manson, tanti altri però dovrebbero avere la decenza
di tenere per sé i risultati dei loro hobbies… A volte mi sembra di essere alla “Corrida
di Corrado”. Io in particolare, mi limito ad ascoltare…un certo tipo di musica,
naturalmente, e credo che sia già abbastanza avere un proprio gusto musicale.
- Ti va di descrivere una tua giornata-tipo?
Di solito è la fame che mi sveglia…quando riesco a dormire. Quindi, spinto da
questo istinto primordiale, mi dirigo a consumare una super colazione (fosse
per me farei sempre colazione), poi se a casa non c’è nessuno tra le palle mi
collego un po’ a Internet o continuo a leggere il libro che ho interrotto il
giorno prima, altrimenti esco per andare in studio e nel tragitto vengo attratto
da riviste straniere, film in dvd e cd. Quando va bene arrivo in studio che ho
da sfogliare, da ascoltare e un film per la notte. Per il resto cerco di fare
ciò che mi rilassa di più: fare l’amore, dipingere e comprare vestiti a poco
prezzo. Mangio quasi sempre fuori e vado a letto molto tardi. - I tuoi lavori
sono spesso caratterizzati da un’atmosfera un po’ noir…. ma noto che in alcuni
lavori recenti sono giunti la neve e il bianco…
Si è vero, nei miei lavori c’è sempre qualcosa che non è a posto, qualcosa che
non ti fa stare tranquillo… anche gli ultimi lavori credo abbiano una certa atmosfera
noir. In fondo, sia la neve che il buio, sono elementi naturali che nascondono
la realtà delle cose e poi non credo che il bianco sia molto diverso dal nero.
- Chi è Mario Banana?
È il soggetto della micro-storia di un mio cortometraggio, un tipo strano, un
diverso, uno che indossa una maschera da scimmione e passa le sue giornate lontano
dal mondo reale che vede solo attraverso un televisore, uno accudito da un nano-servo
che divide con lui questa esistenza da “diverso”.
Credo sia una versione grottesca di “finale di partita” di Beckett, ma
in alcuni periodi dell’anno, particolarmente a Natale, credo
di assomigliargli davvero tanto.
- Qual è il tuo rapporto con la scrittura, in particolare
l’ambito dei giovani autori noir italiani?
Leggo molti romanzi, mi affascinano la vita e le storie possibili...
Pinketts escluso, preferisco ancora di gran lunga Scerbanenco.
- Sei
nato in Puglia, ora vivi e lavori a Milano. Quanta importanza
attribuisci al tuo habitat? In quale misura ha influenzato il tuo lavoro?
Credo che il mio lavoro non sia per niente solare… ho la sensazione di essere
sempre uno straniero in mezzo a tanti altri, per questo forse mi è indifferente
essere a Milano o in qualsiasi altra grande città. Milano però mi fa sentire
a casa e questo è molto importante per me. Sono sempre felice quando torno qui… dopo
un viaggio, ad esempio. Non sono per niente legato al mio paesino Natale e credo
che sia abbastanza evidente guardando il mio lavoro… se ti dicessi che vengo
da un paese di pescatori e non so neanche nuotare, cosa penseresti? I miei genitori
vivono praticamente nell’acqua di mare…
- Un tuo progetto nel cassetto…
Essere felice con la persona che amo. Il resto viene da sé…