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La promiscuità dell'arte contemporanea

una rubrica d'arte a cura di Davide Valenti
“The Art Is On Fire”: il passato ed il futuro artistico di David Lynch, il prima ed il dopo del suo cinema cupo ed inquietante in mostra alla Triennale di Milano.

David Lynch in mostra

di Vito de Biasi

L’arte è in fiamme. Si brucia per autodistruttività e per energia dissipatrice, ma al tempo stesso brilla, fa luce, ipnotizza.

Fuoco cammina con me sembra essere il motto che accompagna da sempre l’opera di David Lynch, e lo ritroviamo scritto addirittura in uno dei suoi quadri, esposti alla Triennale di Milano nella prima mostra dedicata al regista americano. David Lynch – The Art Is On Fire è infatti il titolo della retrospettiva lanciata dalla Foundation Cartier pour l’art contemporain a Parigi, presente oggi in Italia fino al 13 gennaio.

Offerti alle fiamme, ed alla nostra visione, troviamo disegni improvvisati anche su tovaglioli da ristorante, schizzi, appunti, foto, realizzati e conservati sin dagli anni del liceo. La parte più imponente dell’esposizione consiste in una serie di quadri di grandi dimensioni, sospesi su montanti metallici rivestiti da tende, a creare un ambiente concepito da Lynch stesso: proprio come accade per i suoi film infatti, è il concetto di ambiente ed atmosfera, più che di contenuto della visione, ad interessare maggiormente il regista americano.

Non a caso, nello spazio a lui riservato, si trova persino una piccola sala cinematografica, immersa nel buio, dove si proiettano i suoi film sperimentali degli esordi, da The Alphabet e TheGrandmother, alla serie Dumbland: peccato manchino tutti gli spot che il regista ha girato negli anni per le aziende più disparate, quelli sì, vera sintesi della surrealtà e dell’industria come solo la pubblicità sa essere.

Il piccolo cinema-scenografia, assieme ad un vero salotto allestito in fondo allo spazio del museo, sembrano luoghi per visioni ed allucinazioni, come accadeva nei cinema, nei teatrini e nei salotti dei suoi film, dall’esordio di Eraserhead(1977), all’ultimo, più vicino alla videoarte che al cinema, INLAND EMPIRE (2006).

La mostra, concepita come un ambiente totale, un’atmosfera, vuole essere dunque un invito ad entrare e vivere i mondi distorti a cui Lynch ci ha abituati, nerissimi ed esasperati.

Così i luoghi del quotidiano, le case, i salotti e le persone, diventano temi ricorrenti accompagnati dagli elementi inquietanti di sempre: insetti, liquidi, armi, fiamme.

I grandi quadri ad esempio, non sono più dipinti, ma strane composizioni cupe ed impenetrabili, che ricordano i mondi della letteratura di Kafka. Qui l’occhio è frustrato nella visione e distingue ben poco, non riuscendo a scrutare nelle incrostazioni di oggetti (fiammiferi, mani e scarpine di plastica prese dalle bambole, fili spinati e rami secchi), e di grumi simil-organici che richiamano i liquidi dell’orrore e del corpo, accompagnati spesso da scritte che complicano il mistero.

Tutte cose a cui Lynch ci ha abituati da tempo, che fanno parte da sempre della sua autorialità cinematografica: nei film stessi, come in queste opere, si sente la tendenza dell’autore a chiudersi in un mondo tutto suo, impenetrabile ed inspiegabile a lui stesso, ai limiti dell’autismo. A differenza dei film, però, nei quadri e nelle installazioni della mostra l’orrore non scuote né percuote, è inerte, innocuo, autocompiaciuto.

Già nella successione dei suoi film, dai quali non possiamo separarlo, si sentiva che Lynch sarebbe approdato pian piano all’Arte, quella più ostica ed autoriferita, che non ha bisogno di nessuno per esistere, tanto più giudicata “alta” quanto più si mostra incomprensibile. Se nei suoi film è così bravo a far scaturire l’orrore dal quotidiano, qui, nella sintesi dei suoi esordi e dei suoi progetti futuri, l’orrore, come il coinvolgimento, sembrano solo nominati, mai veramente sentiti, girano a vuoto senza mai colpire veramente.

Dai nudi distorti delle fotografie ai quadri pieni di incrostazioni insondabili, tutto sembra chiuso in un mondo talmente riconoscibile e “tipico” che ormai si può solo definire con l’aggettivo lynchiano. David Lynch sembra cioè diventato, come molti elementi della cultura contemporanea, un marchio, attraverso il quale sono assicurati, ormai senza sorprese, misteri, incubi, nonsense, e purtroppo anche un certo intellettualismo, che si compiace di una incomprensibilità voluta e ricercata, scambiata troppo facilmente per genialità. Arrivato alla invidiabile posizione di chi può permettersi di tutto, il regista sembra vittima della sua stessa creazione, del suo mondo perdutamente lynchiano, della maniera e del culto di se stesso.

La pretesa autorità dell’Autore dovrebbe far accettare questa ricercata inavvicinabilità e freddezza delle sue opere, ed è proprio per questa pretesa che l’arte di Lynch è indifferente allo spettatore, che non è partecipe ma “vittima” di questi misteri: alla deriva delle sue suggestioni, il regista americano a cui eravamo affezionati non sembra comunicare altro che la nostra esclusione dal suo mondo. Bisogna saper condividere e comunicare persino l’assenza di senso, o la presenza di un mistero, di un vuoto reale ed inquietante, è questo che sa fare un artista. L’artista Lynch invece è solitario ed autosufficiente, non comunica più e non pensa più a nessuno; la sua arte non è “on fire”, non va a fuoco e non infiamma, si riduce subito in cenere, nasce già morta perché è gelida e cieca, compiaciuta della sua autorevole fumosità.

 

David Lynch - The Air Is On Fire

a cura di Hervé Chandes, in collaborazione con Hélène Kelmachter e Ilana Shamoon dall’ 8 ottobre 2007 al 13 gennaio 2008

Triennale di Milano
Viale Alemagna, 6 - 20121 Milano

Orario: da martedì a domenica ore 10.30-20.30
Ingresso: intero € 8; ridotto € 6/5

Mostra ideata e realizzata su iniziativa della Fondation Cartier pour l’art contemporain

Info: tel. 02724341; fax 0289010693; info@triennale.it; www.triennale.it