L’arte è sempre stata negli occhi di chi guarda, di chi sa cogliere lo straordinario in ogni cosa. Gerard Rancinan ci aiuta ad entrare in questa shockante dimensione.

L’Arte, l’Altro e la Fede sono tre argomenti che hanno in comune una sola idea: la diversità, ingrediente base di ogni novità. Quelli di Gerard Rancinan, in mostra alla Triennale Bovisa di Milano, sono tutti ritratti di esseri umani.
Per essere interessante, ogni ritratto deve avere qualcosa di peculiare, qualcosa che lo distingua, che lo tiri fuori dalla normalità. Ogni uomo è diverso dall’altro e l’abilità del ritrattista sta nel trarre fuori questa sua particolarità.
Nel caso di Rancinan anche la scelta dei soggetti si basa sul principio della differenza. La differenza è ciò che mette in discussione la nostra idea del mondo, ciò che modifica necessariamente i nostri parametri. Assistere alla differenza è sempre l’inizio di un cambiamento. È ciò che ci porta via dalla nostra dimensione e che ci obbliga a pensare che c’è dell’altro, che c’è sempre dell’altro, fino a Dio. Per questo motivo religione e arte sono sempre state legate, sono nate assieme e non potranno mai dirsi completamente separate.
In una delle interviste del volume che accompagna la mostra La trilogia del sacro selvaggio, un eminente cardinale spiega a Virginie Luc, curatrice e autrice delle interviste, che oggi siamo nell’era del sacro selvaggio, in cui tutto è sacralizzato, una sorta di neo paganesimo. Dice che si è persa, con suo sommo rammarico, l’esclusività umana della fede: il sacro si è appropriato selvaggiamente di tutto.
E il sacro sta nella differenza, nella straordinarietà e unicità che appartiene ad ogni cosa. Gli artisti sono uno dei simboli della diversità sulla terra. Essi non hanno altre armi per sorprenderci, per affascinarci. E la loro stessa vita è necessariamente diversa, perché sempre la vita è sconvolta dal proprio pensiero. Così Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Marina Abramovic e Paul McCarty e i loro colleghi diventano i simboli della sacralità dell’arte contemporanea.
Sono grandi ritratti che ci sovrastano. E l’effetto raggiunge il suo apice quando entriamo nella stanza degli “altri”, uomini e donne con malformazioni congenite. Questo è il caso in cui la diversità assume il suo significato più abusato e più normale, ma non per questo meno interessante. Uomini e donne senza nessun arto, una donna con la barba, il trapezista affetto da ipertricosi, l’ermafrodito, i gemelli siamesi... uomini e donne da guardare e di cui leggere le interviste, le più interessanti della mostra. Sono individui che hanno dovuto accettare la loro diversità e per questo sono necessariamente più “intelligenti”, se la stupidità è l’incapacità di capire ciò che è diverso. Così anche noi diventiamo più intelligenti assistendo alla mostra.

Infine ci sono gli alti prelati, importanti uomini del cattolicesimo ritratti nelle loro pose più sfarzose e autoritarie. È il vecchio sacro, quello più popolare, quello ancora ancorato alla chiesa, non ancora divenuto selvaggio. Tuttavia anche questo è sacro e quindi rientra nell’ambito del sacro selvaggio. Il prete ha sempre qualcosa di interessante. Un prete è una scelta di vita molto forte. È un diverso a tutti gli effetti. Ogni volta che si vede un prete vien da chiedersi: “Ma come ha fatto a prendere questa decisione?”. Rispetto al condizionamento massmediale, al conformismo imperante, anche dell’anticonformismo, il prete continua a rappresentare, anzi rappresenta oggi più che mai un esempio di assoluta e coraggiosa differenza.
Differenza, intelligenza, novità, coraggio, è tutto quello che chiediamo all’arte contemporanea.
TRIENNALE BOVISA
dal 25 giugno al 2 settembre 2007
Via Raffaele Lambruschini 31, Milano
+39 02724341 (info)
www.triennalebovisa.it