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La promiscuità dell'arte contemporanea

una rubrica d'arte a cura di Davide Valenti
Fuori e dentro il corpo nella mostra Into Me, Out Of Me al MACRO FUTURE – Ex Mattatoio di Roma

Into Me, Out Of Me - Dentro l’arte, fuori dall’arte

di Vito De Biasi

“Dentro di me, fuori di me”. Il titolo della mostra che inaugura il MACRO FUTURE, all’ex Mattatoio di Roma, sembra essere il grido stesso, o il desiderio sussurrato, dell’arte. Il riferimento diretto della mostra è il corpo, in tutte le sue espressioni, interiori ed esteriori, cioè nei suoi aspetti intimi ma anche relazionali. Una mostra organizzata in collaborazione con PS1 Contemporary Art Center di New York e con Kunst-Werke Institute for Contemporary Art di Berlino. Il fatto che, qui in Italia, una mostra sul corpo venga allestita in un ex mattatoio è una coincidenza intrigante, che ci porta al di là delle retoriche sugli spazi recuperati, e sull’espansione di musei come il MACRO (il FUTURE è il suo secondo padiglione, quello che dovrebbe avere una visione più legata al nuovo) per coniugare invece in maniera produttiva, o almeno ironica, arte e macello, attualità del corpo e fantasma della morte.

120 artisti, con opere del passato o con lavori più recenti, esprimono il corpo spesso attraverso il coinvolgimento diretto del proprio, nell’esposizione delle sue varie espressioni, delle sue ferite, dei suoi eccessi. È il caso di alcuni classici della body art degli anni ’60 e ’70, come Marina Abramovic, presente con tre vecchie video-performance dal 1975 al 1980, o Vito Acconci, Leigh Bowery, Gilbert & George e molti altri, che già all’epoca tentavano di superare l’immaterialità dell’arte simbolica e rappresentativa attraverso la materia irriducibile e senza senso del corpo. Come già allora, anche adesso l’atto sacrificale dell’auto-esposizione del corpo d’artista scivola nella contraddizione, quando deve necessariamente esprimere l’immediatezza del corpo attraverso la mediazione del video, senza il quale per noi la performance diretta non sarebbe neppure sperimentabile, né visibile. È il caso dell’artista Sigalit Landau, che nel suo affascinante video Barbed Hula, del 2000, si mostra nuda su una spiaggia mentre fa l’hula hoop con un cerchio di filo spinato. Anche nel suo intento di denuncia contro la violenza verso il corpo femminile, e dunque di uso politico e simbolico del corpo d’artista, il video di Landau sembra riproporre una pratica tipica della body art anni ’70, che spesso prevedeva la ferita del corpo dell’artista-performer, che oggi sembra quindi un’esperienza già classica, datata, proprio accanto ai vecchi video di Abramovic e Acconci.

È la stessa contraddizione di Andrea Fraser, apparentemente più audace, che portando alle estreme conseguenze i rapporti di potere e seduzione reciproca tra artista e collezionista, fa l’amore col collezionista più appassionato delle sue opere, riprendendo tutto in un video e mostrandoci qui alcune fotografie del loro incontro affaristico-amoroso. Una riflessione ancora solo concettuale, dal nostro punto di vista di spettatori, dell’uso del “corpo dell’arte” come corpo prostituito, che non possiamo veramente sentire e vivere come accade all’artista stessa, nonostante l’idea estrema di “performance per il collezionista” che l’artista vuole esprimere.

Matthew_Barney_-_Cremaster_3

Questi esempi sono ancora “dentro l’arte”, e per quanto estremi e seduttivi, il loro essere attuali non li discosta dall’essere ancora rappresentativi, simbolici, distanti dal corpo dello spettatore. Gli artisti contemporanei si esprimono in tutte le declinazioni del corpo, rappresentandone le alterazioni, ciò che li rende mutanti, carne viva (il corpo bulimico, il corpo anoressico, il corpo ubriaco, il corpo eccitato, il corpo trafitto, il corpo materno, il corpo pornografico, il corpo soffocato dall’altro, il corpo simbolico e sacro) e tra gli esempi più interessanti di oggi troviamo Matthew Barney, con le sue mutazioni ed i suoi esoterismi, Nan Goldin, con un’incandescenza emotiva che supera i limiti della virtualità fotografica, Mona Hatoum che in Deep Throat (1996) apparecchia letteralmente una tavola per lo spettatore, che affacciandosi sul piatto può vedervi proiettata in video, come una pietanza visiva e perturbante, l’endoscopia dell’artista stessa, che esplora gli anfratti interni del suo corpo con una micro-telecamera.

Felix Gonzales-Torres, untitled (placebo)

Da questi corpi alterati, o alteranti, da un ambito ancora interno all’arte ed alle sue espressioni tipiche, solo raramente si riesce a passare “fuori dall’arte”, nell’esperienza diretta dello spettatore. Il passaggio vero dalla rappresentazione di un corpo alla relazione con esso, avviene forse con l’installazione di Felix Gonzales-Torres, Untitled (Placebo) – Landscape for Ross. È uno dei tanti paesaggi (landscape) di caramelle allestiti dall’artista cubano morto di AIDS nel 1995, che rappresenterà il padiglione USA alla prossima Biennale di Venezia.

Qui il corpo non c’è nemmeno, è assente, potrebbe essere simboleggiato dal tappeto di caramelle che l’artista fa trovare ai nostri piedi, e del quale non sappiamo cosa fare, come comportarci. L’opera così non è completa, ma si compie quando ciascun avventore della mostra prende per sé una caramella, potendo addirittura mangiarla, o conservarla come ricordo. Il sogno di ogni appassionato d’arte di poter rubare un’opera qui è addirittura richiesto, incoraggiato. Il corpo dell’opera compie il suo senso (o meglio, la sua assenza di senso) proprio quando viene distrutto, consumato, smembrato. Prendendo per sé una caramella, ciascuno spettatore è chiamato a distruggere l’opera, a farla letteralmente scomparire, attraverso una performance personale, un vero e proprio consumo. Il  corpo di caramelle è un dolce che si consuma, che si sta consumando sotto i nostri occhi, nelle nostre mani, e perché no, nel nostro palato: è la dolcezza del corpo amato a cui l’opera di Gonzales-Torres è dedicata, il corpo malato di AIDS del suo amante, che qui viene offerto, come un’eucarestia profana, al nostro gusto ed alla nostra partecipazione diretta.

Fuori dall’arte, dentro di noi, come la dolcezza della caramella, il corpo è direttamente nei nostri sensi, nella nostra esperienza di corpi altrui, di amori e di perdite dolci. L’arte fuori di sé lascia il posto alla nostra carne viva, al nostro esserci, alla nostra auto-consumazione appassionata.

 

Into Me, Out Of Me
a cura di Klaus Biesenbach
dal 21 aprile al 30 settembre 2007
MACRO FUTURE – EX MATTATOIO
Piazza Orazio Giustiniani 4, 00153 Roma
orario: da martedì a domenica h 16:00 – 24:00
tel: 06 5742647/ 284
info: www.macro.roma.museum
mail: macro@comune.roma.it