Critica d’arte e curatrice, Fabiola Naldi ci spiega come funziona oggi il magico mondo dell’arte contemporanea. Come nasce una mostra, cosa fanno oggi i critici, che rapporto hanno con gli artisti e i galleristi, come si fa ad affermarsi come curatori.

Pensare ancora in questo modo e asserire a tale affermazione significa non essere calati nella realtà e nella contemporaneità che ci circonda. Non credo sia più possibile credere che un operatore culturale attivo in questi anni si accontenta solo di ripetere “differentemente” lo stesso concetto. Sarebbe riduttivo sia nei confronti di chi agisce sia nei confronti di chi conclude l’opera partecipando attivamente all’operazione. La multiculturalità, la tecnologia e le innumerevoli occasioni di incontri e contaminazioni sono la nostra grande vittoria contro tutti coloro che vorrebbero l’artista, il critico, il curatore ecc. chiusi in uno spazio virtuale intoccabile dalle ferite aperte della società. Nel bene e nel male noi tutti operiamo per guardare, registrare, imporre più contesti culturali e materiali differenti fra loro ma omologhi alla schizofrenica attualità che viviamo.
Io mi comporto nello stesso modo.
Faccio parte di quegli utopici militanti che credono non faccia molta differenza. Ma alla base deve esserci studio, ricerca e continua esperienza data dalla personale messa in discussione. Come faccio a pensare di essere uno o l’altro se contemporaneamente scrivo e affermo un determinato pensiero cercando nella concrezione espositiva la compiuta realizzazione?
Assolutamente no.
Ho iniziato a 23 anni proponendomi di lavorare (gratis ovviamente!!!) in uno spazio artistico a gestione no profit. E’ lì che ho imparato a essere contemporaneamente segretaria, ufficio stampa, gallerista, critica, curatrice, donna delle pulizie, confidente, psicologa e soprattutto politica (di me stessa, delle idee che ancora non avevo ma che poi nel tempo sono venute, degli artisti in cui credevo). Mi sono iscritta al DAMS per studiare la storia dell’arte. Alessandra Borgogelli mi ha trasferito la passione per l’arte contemporanea e così, con la stessa passione che ancora la muove tra le aule del Dipartimento delle Arti Visive, ho iniziato. Poi ci sono stati molti errori, molte presunzioni, molte sconfitte e tanti risultati, tante soddisfazioni, tante piccole vittorie. Credo di essere l’insieme di tutto questo. Ma credo soprattutto di non aver perso (per ora) l’unica cosa che permette di fare questo lavoro: il divertimento. Mi arrabbio sempre tanto quando scopro che vivo in un momento storico che non crede nella cultura ma mi diverto sempre moltissimo a condividere con gli altri idee e progetti. Fino a che non passa io continuo!
Si fa che si studia, si studia e si studia ancora. Il luogo non è importante, nel senso che bisogna scegliere una buona istituzione accademica e mettersi in testa che se gli artisti ci mettono una vita a realizzare, forse, una grande opera, lo stesso deve valere per coloro che l’arte la studiano. Consiglio ovviamente il DAMS, ma anche il POLITECNICO di Milano. Poi tutte le esperienze nazionali e internazionali che possano dare la possibilità di stare sul campo, in prima linea, non avendo mai paura di sbagliare. Perché tanto si sbaglia comunque.
Perché non possiamo continuare a credere che le cose vadano bene e che alla fine la creatività vinca. Se il mondo tutto insieme vive le frustrazioni di scelte politiche, sociali ed economiche sbagliate, come fanno gli artisti a essere pieni di fiducia in un futuro così incerto? Quindi da una parte c’è la difficoltà generale che tutti viviamo e dall’altra parte ci sono le gallerie che hanno, spesso, la presunzione di fare a meno della collaborazione del critico/curatore. C’è anche da dire che la frenesia di trovare (almeno in Italia) il nuovo, giovane Cattelan porta a cercare artisti sempre più giovani che, spesso, non hanno ancora avuto il tempo di riflettere sul proprio lavoro e su ciò che li circonda. Manca il tempo, a tutti noi, per pensare, per sperimentare, per sbagliare e per riuscire.
Non c’è nulla che noi non abbiamo se parliamo di creatività, di voglia di riflettere, di mettersi in gioco. Mancano, invece, le istituzioni, gli appoggi politici, i supporti economici per quella fetta di arte che molti in Italia non considerano tale. Intendo dire che non mancano mai le sovvenzioni e gli appoggi per l’Arte Medievale e Moderna, ma quella Contemporanea non viene considerata allo stesso modo. Aggiungo inoltre che esiste, anche in Italia, un sistema forte dell’Arte attuale ma è così ristretto e controllato che il resto (e mi riferisco al 70 % di ciò che accade in Italia) non viene tenuto altrettanto in considerazione.
Milano rimane (nonostante molti affermino il contrario) il centro del potere forte del sistema contemporaneo, e aggiungo anche Torino e la florida capitale, che rimane però troppo legata a certi canoni visivi non sempre attuali. Il punto, come ho già avuto modo di dire prima, è che continuare a soffermarsi a considerare i primati svia, inevitabilmente, dalla realtà. Non esistono più centri dell’arte. E così ben vengano Como, Verona, Trieste, Genova, San Gimignano, Napoli ecc..Ho da fare io una domanda: dove è in tutto questo superficiale elenco Bologna?
Sarebbe come dire: “Piove Governo Ladro”. Smettiamola di lamentarci e, soprattutto, di criticare chi, bene o male, il lavoro lo porta avanti. L’importante è che ci sia scelta, e questa può essere data solo da un panorama democratico in cui si dà a tutti la possibilità di esistere. Chi decide la qualità? Chi determina il successo o il fallimento? I parametri di giudizio e selezione si sono talmente tanto espansi da non potere più essere decifrati in un solo modo. In ogni grande città europea esistono buone e cattive gallerie. Pensare di fare una selezione di sopravvivenza significa creare un regime. Più o meno quello che viviamo tutti noi in Italia.
Guardando, cercando, informandomi e, soprattutto, tenendo gli occhi ben aperti per le strade. Non puoi immaginare quanto materiale ci sia fuori dai luoghi deputati, e con questo aggiungo anche la televisione, il satellite, la rete, la radio e il semplice passaparola tra persone che condividono come me un certo gusto..perchè è qui che sta il punto. Non si può discutere una scelta di un critico/curatore nei confronti di un giovane artista, perché siamo in un ambito soggettivo. Discuto e critico, invece, il modo in cui questo può essere presentato e il modo di interagire con lo stesso critico che è fondamentale ancora a tutt’oggi.
Mi trovano loro o li trovo io. La mail è la parte più importante anche se il telefono, e la comunicazione vocale, è quella che preferisco ancora. Dopo che il contatto è avvenuto però serve il tempo: un tempo considerevole che possa inizialmente servire a entrare in una “relazione” più approfondita con lo stesso artista.
Ti rispondo se tu sei in grado di spiegarmi come un’artista trova l’idea per poi realizzare un’opera.. e questo vale anche per un musicista…
Il rapporto si crea solo con la conoscenza da entrambe la parti del lavoro svolto negli ultimi anni. Poi deve esserci una partenza solidale che è la scelta stilistica portata avanti sia dal gallerista sia dal curatore. Infine vengono i contatti, le ricerche e le molte proposte che tutti noi facciamo quasi quotidianamente sviluppando progetti adeguati a uno spazio preciso.