Una delle gallerie più classiche, famose e “inserite” di Milano mette in mostra quelli che considera gli artisti più attuali. Ecco il risultato.

(dal 10 gennaio al 17 febbraio 2007, Studio d'Arte Cannaviello, Milano)
Su SA abbiamo già parlato di artisti che hanno esposto i loro lavori allo Studio d’Arte Cannaviello di Milano, e ne abbiamo anche parlato molto bene. Questo spazio si caratterizza per l’interesse per la pittura, considerata la più alta, la più classica, ma anche la più capace di esprimere qualsivoglia contenuto, anche quello più avanguardistico. Tuttavia non possiamo non notare come questa e molte tra le gallerie più consolidate siano oggi divenute sinonimo di tradizione e di stasi. Il fatto poi che molti dei giovani artisti che esse propongono trovino presto una collocazione e un discreto successo è da attribuire alle meccaniche dell’ormai vecchio e decadente mercato dell’arte.
Infatti, mentre nuove e audaci gallerie scoprono con facilità nuovissime e ricche forme d’espressione e nuove e feconde idee, anche pittoriche, quelle continuano ad affidarsi al gusto dei collezionisti più cauti.
Il 10 gennaio è giunto per Cannaviello il momento di Dopamine, una nuova collettiva curata da Ivan Quadroni. Nel catalogo della mostra, il curatore si chiede: “Che cosa significa essere contemporanei in arte?”. Poi spiega che, nella contemporaneità, oltre ai linguaggi e alle tecniche innovative, ci sono anche forme di linguaggio nostalgiche che recuperano gli stilemi del passato, ma che riescono comunque a incarnare lo spirito del tempo e a cogliere le urgenze del presente. Queste opere, dice, sono da annoverare tra quelle dell’arte contemporanea. E noi siamo pienamente d’accordo.
La questione è: i lavori di Dopamine rientrano in quella categoria? Noi crediamo di no.
Possiamo anche concedere che quelli di Dopamine siano dei grandi artisti, ma non sono attuali, non fanno passi avanti rispetto al resto dell’arte contemporanea. Il problema dell’arte di oggi infatti non sono gli artisti, che non fanno altro che fare ciò che più piace loro, ma chi li sceglie per rappresentare le novità del nostro tempo. Ci dovremmo chiedere: c’è tra questi un artista che non abbia un precursore che abbia già esaurito quello stesso discorso meglio di lui? Che abbia detto le stesse cose con la stessa o con maggiore efficacia?

Mancano forse, nella storia dell’arte, individui che abbiano giocato con effetti ottici come quelli di Gaia Carboni? Che abbiano esplorato gli effetti delle cromie sulla nostra percezione? Che abbiano giocato con l’opposizione tra naturale e artificiale in modo più completo e maturo di quanto non faccia adesso la nostra artista? Non è necessario citare grandi artisti che utilizzano la matita, basta pensare a tutti i disegnatori del mondo che compiono sulla carta i virtuosismi più intelligenti. Forse l’intento del gallerista o del curatore era qui quello di fare arte con l’atto di mettere in galleria uno di loro..
L’unico che sembra aggiungere qualcosa di non ancora detto, qualcosa che metta insieme diverse forme ed espressioni del passato per crearne di nuove, è Umberto Chiodi. Malgrado il suo tratto sia il più “antico”, il più nostalgico, tra quelli degli artisti di Dopamine, tuttavia riesce a cogliere tutta l’ansia, gli incubi, il senso di incompiutezza dell’uomo contemporaneo. I nostri incubi hanno quelle forme, sono incubi di non essere all’altezza della bellezza e della modernità. Forse possiamo addirittura considerarle immagini archetipiche perché nessuno oggi può fermarsi d’avanti ad una di essere e non sentire dentro di sè una familiarità con quelle scene.
Quelle “vecchie” illustrazioni simbolistiche e decadenti sono molto più attuali di quanto non lo siano i tratti essenziali futuristici dei giradischi di Emiliano Di Muro o i tecnodisegni e tecnoistallazioni di Beata Ciunowicz. Di quel tipo di essenzialità che sembra causata dall’assenza di argomenti ne abbiamo abbastanza, come anche non ci mancano le denunce sociali sull’infanzia violata nel nostro mondo automatico. Per stordirci, per shockarci, per metterci di fronte alla cruda realtà non bastano più questi mostri robogenici. Neppure i fratelli Chapman riescono più a stupirci, e neanche le mostre sociali organizzate da wwf o amnesty international, o le campagne sociali più crude. L’idea del cibermostro-frutto-della-percezione-mediatica-della-sofferenza-infantile non è una genialata tale da indurre ad esporre un’intera collezione di bambolotti robot.

E non basta più a stupire i nostri sensi post-torregemellari il semplice accostamento della vita casalinga quotidiana ad animali selvaggi proposta da Massimo Gurnari. Forse la comunicazione del vecchissimo concetto che siamo un’umanità imborghesita e decadente, se proprio vogliamo continuare ad esprimerlo, avrebbe bisogno di uno sforzo in più. Forse, avrebbe più presa sui nostri sensi e sulle nostre emozioni una espressione efficace, una capacità di esprimere visivamente ciò che si vuol dire. Forse anche solo una piccolissima idea, introdotta in noi attraverso l’abilità e la conoscenza del mezzo con cui ci si esprime, può darci una grande soddisfazione estetica.
Le vecchie creature animalesche antropomorfiche di Elena Rapa che dimostrano la loro anima bambina, o, al contrario, le bambine che dimostrano attraverso la loro esteriorità mostruosa la propria identità marcia, forse starebbero meglio su un fumetto che sul muro di una galleria. Forse l’artista sarebbe una brava fumettista, forma d’arte tutt’altro che inferiore alla pittura.
Ma questa non è una invettiva contro gli artisti, bensì, come abbiamo già detto, contro i curatori e galleristi che continuano ad inflazionare il mondo dell’arte. Si dovrebbe richiedere a questi ultimi di fare un po’ più di sforzo nel cercare gli artisti più innovativi, o, nel caso non ce ne fossero tanti, di rinunciare a qualche mostra in più o a qualche soldino in più.
Qualcuno potrebbe dire, a favore degli artisti, che sono giovani e che per questo potranno far crescere i germi che sono nei loro lavori in futuro. Ma non possiamo neanche lasciarci scappare il pensiero che ci sussurra che questo può essere detto di tutti gli uomini. Nelle gallerie vogliamo vedere i lavori di artisti, anche giovani, che abbiano trovato una loro strada, una loro via, un loro modo di esprimersi, altrimenti a che serve? Non sono vecchi pittori come Luigi Presicce e Gabriele Aruzzo. E non sono vecchi artisti di concetto come Adalberto Abbate e Adrian Tranquilli. E se vogliamo cercarli, possiamo trovarne molti altri anche non famosi. Ma forse questa critica non serve molto a migliorare il sistema dell’arte. Forse sarebbe meglio che ognuno di noi che la pensa allo stesso modo trovi un po’ di tempo per scovare questi artisti e proporli alle gallerie.
Dopamine - dal 10 gennaio al 17 febbraio 2007
STUDIO D’ARTE CANNAVIELLO
Via Antonio Stoppani 15 - 20129 Milano
+39 022040428 (info), +39 0220404645 (fax)