Andy Warhol è a Milano. Opere d’arte, diari, scarpe, parrucche, riviste, business, foto ricordo…
Costa più la sua parrucca o una sua serigrafia? Ma soprattutto, cosa vale di più?
Dove termina l’arte ed inizia la vita dell’artista più popolare del secolo scorso.

Io non guardo il tramonto sentendo le voci
Penso solo che Dio ha un bell’impianto luci.
(Afterhours)
Tutto ciò che è Andy Warhol è stato detto da Andy Warhol.
Nessuna critica intellettualistica riuscirà mai a spiegare quella
sconvolgente semplicità meglio di se stessa. Un bambino che non ha
fatto finta di essere grande e andava in giro tra gli altri bambini che giocavano
a fare i grandi. Questo è uno dei segreti per diventare famosi: essere
se stessi e sapere che è comunque una maschera, e oltre la maschera
non c’è assolutamente niente.
Il poeta del niente. Come un messia orientale, Andy viene a dirti che non esiste
niente. Con quella assenza di intellettualismo che sola può uscire fuori
dagli schemi della morale e cambiare realmente qualcosa.
Warhol, con la straordinaria superficialità che lo contraddistingue, dice
come stanno le cose: niente esiste.
Tutta quella gente che scrive su libri, riviste, giornali, tv, con termini tanto
ricercati e con grande pomposità, sull’essenza dell’uomo e
dell’universo, convinti di aver scoperto il segreto ultimo di Dio, viene
spazzata via da una semplice serigrafia o da una semplice affermazione del tipo: “ Bisogna
avere o denaro o stile”.
A questo punto si dirà: ma non è che questo Warhol in realtà non
aveva niente da dire e che quindi la sua è stata tutta una messa in scena?
La risposta a questa domanda è sì, Warhol non aveva niente da dire.
Warhol voleva essere lo specchio della realtà, anzi voleva creare la realtà stessa.
Warhol avrebbe voluto creare una lattina Campbell piuttosto che rappresentarla.
Warhol voleva essere la sua realtà. Ma dietro tutto ciò non c’è assolutamente
niente e, se ci fosse stato qualcosa, non ci sarebbe stato Warhol.
Andy Warhol era un genio, cioè la sua mente aveva una forma diversa dalle
altre. Esistono suoi scritti di un misticismo sorprendente, e la sua superficialità coincide
con esso: “ Lo spazio è tutto un unico spazio, e il pensiero è un
solo pensiero, ma è la mia mente che divide i suoi spazi e i suoi pensieri.
Come un grande condominio. A volte penso all’unico spazio e all’unico
pensiero, ma di solito no. Di solito penso al mio condominio”.
“Alcuni critici hanno detto che sono il Nulla In Persona e questo non ha
aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto
che la stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio. Ma ancora
sono ossessionato dall’idea di guardarmi allo specchio e non vedere nessuno,
niente”.
Dietro Warhol non c’è niente, Warhol è l’immagine di
Warhol, Warhol è puro Stile.
L'Andy Warhol Show, attualmente in corso alla
Triennale di Milano (fino al 9 Gennaio), è l’occasione per
vedere finalmente dal vero tante importanti opere del Nostro.
L’emozione, molto prima di essere quella della pura contemplazione, è quella
di essere vicinissimi ad una cosa davvero famosa. È come essere vicini
a Gesù: tutti lo abbiamo visto rappresentato nell'iconografia e nelle
statue, ma non è la stessa cosa vederlo dal vero.
C’è una gara in atto tra Warhol, che voleva essere più famoso
di Gesù, e Gesù stesso.
Alla mostra di Warhol si va come si va in chiesa o in un luogo di culto. Chi
non ha mai visto un’opera di Warhol sui giornali o in tv? E allora perché andare
alla mostra? Non credo che qualcuno possa credere che l’originale di Warhol
sia migliore della copia.
Alla mostra di Warhol si va per lodare Warhol, per dirgli: “sei un mito”.
All'Andy Warhol Show sono presenti opere che ha fatto
lui con le sue mani. Sono gli oggetti più immediatamente vicini a Warhol
rispetto a tutte le copie di essi.
Noi siamo feticisti di Warhol. Noi andiamo alla mostra per stare vicini a quegli
oggetti che sono stati vicini a lui, e così ci sentiamo più vicini
anche noi.
Lasciarci pervadere da quello spirito della pubblicità che tanto ci affascina.
Sentire più forte che non c’è niente al di là dell’immagine,
di qualsiasi immagine. Ricordare che una cosa qualsiasi diventa opera d’arte
se Andy Warhol dice che lo è. Sentire che l’arte non c’è più,
e stare bene lo stesso.

La domenica c’è troppa fila per entrare. Meglio andare nei
giorni feriali dopo il lavoro. E allora fai il biglietto da sette euro
e ti immergi nell’esposizione. Ti accorgi subito che sui muri ci
sono molti testi che ti aiuteranno a comprendere meglio il senso delle
opere e quello della mostra. Il primo di questi è introduttivo
sull’artista. Il secondo, più piccolo, è già all’interno
del primo spazio e si intitola “famous, not for fifteen minutes”.
Ti guardi intorno e vedi Elvis, Marilyn, Jackie, Mao… Divi,
dèi immortali. Nessuna emozione particolare, li conosci benissimo.
Vai nel secondo spazio e l’unica cosa che ti ipnotizza per un po’ è quel
grande dollaro che sembra disegnato da un bambino che ha capito che il denaro è la
cosa più importante. Da qui in poi non potrai più concentrarti
sulle singole opere. Il piacere di stare in quel luogo è quello di essere
coperti e protetti da un’atmosfera così disincantata.
In quel mondo che ti gira freneticamente intorno vedi le foto di lui, quelle
di Grace Jones, di Lou Reed, di Nico, Basquiat, Ginsberg, Borroughs, Mick
Jagger, di tutti quegli ex sconosciuti che sono passati anche per caso
per la Factory…vedi un centinaio di copie di Interview,
la sua rivista…le sue pubblicità per scarpe, la sua parrucca, i
ritratti di galleristi e di gente “al top”.
Warhol non ha avuto difficoltà a far diventare arte tutto ciò che
lo riguardasse. Forse per questo motivo molta gente del mondo dell’arte
lo considera il più grande artista contemporaneo.