Per la prima volta a Milano i maggiori artisti contemporanei della scena internazionale insieme in una mostra che ci pone a confronto con la sofferenza e l’egemonia della morte, condizioni imprescindibili della nostra esistenza.

La frase che Pilato pronunciò quando presentò Gesù flagellato alla folla, diventa Ecce Uomo, rilettura in chiave moderna e laica che non vuole però trascendere del tutto dal significato della frase originale.
Ecce Uomo: Dio è morto e rimane solo l’uomo con le sue angosce e paure.
Le opere provengono da collezioni private milanesi e dalla loro selezione è nato il tema conduttore di questa mostra, ovvero la sofferenza esistenziale umana.
Tema di per sé piuttosto scontato, ma che l’indiscutibile livello delle opere e l’incredibile impatto emozionale che esse riescono a trasmettere rendono di grande interesse.
Spesso artisti diversi costretti in un unico concetto monolitico risultano stare assieme solo grazie ad una serie di forzature da manuale. Ma in questo caso la mostra scorre quasi perfettamente. Sarà per l’enorme possibilità di interpretazione di questo tema o per la bravura dei curatori nello scegliere le opere.
Gli artisti affrontano il tema della sofferenza in modi del tutto diversi, a volte diametralmente opposti, dandoci così molte visioni di un unico tema e la possibilità di ricreare, attraverso la loro, la nostra esperienza personale.
All’entrata ci accoglie la video installazione Utopia di Marcella Vanzo, dove uomini senza testa si muovono cercando goffamente di compiere gesti quotidiani come mangiare o leggere. Senza avere la facoltà di pensare, si aggirano in sale vuote tastandosi attorno senza sapere cosa cercare.
All’interno veniamo colpiti dalle ali strappate senza pietà dalle farfalle che compongono il bellissimo caledoscopio di Damien Hirst.
Chen Zhen riversa i nostri organi su un tavolo operatorio sotto forma di sculture di cristallo fragilissime. Ciò che di solito è all’interno è davanti a noi, fuori dal nostro controllo, alla mercé degli eventi esterni.
E poi il video Tide Table di William Kentridge, fatto con splendidi disegni a carboncino, ci illustra con acute metafore le discriminazioni razziali in Sudafrica.
E mentre Marina Abramovic lava dal sangue un cumulo di ossa per mondare l’umanità dalle sue colpe, il Cristo di Mark Wallinger privato di ogni carattere divino ed incoronato di filo di ferro sembra avviarsi suo malgrado per fare altrettanto.
Ogni artista considera la sofferenza da un punto di vista estremamente personale, dettato dal genere, dalla vita stessa, da qualcosa di visto o sentito. Di fronte a questa varietà di esperienze anche il proprio vissuto, per quanto soggettivo, acquista valore.
Ecce Uomo non è solo una mostra sulle angosce esistenziali, ma anche un approfondimento sulla condizione dell’uomo contemporaneo, di come vediamo noi stessi, di come affrontiamo la nostra vita ora e qui.
La mostra, allestita per gruppi tematici, si dipana in un percorso che attraversa l’esperienza umana. Ogni opera rappresenta un momento compiuto, ma legato a quello successivo e a quello precedente da un legame incredibilmente forte.
Nonostante questo ci sono alcuni accenni fuori tema che ne diluiscono il senso. La qualità delle opere esposte giustifica in ogni caso la visione della mostra. Difficile che ci sia data l’occasione di ammirare tanti artisti di tale portata tutti insieme... almeno in Italia.
