La dignità “artistica” di un mezzo d’espressione come il fumetto è da oggi avvalorata dalla continua produzione fumettistica di un artista. In occasione della pubblicazione delle sue tavole per XL, abbiamo intervistato Squaz.

Quello di Pasquale Todisco (Taranto, 1970), in arte Squaz, è un percorso che si suole chiamare anomalo, ma che di anomalo non ha proprio nulla. Tanti artisti prima di lui si sono compiaciuti della propria libertà di espressione anche a scapito del benessere economico. Ci sono concetti che non si possono esprimere in pubblico, e ci sono individui che per natura non riescono a tacere e si esprimono in luoghi che solitamente non sono frequentati da tutti quelli che potrebbero nuocer loro. Accade spesso che uno di questi luoghi sia il fumetto, un sottoprodotto dei mass media. L’estrema possibilità espressiva offerta da questo strumento è stata da sempre sfruttata dagli artisti che hanno voluto dire ciò che non si poteva dire. Accade poi che qualche straniero capiti per sbaglio in uno di questi luoghi e che, poco a poco, la notizia dell’esistenza di un artista nuovo si diffonda. Ed ecco che ciò che era blasfemo diventa sempre più familiare tanto da poter essere accolto da una tela, tradizionale strumento dell’arte innocua.
Finora Squaz ha esposto le sue tele all’interno di spazi quanto mai antiaccademici come il centro sociale Leoncavallo (Happening Underground), la “No Art Gallery” La Cueva, (Peccati Kapitali), l’Illmin Museum of Art di Seul (Milano Futuro Anteriore) ed al S’agapò di Milano con Kriaturi.
Dalla pubblicazione, nel 1998, di Ascension, il primo fumetto ad imprimerlo nella memoria dell’underground italiano, i temi del sogno e del sentimento lasciano il posto ad una più forte necessità di rappresentare tutto ciò che è brutto, sporco e maleodorante. E questo avviene sia a livello simbolico che a livello grafico. “Fastidioso” è il termine con cui si può facilmente definire il tratto caratteristico di tutte le illustrazioni e i dipinti di Squaz. È facile individuare nelle ombre di ogni suo lavoro un’assoluta assenza di morbidezza. Questa durezza è dovuta ai contorni zigzagati che conferiscono all’opera una poco confortevole elettricità.

Naturalmente, vivendo anch’io in questa società, come tutti mi faccio delle domande.
Se il risultato delle mie elucubrazioni è politicamente scorretto non lo so, il più delle volte mi interessa esprimere un punto di vista, ironico o al limite sarcastico ma possibilmente non retorico o consolatorio.
Altre volte invece cerco solo di fare un bel disegno, dipende. Il fatto è che non sono un vignettista satirico in senso stretto, ma nemmeno mi piace la provocazione a tutti i costi, fine a se stessa. Di certo non mi ha mai appassionato la politica nei termini di quadri di partito o di schieramenti e correnti varie.
Mi appassiono invece quando vedo che come esseri umani abbiamo la possibilità di determinare il nostro destino senza per forza eleggere dei capi o limitarci a sperare nell’ aldilà, vale a dire abbastanza di rado.
Nel frattempo cerco di divertirmi come posso e a modo mio contesto quello che non mi piace, questo sì.
Non ha alcuno scopo preciso.
La verità è che mi annoio a disegnare orsacchiotti di peluche, quando disegno devo potermi immedesimare in quello che rappresento.
E poi al mondo sono più le cose brutte, sporche e maleodoranti di quelle perfettine, gradevoli e leggiadre.
E’ un fatto statistico, lo dico senza alcun compiacimento.
L’arte è, o dovrebbe essere, un’esperienza liberatoria da condividere. Da pari a pari.
Una tipica espressione umana, chiaramente.
Oggi però l’arte è anche tante altre cose: commercio, moda, sponsor, occasione mondana spettacolo, insomma.
Forse il mio è un punto di vista ingenuo, ma se venisse fuori che artisti, critici e galleristi sono dopati (e forse lo sono) sembrerebbe proprio di parlare di calcio.
In generale, molto fumo e poco arrosto.
Ai suoi tempi, Platone temeva gli artisti perché avevano un terribile potere di suggestione, e a scanso di equivoci invocava la censura con una certa apprensione.
Oggi ne riderebbe.
Gli artisti non fanno più paura a nessuno.

Underground vuol dire sotterraneo, il suo opposto sarebbe il mainstream o la corrente principale, perlomeno così era negli anni ‘60.
In realtà, oggi come oggi, sono entrambe definizioni fasulle e abbastanza di comodo.
C’è ancora un pò quest’idea che l’underground costituisca una piattaforma intrinsecamente più libera ed antagonista rispetto ai circuiti di massa, che invece veicolerebbero idee e contenuti tesi a compiacere e rafforzare lo status quo.
Io trovo che sia una schematizzazione senza senso, oltre che datata: non c’è niente di cui vantarsi a rovistare nella spazzatura, né alcun merito nel seguire la moda.
L’underground nasce perlopiù quando tutti gli spazi sono chiusi e non hai altra scelta, non può essere di per sé una garanzia di qualità o di superiorità morale.
Per me contano invece il talento ed il coraggio di essere fedeli a se stessi, il resto è una gara a chi si vende meglio o a chi ce l’ha più grosso.
Quelli venuti male: dopo ogni errore, c’è sempre la voglia di riscatto e questo è lo stato d’animo che preferisco.
Temo l’appagamento.