Perché si distingue tra Arte e non-Arte? E’ possibile creare, pensare, sentire, senza ricorrere al proprio Io? Quanto ha inciso la morale occidentale sullo sviluppo del concetto di arte? Qual è la differenza tra arte ed espressione? Qual è il legame tra arte ed ordine sociale?

L'arte iniziata con gli espressionisti, che si suole chiamare “contemporanea”, ha una connotazione molto “filosofica”. Una delle motivazioni di fondo delle opere appartenenti a questa categoria, per non dire quella da cui scaturiscono tutti gli altri significati, è la volontà di avvicinarsi alla realtà. Quest' affermazione potrebbe sembrare paradossale, vista la grande produzione astrattista, dadaista, surrealista; produzioni che sembrano staccare dal vecchio concetto di “imitazione” tutta la produzione attuale. Da un altro punto di vista, la visione delle opere contemporanee induce a intravedere un futuro in cui davvero l'arte si libera dai limiti della censura e anche del suo nome. Questo apparentemente paradossale avvicinamento alla realtà si scorge facilmente nel concetto stesso espresso dall'espressionismo, voler esprimere come io percepisco e sento la realtà. L'immagine che ho del mondo, di un paesaggio, di una donna, di un uomo, è un'immagine puramente retinica? Oppure la mia immagine, già nel suo formarsi sull'occhio, non è carica di me, del mio io? Il problema dell'espressione è quello di voler comunicare l'io, esso è l'unico modo di comunicare il mondo. Allora si può dire che l'espressionismo si allontani dalla realtà? Dalla nostra prospettiva si può dire il contrario: l'espressionismo innesca nell'arte un processo di comunicazione “più totale”, i suoi colori e le sue forme distorcenti vogliono trovare l'universale. A questo punto viene da chiedersi: è possibile creare, pensare, sentire, senza il proprio io? Tutto ciò è lapalissiano, tuttavia non viene preso in considerazione abbastanza nella nostra cultura se non si tiene conto delle sue necessarie implicazioni, quelle per cui la realtà e l'arte sono la medesima cosa.
L'espressionismo vuol dire di più rispetto a prima e le correnti successive vorranno dire ancora di più su ciò che vediamo e sentiamo. È un processo di progressivo avvicinamento alla realtà. La realtà si deforma negli espressionisti per essere più vera; essi cercano di mentire in maniera minore sulla realtà rispetto all'arte precedente. I cubisti cercheranno di mentire ancor meno volendo cogliere la totalità dell'oggetto, della sua idea in noi, deformandolo ancora di più. Col dadaismo, che annuncia la morte dell'arte, non esiste più un oggetto singolo così come esso non esiste singolarmente nella nostra mente ma è legato caoticamente a tutta la nostra esperienza e agli oggetti che essa contiene. Così l'avvicinamento alla realtà, coincidendo la realtà con la nostra esperienza di essa, non può che condurre alla realtà stessa, e cioè alla eliminazione della sua rappresentazione. Rappresentare la realtà, sebbene deformandola, non coglie ancora la sua essenza, la quale è colta attraverso la sua manifestazione. E allora è da intendere letteralmente l'affermazione “ogni uomo è un artista”.
Tutta questa riflessione può riempirsi ancor più di senso
alla luce di un atteggiamento nuovo e amorale (inteso come aldilà di
ogni morale culturalmente costituita). La necessità che spinge
ogni uomo ad agire può essere altresì riscontrata, nell'arte,
nella necessità con cui un artista esegue, millimetro dopo millimetro,
la sua opera. I movimenti attraverso i quali l'opera giunge al suo compimento
sono tutti necessari, tanto quanto lo sono tutti gli altri: mangiare,
dormire, fumare, ridere, piangere, parlare, stare in silenzio...
Dove sta allora la differenza tra l'arte e il resto delle azioni della vita
se entrambe sono azioni necessarie? Dove possiamo trovare l'eccellenza di un
artista se la sua opera equivale a qualsiasi altra azione in termini di perfezione?
Se ogni atto che l'uomo compie è necessario, allora ogni atto inteso
artisticamente, ogni opera sarà perfetta.

A questo punto ci accorgiamo di quanta parte abbia la morale vigente nella considerazione delle opere d'arte: se un tempo un artista poteva essere lodato più di un altro in base alla sua maggiore capacità nella rappresentazione, oggi, dopo le nostre riflessioni, non possiamo più distinguere se sia “migliore” un “artista” o un uomo qualunque, un “non artista”. La morale viene qui chiamata in causa dalla domanda: perché l'artista è stato fino ad oggi lodato più di altri per le sue opere?
Ci troviamo allora immersi nella morale cristiana che trova il suo
fulcro nell'idea del libero arbitrio. Infatti, se ogni uomo è libero di scegliere la
sua strada, di perfezionarsi in una disciplina in maniera assolutamente indipendente
dalla sua esperienza, allora più degno di lode sarà quell'uomo
che più si sarà perfezionato. Gli artisti più grandi saranno
allora quelli che soddisferanno maggiormente le concezioni di bellezza o di
espressività del proprio tempo, le quali sono pure legate strettamente
alla morale. Tale morale ha infatti distinto il bello dal brutto, e quindi
l'arte dalla non-arte, in maniera parallela alla distinzione tra buono e cattivo.
Il legame tra queste categorie possiamo trovarlo nell'osservazione dell'indignazione
della casalinga alla vista, ad esempio, della nudità, della parolaccia,
in televisione. Possiamo facilmente notare che queste espressioni dell'uomo,
come l'esibizione della nudità o il linguaggio contenente riferimenti
al corpo, sono eliminate, nella nostra cultura, dall'ambito artistico e culturale
e, quando non lo sono, ciò avviene per giustificare quella manifestazione
col termine “arte” e renderla innocua. Non si vede come in questo
fenomeno si possano distinguere arte e morale.
La prospettiva che vogliamo esporre si oppone radicalmente a queste categorie. Essa infatti mette nel contenitore dell'arte tutte le espressioni, tutte le manifestazioni dell'uomo, e così facendo prelude ad uno stravolgimento di quei valori morali ancora vigenti. Se tutto è arte, allora tutte le manifestazioni dell'uomo devono essere accettate e lodate nella loro “bontà” in quanto necessarie e “perfette”.
In contrasto con la concezione moralistica dell'arte, e volendo distinguere l'arte dalla morale, siamo chiamati ad introdurre in quel contenitore le manifestazioni della vita umana che ne sono state fino ad ora escluse a causa dell'indistinzione precedente. Dobbiamo allora chiederci: quali atti umani eliminati dalla morale dalla categoria di buono sono per questo stati eliminati dalla categoria di arte? La risposta, date le precedenti premesse, può essere: sono stati eliminati dall'arte tutti gli atti umani rimanenti.
Ancora, per rispondere al perché di questa posizione paradossale, dobbiamo rivolgere l’ attenzione alla nostra morale comune. Essa si basa sulla distinzione tra bene e male. Queste due categorie sono considerate non relativamente a qualcosa, ma in sé. In questo modo si configurano come categorie le azioni e le cose buone e le azioni e le cose cattive, laddove “buone” e “cattive” sono nozioni indipendenti da quelle di “utile” o “piacevole”. Stando così le cose, la vita dell'uomo virtuoso consisterà nell'evitare le azioni ritenute cattive e nel compiere quelle ritenute buone. È evidente intuitivamente che alla base della possibilità di distinzione netta delle due categorie sta l'introduzione del concetto di libero arbitrio: se posso scegliere tra due possibilità in qualsiasi momento della mia vita allora sono libero di scegliere indipendentemente dai condizionamenti del mondo esterno. Da qui deriva la legittimità della punizione in quanto l'azione dell'uomo che infrange determinate regole del sistema civile vigente è ritenuta cattiva proprio in quanto libera e quindi volontariamente cattiva. Senza la credenza nel libero arbitrio, l'uomo non sarebbe più in grado di pensare i concetti di bene e male in sé: se l'uomo non fosse libero di agire ma si trovasse costretto ad agire in modi assolutamente necessari, non sarebbe più concepibile la punizione.

Il concetto di espressione indica la capacità dell'opera di comunicare allo spettatore delle emozioni. Più precisamente, un'opera d'arte esprime qualcosa quando la sua contemplazione evoca in noi, attraverso associazioni analogiche, una serie di immagini contemporanee, di simboli, pressoché infiniti, che le danno un senso. Questo processo mentale coincide con l'induzione di emozioni in quanto ogni immagine evocata porta con sé una carica emotiva legata all'esperienza fisica più che razionale, al senso più che al significato. Ma perché si distingue tra arte e non-arte? Sembra che la distinzione sia ancora fondata sul libero arbitrio: viene detta arte un'opera composta volontariamente dall'artista e che egli chiama “arte”, mentre è non-arte un oggetto prodotto da un uomo che non definisce la sua opera “arte”. Tuttavia capita spesso che un oggetto che non è detto arte evochi in noi emozioni molto forti, abbia un'espressività molto più forte di quella di molte opere che stanno nei musei. È questa arte? Stando alla convinzione che le opere di ogni uomo sono tutte necessariamente perfette in sé, allora essa è arte ed è arte ogni opera dell'uomo. Perché questa concezione desta scandalo ancora oggi?
Erano ancora gli inizi del novecento quando Duchamp iniziò a
porre nei musei gli oggetti della vita comune e quando i futuristi auspicavano
l'eliminazione dei musei. Eppure ancora oggi sono presenti nei musei opere
che vogliono essere “intellettuali”, vogliono “elevare lo
spirito”, vogliono “suscitare emozioni”, vogliono “essere
lodate per la bravura dell'artista”. Sono questi dei fantasmi? Come possiamo
escludere oggi dai musei tutta la produzione che viene detta non-artistica?
Come dirla ancora non-artistica? Forse manca all'arte un altro passo perché muoia
davvero e si dissolva nella vita? Il processo di avvicinamento alla realtà deve
forse ancora compiersi?
Le obiezioni a questi quesiti solitamente tendono a mostrare che non
tutte le opere sono espressive, che non tutte suscitano emozioni e che
quindi non
tutte sono “arte”. Ma come non notare che la comunicazione quotidiana
di ogni uomo, ma anche di ogni animale, fiore o pietra nell'universo, induce
emozioni, produce senso, è fortemente espressiva, e volontariamente,
più di quanto non lo sia un'opera in un museo? Una lettera d'amore,
un insulto di un amico, un bacio, una semplice conversazione con uno sconosciuto
che suscita in noi interesse, la visione di un animale esotico durante un viaggio
in Africa, l' esperienza di un pic nic in Francia, la visione di una donna
con un bambino in braccio...

L'arte riproduce ancora le manifestazioni della vita. Ma esclude dalla riproduzione quelle manifestazioni che sono contrarie alla morale preservatrice dell'ordine vigente: tutte le altre opere dell'uomo sono escluse perché la loro introduzione vorrebbe dire “tutto è bello”, tutto è da lodare, tutto è sacro, tutto è giusto. Se ogni museo dovesse contenere qualsiasi produzione di ogni uomo, la quale di per sé suscita emozione, allora i musei si allargherebbero lasciandoci contemplare il mondo come opera d'arte perfetta.
Esisterebbe un solo museo dove ogni azione non potrebbe essere punita poiché sarebbe ritenuta necessaria e quindi non cattiva. Un mondo in cui ogni oggetto sarebbe amato soltanto perché esistente e in cui l'odio per l'altro uomo non avrebbe posto. Un mondo in cui ogni uomo potrebbe vendere all'altro la propria riproduzione della vita, un quadro, una scultura, uno spettacolo, ma queste riproduzioni sul mercato sarebbero infinitamente maggiori e non più lodate di altre manifestazioni vitali. Un mondo in cui ci si sposterebbe da un posto ad un altro lontano più per godere della visione di una donna che per contemplare un' opera d'arte sempre inferiore a quella.
L'accumulazione di forti esperienze vitali prevarrebbe sulla volontà di accumulazione di esperienze estetiche. In fondo l'esperienza estetica è da noi cercata in quanto ci fa vivere un'esperienza incivile che noi non potremmo vivere nella società in cui viviamo. Questa caratteristica della fruizione artistica ci mostra l'arte in quanto processo di avvicinamento all'oggetto, e quindi alla vita, ma ci mostra anche l'arte in quanto ostacolo al raggiungimento di quello. Se l'artista evita di svolgere un'azione incivile nella sua società e fa svolgere quell'azione al suo personaggio, allora il sistema vigente è preservato grazie alla presenza dell'arte.
Questa doppia identità, sovversiva e conservatrice, dell'arte è sempre stata presente nella storia della civiltà. Alla paura di Platone di introdurre la poesia, sovvertitrice degli animi e dell'ordine, nella sua Repubblica, fa eco la necessità della tragedia come evento catartico, liberatorio delle emozioni e valvola di sfogo, teorizzata da Aristotele. Il disagio che la civiltà non può eliminare a causa del suo vivere civile confluisce nell'arte. Per questo motivo i governanti di ogni regione e di ogni stato non eliminano la produzione artistica, ma allo stesso tempo ne limitano la libertà per il pericolo determinato dal suo aspetto sovversivo. In questo modo ad una imposizione di tiepidezza all'arte corrisponde nella società un piccolo grado di delinquenza corrispondente all'arte non espressa.