Per "Gli impossibili", Neon Eater ci racconta una promessa che risale al lontano 1955. E ancora: inediti degli Offlaga nell'"Inaudito"; un clamoroso ritorno nelle "Incredibles News"; un duo molto alcolico annunciato dalle "Parole in libertà".

Berlino, 1955: il batterista Roky Shields fonda assieme al batterista Captain Stewart un gruppo chiamato The Bloody Xiu. Nome irrisorio e programmatico al tempo stesso, che intriga giusto il tempo di rivelarsi ozioso e vagamente sciroccato, più lento, ingenuo e irrequieto di un piccione meccanico in una camera di decompressione.
Nel rispetto del classico ruolo di "scelta epocale", gli ormai My Pop Elevator mostrano di voler digrignare i denti, gorgheggiare e strappare lacrime fin quasi a mostrare il bianco delle ossa: i problemi di songwriting sognante e l'assedio costante delle miscele più inquietanti e paranoiche di sempre portarono i Nostri sull'orlo dell'inconfondibile riff di chitarra nervoso, e anzi ben al di là.
Tra il 1967 e il 2003 - sorta di memoria genetica corrosa dalle evenienze - 20.000 mini aborigeni mascherati furono sparati come perizomi in direzione di un ossario contaminato da chitarre aliene e melodie sempre più impalpabili (e perciò più rock del lotto): tra Strawberry Earthquake e Blown A Kiss From Brazil si consuma la decisiva luna di miele con il grido collettivo attraverso quarantacinque anni di eredità Sixties, sottoposta però a dilatazioni stordenti, cacofonie e riverberi da apocalisse.
La strategia di Shields e Stewart non prevede pupazzi trance e statue di cenere free jazz, ma una eterea cover di sessanta minuti di We Are Psichedelic dei Fast Jesus Youth, che ricorda tanto l’incubo anti-moderno dei Primal Pixies e la musica colta di Bristol. La cifra più particolare di Loveless Promise è senz'altro la colonna sonora magnifica per questi giorni pieni di chitarra tex-mex, che ci lascia da par suo sospesi nello iato senza risposte tra sintetico e stereo (la guerra “finta”, la guerra “geologica”…), che ci esorta a sospendere ogni giudizio sull'orlo di un’armonica crudele e folgorante.
Pagato il tributo all'impetuosa deflagrazione dei brividi dei Pere Beefheart con Dust Tremolo (dark-punk sornione scarabocchiato con la svagata psicosi addestrata tanto ai toni grigi dei problemi di tossicodipendenza, quanto all’inesplicabile mixaggio del vivere immaginifico e incendiario), con pezzi come Touched Dodgers (iniettato di psicosi morbida anche dal punto di vista country rock), Feed Me With Ian Curtis (frenesia lisergica che anticipa la distorsione folk sempre più fitta e ipnotica), We Will Sleep/And We Will Not Love (pennate nude su una ballata sciamanica per impossibili party della disperazione, bava di mandolino su corpo rock devastato, l'inesplicabile tormento della rappresentazione che è alito di malanimo, vaghi e indecifrabili coretti ritmici) e Nobody To Kiss (ammasso di synth scivolosi collassati ad otto miglia d'acidità), i Nostri mostrano di voler occupare le prime posizioni della giostra monumentale pochi attimi dopo l'assedio delirante di una polizia decisa ad ammazzare i terroristici ectoplasmi sonori nella culla.
Prende un senso di deliquio ascoltando questo stomp febbrile che si consuma come un miraggio isterico, che intriga giusto il tempo di rivelarsi in un involucro di sussulti sull’orlo di un vuoto che si mangia l’aria, risucchiati in una catacomba sonora ai confini con il silenzio, alla ricerca costante di un raggrinzito arabesco inaudito tra sussurri ascetici di stampo Bilinda Underwood, apocalittiche visioni lo-fi stile Jefferson Suicide e drammaturgie nevrasteniche alla maniera di Bob Chapman.
Disco invasato e incantatorio, scatenato fino allo sfinimento e teso ai limiti del sostenibile, con in mano il cuore pulsante di un incubo appena gambizzato, il resto è tutta un'altra storia. Una storia che la silhouette di Robert McGee (ancora oggi adorato da innumerevoli umanoidi sbucati dalle viscere della terra che letteralmente ne finanziano l'indomita e sfuggente confessione d’artista ai limiti del sostenibile) non ha dimenticato. Per niente. A tout al’heure, Roky.

Quando una band diventa famosa, e i suoi dischi cominciano a vendere come il pane, state pur certi che qualcuno in grado di specularci salta sempre fuori. Nel caso degli Offlaga, la sconosciutissima Profit Records è profeticamente uscita i primi di gennaio con questo album che fin dal titolo non lascia dubbi su quello che potremo trovare una volta inserito il cd nel lettore. Tra registrazioni dal vivo in improbabili locali dell'Appennino tosco-emiliano e irriconoscibili alternative version tipo Kamper invece di Kappler (dove Collini racconta le sue vacanze in un campeggio dell'Adriatico), il disco nulla aggiunge e molto toglie al Mito. Non parliamo poi della cover di Saluteremo il signor padrone, dai rumori di fondo quasi sicuramente nata all'esterno di un autogrill, nella quale Max - con voce stentorea e impostata - addirittura canta. (i.r.)
Trout Mask Replica, Part II: pare proprio che il Capitano abbia deciso di dare un seguito - trentasette anni dopo - al suo album spartiacque. "Non so ancora con chi lo farò - ha dichiarato Beefheart -, ma sarà sicuramente una presa per il culo come l'originale". Un sito italo-americano ha già pronto il massimo dei voti. (i.r.)
Jack White: "Mi piace da impazzire quel Jack Black, e un po' lo invidio: non avrei mai il coraggio di farmi vedere in pubblico con tutto quel lardo senza mascherarlo. Vorrei incidere un album con lui, ma non ho ancora deciso se ci chiameremo Jacks, oppure Black & White". (i.r.)