"Laiv" di Neon Eater ci propone l'imperdibile concerto bolognese (con lo slippino di latex) del mostro sacro Nick Beck. Per gli Impossibili: l'album dei Brut Party uscito durante la Grande Guerra. E poi, Inaudito: il progetto benefico di Aiuola Dischi "Adotta un nonno", Sufjan & Garfunkel sulle orme di Simon & Garfunkel; Incredibles News, nuovo cantante per quel che resta dei Queen, proposta inaccettabile di Mick Jagger per il disco natalizio di Sir Bob Geldof; Robbie Williams e Michael Stipe a Parole in libertà.
Dicesi "Performance lunare di un'intensità accecante" un evento che si ripete ogni 22 anni da Hollywood a Bologna. Accade quando Nick Beck, sorgendo dalle nebbie danzerecce di timeless ballads sincopate ripescate oculatamente dai suoi lavori en travestì, si esibisce in versione "slippino in latex" con una formazione ridotta dei Liars On Mars che sono l’ennesimo calcio in faccia a chi sottovalutava l'invidiabile svacco dei giornali radio tedeschi.
Al di là di questa ortodossa dicotomia, la spiazzante positiva impressione di un qualsivoglia parallelo è stata di un metodico ribaltamento del mood primigenio dal punto di vista strettamente sonico, nel senso che essere presenti a questa serata si traduce nella fisicità assieme stentorea e minacciosa di un paradossale apice di materia palpitante: ben 16 le batterie sul palco! 7 ore di percussioni di pelli tumultuose e urla senza enfasi techno né sbrodolamenti electro e da subito si penetra in una giungla suburbana: il corpo di una diciottenne di nome Niobe Sclavonous se ne sta sparpagliato per tutta la grande sala, un pubblico sovraeccitato di sedicenni orfani si abbandona al ballo scellerato, mentre il Benigni dei bei tempi, seduto al pianoforte sgangherato con la maschera di piume immancabilmente sulle ventitré, è impegnato in un call and response senza sosta con Fatur, un ossuto mingherlino dalla folta chioma che, ciondolando sulla console, fornisce nuova linfa alla follia degli astanti... Fly Fly, The Devil's Haircut's Into My Arms - Glitch Glitch!
Richiamato a gran voce dall'audience bollente e dall'esplosione di un proiettile tra i presenti armati, ecco Nick, lo sciamano con il cappello di stelle, avventarsi sul palco fra detriti noise ed effluvi di elettronica dronata, con la gracilità spigolosa di chi ha appena tolto, non senza un pizzico di ironia, un piede dalla fossa, lo sguardo un po’ poliedrico un po’ cibernetico da figlio indiavolato di Sly Flynt e soprattutto quel corpo esistenziale e destrutturato da far invidia all'Elephant Man degli anni Cinquanta.
Il pubblico apprezza e va a raggiungerlo sotto il palco per un contatto fisico diretto con l'illusione che si abbevera alla fonte del post-rock, tra battiti hip hop e convulsioni funk, ritmi abrasivi e strali sonici, feedback soul e drones avant bossa, danze radicali per teste pe(n)santi in un teso, deciso, febbrile "divertiamoci a 18 anni". Il ballerino dei Lucy Goes To Montana, in preda ai suoi fatidici sconvolti deliri espressivi, guida questo convoglio ebbro, vacuo e caracollante, i fedeli gregari adrenalinici in tuta antiradiazioni incidono l'eco dello sparo tintinnando scodelle e bicchieri nelle trame I-Tunes più riuscite, specie Broken Pollution, The Mercy Room Is On The Broom e Wipe That Loser, le vere hit del nuovo corso Metal: qui stasera c'è un obiettivo preciso, ed è fare festa, incendiare Guero, il cane dei Liars On Mars, per surriscaldarsi, imbastire un sabba di quintessenziale beckianità.
Si balla e si canta come testuggini quindi, a eccezione del corpo cianotico di Niobe che brucia come non mai durante una versione fluviale (due ore e via, a spanna) di Mixed Stone. Pazienza, diciotto anni passano presto in un'epoca di fear and loathing come questa.
A Bologna Beck ci è apparso comunque scimmione e artista estremamente scoraggiato, feroce, positivo, e a suo modo pacificato a una cerimonia primitiva come a un rave meticcio privato, capace già dopo i primi tre-quattro brani di schiodare dalle sedie (post)moderne tre quarti dei sedicenni, ben felici di farsi trascinare a metà fra il sogno e l'incubo. Né di più, né di meno.
Ci risiamo. A ridosso dei clamorosi trionfi di Bloc Park e Franz Art, ecco farsi largo un'altra giovane formazione che mette in bella copia quanto udito nei primi anni Ottanta in Austria e strizza l'occhio al sound tipico della no wave di Leeds. I Brut Party, Michael Kane (voce e chitarra), Paul Burulcich (chitarra e voce), Jacqueline Kapranos (voce e basso) e David Conway (basso e voce), sono un combo scozzese di Newcastle di quattro elementi anarchici e irriverenti, giunto alla prima prova discografica dopo un paio di fortunati singoli usciti alla fine del 1914. L’intro di She’s Hearing Less And Less (50 minuti di sonorità dream punk sparate a palla tra primissimi U2 e certo indie pop à la Duran Duran), affidata a sola voce e headbang, richiama subito alla memoria i conterranei Belle and Ferdinand, ma si cambia subito tono nella straziante ballad Rusted Walls Of Matinee, con un basso smaccatamente Tears For Cure che ci conduce verso un brano nella migliore tradizione indie d’oltremanica, A Million Arms Around My Night, ritmo sincopato di chitarre rabbiose e testo very british, abbastanza perché Frank E. Smith dei Gang Of Heads s’incazzi un po’.
L’abbondanza quasi nietzscheana di carburante fa però ingolfare il meccanismo, al punto che già dopo pochi pezzi senz’altro belli e maledetti, il loro omonimo disco d’esordio sembra un Frankenstein incapace di reggersi in piedi, sepolto da una cifra stilistica nauseante che raccoglie il passato contestualizzandolo e aprendo la strada a chitarre ispide a orologeria, tempi retoricissimi in levare, elettricità liquida, basso incalzante e onnipresente, soli spastici e ipertrofici (di scuola Jarvis Foxx). Per non dire di quella Amanda che è pura devozione Mark Black (dal grattugiamento divertente e dancereccio di chitarra al corettino sornione e sordido della bassista Jacqueline). Tutto, in The Golden Cup Of Coffee, è un continuo rimando alla libidine platonica della musica inglese fatta con chitarre agrodolci, basso a 24 carati, batteria emul glam e una tastiera diagonale.
Alla lunga però sfugge l’identità complessiva del progetto. Anche se, attenzione, qui c’è tutto quello di cui avete bisogno: i Sixties, rappresentati dallo spudorato supermarket-style in metallo, i Seventies dalla magniloquenza revival che si riduce all’urgenza di vestirsi in camicia e cravatta working class, gli Eighties dalla memoria squisitamente ludica di matrice dance, i Nineties dalla cicca nella birra squisitamente pop-wave che ricorda il disco giusto al momento giusto dello Strummer malato in perfetto stile dark. Oppure, enjoy anche questa volta, e avanti il prossimo. Non ci sembra affatto poco. (5.2/10)

Dopo l'exploit di Marta sui Tubi (il duetto con Bobby Solo in Via Dante nell'ultimo C'è gente che deve dormire), si è aperta una sorta di gara tra le etichette indie, obiettivo una compilation nella quale band con nomi di donna duettassero con arzilli nonnetti della musica leggera italiana. La gara è stata vinta da Aiuola Dischi, che si è catapultata nei negozi con questo Adotta un nonno, sottotitolo Meglio tardi che Mei (che non c'entra un cazzo, ma spezza una lancia a favore della protesta dei Perturbazione nei confronti delle scelte generaliste prese dai vertici del meeting di Faenza). Tra le sigle coinvolte nel progetto, il cui ricavato sarà devoluto alla residenza per cantanti in pensione "Casetta in Canada", si segnalano: Valentina dorme con Jimmy Fontana per l'inesorabilmente platonica The World, cover in inglese de Il mondo; Maisie & Piero Focaccia (Alberto Scotti ha dichiarato: "Non so niente di lui, ma il suo cognome è una garanzia") in Stessa spiaggia stesso mare; Non voglio che Clara + Mal con una versione evocativa e rallentatissima di Betty Blu. (i.r.)

Dando ragione a chi ha visto in lui il vero, unico erede di Paul Simon, nei ritagli di tempo lasciatigli dalla sua attività di "turista per caso" Sufjan Stevens ha inciso un disco con Art Garfunkel, l'altra metà del celeberrimo duo. Un concept album geografico, si potrebbe dire, e del resto basta scorrere la lista dei brani: dalla title track America a Bleeker Street, da The 59th Street Bridge Song a The Only Living Boy in New York, Sufjan & Garfunkel ripercorrono le piste tracciate "coast to coast" dalla coppia, più volte scoppiata e ricomposta, di Bridge Over Troubled Water. E per il gran finale, My Little Town, Stevens ha chiamato Simon in persona, insieme a James Garfunkel, figlio di Art, e agli immancabili Everly Brothers. (i.r.)
Licenziato Paul Rodgers ("Ci siamo resi conto che a noi non serviva un cantante", ha spiegato Brian May), quel che è rimasto dei Queen ha deciso di sostituire l'ex vocalist dei Free con Justin Hawkins dei Darkness: "Paul non ha mai accettato di indossare le tutine di Freddie Mercury, mentre Justin non vede l'ora", ha aggiunto Roger Taylor. Sdegnoso silenzio da parte di John Deacon, da sempre contrario a speculazioni nel nome della "Regina". (i.r.)
L'uscita di What I Really Want For Christmas, l'album natalizio di Brian Wilson, ha inoculato una pulce nell'orecchio di Sir Bob Geldof, che ha subito messo in cantiere un analogo progetto, a sostegno dei bambini poveri della Lapponia. Dopo aver ottenuto il sì convinto di Bono e Paul McCartney, primo intoppo quando l'ex Boomtown Rats si è rivolto ai Rolling Stones: Mick Jagger non gli ha detto di no, ma ha proposto al malcapitato Bob una versione, riveduta e corretta, di un antico hit delle "Pietre", reintitolato Sympathy For The Lord. (i.r.)
Michael Stipe: "Non sono mai stato così imbarazzato in vita mia. Ero lì, vestito da pappagallo, pronto per andare al party del mio amico ... (la legge sulla privacy ci ha obbligato a cancellare da questa rubrica il nome e anche il cognome dell'amico di Stipe, N.d.R.), quando mi ha preso fuoco la casa. Vaglielo a spiegare a quel pompiere, conciato com'ero, che non si trattava di una scusa. Lasciamo perdere poi quando quello stronzo ha cominciato a cantare Light My Fire...". (i.r.)
Robbie Williams: "Una dichiarazione dopo aver vinto l'Mtv Europe Music Awards come miglior cantante? Io dico sempre: non sono queste le cose importanti. Comunque ho dimostrato a tutti che sono tornato, e a chi non credeva in me, che l'infortunio al ginocchio è solo un brutto ricordo. Dedico questa vittoria a una famosa pornostar morta la scorsa settimana di Aids e a Maradona, che prima di dimagrire è stato trattato molto male dai media. E adesso torno in silenzio stampa". (i.r.)