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Cose dell'Altro Mondo

a cura di Ivano Rebustini
Fotomontaggio a cura di N.Senada
INTER-VISTI
Devendra Stevens, vent’anni da vagabondo
di Neon Eater
Insondabile domestico dal passato trash metal, terrorista folk stralunato, moderno trovatore elettronico, Devendra Stevens, noto anche come Lesser Sand, festeggia i vent'anni da vagabondo in giro per i 157 deserti major americani. Padrone di uno stile variopinto e cialtrone che abbraccia tanto i vini delle periferie quanto le nuove bucce di banana in stile Broadway, Devendra ci racconterà di sé, nel più scapestrato e cialtrone dei modi che conosce...

- Come ti senti in Italia, Devendra?
Mi sento ispirato dallo strafamoso ghetto gay di Venezia. (risata). È economico veramente.

- Soltanto ora il tuo nome comincia a circolare grazie ai videogiochi country, gospel, spiritual. Tuttavia molti ancora non sanno minimamente chi sei, sei sorpreso?
(ride) Il mio nome è Devendra Stevens, che potrebbe suonare come dei “basement tapes” con timbri molto “artificiali”; i miei genitori suonavano nei Napalm Death quando mi hanno dato questo nome. Sono nato durante una tournée a Napoli, in uno scantinato stupefacente. Ecco perché ho riesumato la sigla.

- Che significato ha per te il nick Lesser Sand?
Il nick è grossomodo legato alle prime cassette drum’n’bass di Checkov e Calvino, voleva dire “qualcuno viene con una spada nel nostro covo” (risata). Suona un po’ complicato ascoltato al contrario.

- Come ti senti a suonare un promettente lanciafiamme domestico a un rave party?
(risate) Quando è morto Nick Cash, ho iniziato a scrivere molte canzoni assieme a sua moglie Dolly Faheye, c’era alcool dappertutto. Comunque non posso negare che il vostro Paese è molto triste. Stai sotto i cinque dollari, hai mai sentito una cicala di nome Soma?

- L’ho scaricata da Internet…
Bene, non ho nulla in contrario al downloading socio-climatico e sono contento che tu abbia storie da raccontare attraverso i pantaloni di mio padre. Personalmente grazie al Vix Vaporub ho potuto approdare a una sperimentazione travolgente in Finlandia, a registrare il nuovo album insieme a mia figlia come un homeless a 43 gradi sotto zero, è stato un test affascinate. Da un polo all'altro polo correndo troppo veloce, mi piace! Voglio proprio dare il meglio di me, sono confuso e ubriaco eppure a mio agio con le sommatorie teletrasportatrici.

- C'è troppa roba che ti circonda? Che emozioni ti da?
Madre natura ha nutrito la mia gola con patate fritte fat-free, salsa alla puttanesca e lamette da barba per tenere il palato pulito… Penso che se consideriamo l’estetica in modo troppo etico, saremmo frustrati dal principio. Voglio godere della mia vita privata.

- Non pensi che l'adolescenza in Venezuela e il passato gotico abbiano qualcosa in comune? Ilpo Veloso degli Arcade Rev in un'intervista mi ha detto che sente un bisogno fisiologico di far lavorare quel vecchio cazzone di Sammy Dylan per negare che il music business è come un fiume, per rilassarsi…
Mmm, quando lui morirà mi mancherà molto (risate). Se la prende troppo per le cose e questo si riflette anche nei suoi figli un po’ tristi. Che uomo fortunato è!

- Ci sono delle vere e proprie ossessioni nella tua vita elecktroclash, questo è risaputo. Una tua dichiarata è far arrabbiare gli asini con gravidanze impreviste quando si stanno rilassando e hanno amore libero per un lungo, lungo tempo…
Quando il mondo esterno è in ordine, c’è bisogno di un terrorista musulmano del feedback che rompa gli schemi (ride). Quando gli Oval Yes (Kid O’Rourke e Benjamin Zorn) cercano nuovi tunes di glichtronica in 7/8 o 5/4 o 12/8, c’è bisogno di un metallaro infame con i capelli lunghi che abbraccia Steve Reich onorato e sbigottito!

- Qual è il prezzo da pagare per 300 ore di autodistruzione insieme a Iggy Drake nell’isola deserta?
Erano in una setta religiosa guidata da un gondoliere venuto dall’indonesia chiamato Caetano Convertino. Mi disse che conosceva Satana e ora danza nudo per mettermi a mio agio. Queste sono le session ideali per i miei effetti dal vivo con un sacco di “musical sketches” all'arrabbiata, del tipo “Hey! ho avvertito un brutto presagio, sbattici pure quello dai…”.

- Cambiando discorso, a proposito di freddezza: che ne pensi del mistero nel cuore della cultura americana?
Questo è il problema che ho ora! Devi soltanto metterti in testa il giusto taglio di capelli da ventenne del terzo mondo e con un folle piano per fare installazioni disgustose di pesca a Maple River sei a cavallo. È superlativo (risata)!

 

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LOW STORY
Polly Chan Esselink, la gatta randagia del Dorset
di Neon Eater

Polly Chan, gatta randagia del Dorset alla conquista di un negozio di cover di Amsterdam. Una carriera iniziata per gioco e dal vivo, subendo violenze sessuali o percosse tout court, un lento lamento funebre a passo di valzer, che l'ha portata dagli scomodi paragoni con Diamanda Germano e Siouxsie Smith al lungo girovagare per la bucolica New York. Tra atmosfere cupe e vinili prepotenti, ballate mortifere e nastri scollacciati. Ecco a voi un piccolo (ma per noi grande, grandioso) sconquasso ovarico pienamente convincente.

È stata generosamente ribattezzata "The Collage Mother Of Indie Love". Ma lei, Polly Chan da Taiwan, ha avuto anche l'ardore di replicare: "Don't You Want To Be Free?". La spavalderia bassocentrica non può però nascondere ciò che è evidente alle orecchie di tutti: una cantante di pop commerciale in stile Dirty Attack in versione dada, accompagnata da video con violini attillati, stivaloni in loop e falsa sensualità finto sado-maso in salsa robotica. Specie nel timbro della voce, scuro, ubriaco, intenso, sonnacchioso, piegato dalla violenza viscerale delle emozioni. Uno stile che attinge alla storia del rock e del blues, frutto di una sapiente opera di Cut & Paste, ma con un'impronta personale, questa sì, particolarmente marcata. Per sfondare, però, ha avuto bisogno di saliscendi ritmici che possono far piangere, di stupiti trasalimenti e divertenti ritornelli appena abbozzati, tenuti insieme da un cul de sac promettente.

Al termine di un lungo girovagare per i luoghi comuni del suono lo-fi, l’ex riot girl approda nel sottobosco bohémien di Weymouth, dove ha occasione di indossare la propria esilità deliberatamente monca come un grimaldello. Rossetti scarlatti home made, un campionatore glam tra le ginocchia, riff zampettanti dal sarcasmo uterino, mascheroni da leopardo folk, sonorità (anti)jazz ficcanti, tute mozzafiato post-moderniste, coretti di fanciulli-fantasma, gonne in finta pelle di dark lady e boa di piume a otto tracce l'hanno accompagnata a lungo nei suoi teatrali karaoke, consacrandola femme fatale del side-project d'oltremanica. Le cose che cambiano la vita a volte capitano come in un film porno, o perlomeno ci illudiamo che sia così tra barlumi di felicità e macerie di una radio impazzita.

Polly Chan Esselink, una riccia rossa ragazza di campagna, figlia di un musicista itinerante sulle orme dei poeti maledetti di Hong Kong, è andata alla consueta asta dove solitamente si rifornisce di grugniti di watt in slow motion e sottili tocchi sonici, prendendo a prestito qualcosa dal blues e dal country, ma quel giorno la vendita all'incanto sembra non portare a nulla di profittevole: molti dei ritratti sono già presenti in catalogo e per giunta i prezzi sono troppo alti. Sta per tornarsene a casa con la coda tra le gambe, quando lo speaker propone all’annoiato pubblico un acquerello di fantasmi sfacciati e fiori del male. Polly alza la mano con lo scazzo di colei che svolge un cruento cerimoniale d’autoflagellazione e (dopo un mese passato a dimenticare i "cheap tricks" e le furberie assortite) nessuno rilancia l’offerta e l’aggeggio - voilà - è nelle sue mani. Quella sera stessa, in un fumoso cabaret di Kingsport Town, inizia a suonare il flauto psichedelico di Captain Beefheart e, nel giro di trentun lunghi anni, è già pronto un un biglietto aereo per il Mount Florida e così – bingo! – comincia una carriera discografica atipica, corredata di dozzine di clacson che sembrano attaccati col nastro adesivo tra il 2003 e il 2004, tra breakbeat accattivanti e mugolii free, "oddities" del rock e punk triturato e villano à la Morricone, collezionismo da ferrovia anni ’50 e creatività in salsa tex-mex.

Nel 1992 pubblica il suo primo caso discografico dell'anno, Dry Pix, diviso tra agili ballate stile "bluesy-girl" e trasversali ipotesi di sonorità aliene. Armata di un glorioso atteggiamento "fai-da-te" e di un coraggio rarissimo da trovare nello stardom americano di oggi, Polly mostra a tutte le Exene Phair e Yoko O'Connor di questo mondo cosa sia veramente la discoteca zeppa di sano acidissimo pop retro-futurista. Resta tuttavia la sua timidezza cronica che la mette in difficoltà nei demo con quattro brani e getta abili sassolini nello stagno della malizia. Un melting pot di razze e culture bellissimo, scabro e inspiegabilmente soffice, attraversato da improvvisi e lancinanti preziosismi d’arrangiamento (alle sessions parteciparono nientepopodimeno che i Moon Legs sfarfallando latine frivolezze, chitarre noise e slide da backing band, fiati insolenti tipici dell'acid-jazz e tastiere vintage impegnate in intriganti accoppiamenti con saliscendi ritmici di seconda mano, stupiti trasalimenti e divertenti ritornelli abbozzati con mercuriale vocalità).

Trasferitasi nei Paesi Bassi e cambiata completamente la line-up dei demoni sessuali (ora dominata da Brian Simins e Damien Ellis, chitarra e batteria dei meravigliosi Beta Rodents che accettano immediatamente di unirsi all'ennesima effimera "next big thing"), torna in grande stile nel 1998 con uno dei corpi ancora soggiogati dalle "povere" stregonerie della scena indie di fine anni ’90, Swee-Na-Snag. Pura impurezza, snuff-movie di un'intimità sgranata, aperta al mondo, offerta alla (propria) corruzione. L'anima perduta della compositrice avvolta in orrido cellophane emerge nella ninna nanna sconnessa di lamenti, sussusurri e ululati distorti profondamente personali (à la Cornelius, per capirci).

Ma è nel 2003, con You Are My Donkey, che Polly perviene al suo classico "tentativo di ottenere soldi, potere e avanzamento sociale". Sbaglia chi teme di trovare nella produzione apertamente "bisex" di Adam Albini (Queen Of The Flower Power Age, Flood Fighters, Devo Matto) un'apoteosi di affreschi di modernariato hard-rock, proposti a mo' di deja vu (in chiave sintetica) di una certa risata loungue, così come è vero che qualsiasi mugugno sghembo svanisce già dalle prime, sommesse, note di piano grunge di I Don't Blame Slow Jets. E anche le altre, smussate, collaborazioni non fanno altro che impreziosire le struggenti brume industriali della Esselink: sia Dave Waits (Sonic Club) alla batteria nei pezzi più periferici del disco, sia Warren Gallo (Gun Muses) a mestare nel torrido stantufando un lurido violino elettronico, ed Eddie Parish (Dirty Seeds) che, vizioso e annichilente come non mai, offre il suo sé femminino in un paio di brani, sono ospiti che sembrano entrare quasi timidamente, in punta di piedi, nel rispetto un sacrificio ingenuo che significa - in qualche perverso modo - vittoria. Ma la protagonista indiscussa non può essere che lei, la selvaggia baccante Polly: in queste canzoni la sua palpitante fumosità possiede un piglio morboso, uno slancio solenne, uno spessore liquido da inno generazionale blasfemo.

"Quando suono il moog in compagnia di una casalinga eroinomane mi vergogno di essere americana. La libertà che mi ha aiutato a trovare nuovi stimoli per teminare la torta minimalista nello studio di registrazione - racconta la cantautrice - , quella goccia di pioggia la sento vibrare sulle mie braccia e sul mio gatto, nelle ossa e nella gente che applaude, nel mio cuore religioso. E nella mente vedo un'aura magica e vagamente onirica e non è abbastanza cool. Così, quando mi metto al vibrafono a luci rosse, è quello che mi tengo dentro a farmi esprimere e cercare di comunicare queste colonne sonore per videogiochi, queste suonerie per cellulare, il mio carillon natalizio o il mio concetto di playback, insomma tutto quello che sento in quel momento". Il risultato è "splendidamente alienante". Un qualcosa che conosciamo da sempre, eppure non così swing e funky, che corre sul blu delle vene, strappa la pace dal cuore facendosi preliminare di un amplesso, nuovo organismo geneticamente modificato, il solito cut up delirante di un'adolescenza sconfitta. L'anima clownesca di Polly Chan tornerà a danzare, potete scommetterci.

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LAIV
Iggy Johnston and the Johnsons - Giardini del Pot Party (Ferrara, 29 giugno 1970)
di Neon Eater

Se c’è un artista pazzo che ha messo d’accordo la pancia grigia e logora dell'Elephant Man di turno e il Covo degli agostiniani immortali, convincendo la prima in virtù di una torta febbrile e conquistando il secondo grazie a duemila sigarette giornaliere, quell’artista è Iggy Johnston. Un musicista cresciuto sotto l’ala protettrice e intensa come poche di Marvin Cohen, ma ormai talmente invasato, paterno, schizzato, perennemente nudo, che raramente ci si rassegna alla sua ombra disegnata sul corpo ingombrante in preda a spasmi inarrestabili e ci si gode la bellezza scarna degli "scalmanati invasori di palco" di 35 anni.

Alle 14 in punto irrompono finalmente sul palco quei vecchiacci dei Johnsons, ovvero il pingue di turno Antony Johanson (drums), il calibratissimo Ron Johanson (guitar), il fastidioso Daniel Johanson (ex J.J. La Tengo) e quel pervertito di Iggy Johnston già su di giri e arrogante sotto la parrucca dai lunghi capelli brizzolati (decisamente spettinati) stampata sul volto pallido, che mette subito le cose in chiaro con uno spartito in bella vista sul leggìo fulminante e devastante. Certo, si mormora tra il pubblico, ha talmente tanti mega-schermi che sarebbe uno scandinavo a ricordarsi a memoria tutti gli episodi svedesi di "T.V. Eye", cui risponde una risata articolata in un beh tanto tra due anni sarà un sessantenne, capirai che talento. E poi, "caso discografico" dell’anno ci è comunque.

Il concerto, lungo a sufficienza - una quarantina di ore, per una durata complessiva vicina all'estetica nichilista - si snoda in due tranches: quattro-cinque ore di cover alla tastiera acustica tra plausi delle ragazzine di Melpignano e lacrime delle giapponesine Diao Diao, e 35 ore nudo con un buon paio di occhiali da sole a mimare una masturbazione davanti alla sinistra radical chic del 1969. E dunque pazienza. I quattro, diretti da un sorry entertainer che non proferisce parola con il pianoforte a coda e che raramente ha bisogno di attimi di sosta (se non per strimpellare mestamente una chitarra acustica, "fottere" con un Donkey che si spegne di perfezione, darsi in pasto agli stessi due accordi), ci hanno perforato gli occhi inquieti all'interno della celebre stanzetta nera.

Potremmo ricordare senza pietà i classicissimi ed immortali Not Afraid (pezzo nascosto parzialmente da clapping hands degli invitati), Casper The Little Doll, Genius Eye (con l'artista impegnato a tradurre i sussurri in uno stile in bilico tra femminee latitudini e intimismo espressivo in vibrato), Living Skull Pleasure, You Are My Dog, Now I Wanna Be Your Bird (eseguita sei volte, o quasi), Real Cool Joy, praticamente i primi due lavori quasi integrali, nulla invece da Life Without Raw.

Ciliegina sulla costola d'Adamo, i massicci pattern ritmici punk-garage preregistrati, i ricordi dolorosi con la voce da eunuco, le sei corde velvettiane incapsulate in plastica mettendoci tanto di firma, i pantaloni sdruciti per questioni di gradi centigradi, i nineties privati grondanti frustrazione e malessere suburbani che ammutoliscono - si spera - anche i crescendo vorticosi meno motivati. L’organizzazione è stata perfetta e quello dei Johnsons è un concerto rigorosamente gratuito e all'aperto, sincero e incorrotto, preceduto dalla leggenda (vera) di un talento invisibile, che tuttavia rischia, in una malattia mentale che divora l'arancia e la dà in pasto al pubblico, d'esser principio di fine mozzafiato, inizio di cristallizzazione della scaletta live, soffocante visione di un diavolo sempre attualissimo, un patto con un pubblico che comincia ad avere il coraggio e il desiderio di darlo via. Trattasi soltanto di citazioni estemporanee? Si scusi la bel lezza scarna della banalità, ma a vederlo all’opera "sotto le stelle" sembrerebbe proprio di sì. Nonostante tutto.

INAUDITO
Artisti vari - La Canzonissima dell’underground (Snowdonia, 2005)

Snowdonia una ne fa e cento ne pensa, poi di queste cento una ne fa e chissà come mai, sempre cento gliene restano da pensare. Dopo l’acclamato Zecchino d’oro dell’underground - bambini veri che (accompagnati da musicisti veri) hanno cantato canzoni vere per ascoltatori veri -, nel mirino dell’etichetta messinese è entrato uno dei carrozzoni musicali dell’Italia anni Sessanta-Settanta. Nella Canzonissima dell’underground tutto funziona come nello Zecchino snowdoniano, comprese le band coinvolte. Invece dei bambini, però, interpretano le canzoni - tutte scritte ex novo, con un intento vagamente parodiante - più o meno arzilli sopravvissuti dei tempi che furono. Per fare solo qualche esempio: Massimo Ranieri - insieme ai Blessed Child Opera - ci riprova con L’erba di casa mia, stesso titolo, ma cambia l’erba; Nicola Di Bari e i Mariposa intonano la toccante Tamarro suona più piano; la “doppia coppia” Wess-Dori Ghezzi e Alberto Scotti-Cinzia La Fauci esegue con trasporto Un porco e un’animella. Imperdibile. (i.r.)

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Malcolm McLaren - I Am The Walrus (Swindle Records, 2005)

Viaggia per i sessanta, ma qualche sfizio lo zietto dei Sex Pistols se lo concede ancora. Come questo album in cui una serie di band a denominazione di origine zoologica è stata invitata a coverizzare il folle brano dei Beatles. Da quel che è rimasto dei Byrds e degli Yardbirds agli Animals rimessi frettolosamente in piedi da Eric Burdon, ma anche ai vivissimi e vegetissimi Animal Collective, che l'hanno trasformato in una trasognata ballata nu folk, il tricheco di Lennon-McCartney rivive qui le nove vite dei gatti, non un brano di più, non uno di meno. E allora sarà un caso se la chicca del disco è la versione in arabo di Yusuf Islam, che per l'occasione ha ripreso il ripudiato nome d'arte di Cat Stevens? (i.r.)

Barbra Streisand - Streisand Sings Curtis (Cemetery / Sony, 2005)

Eravate rimasti a occhi aperti davanti alla copertina di In a Metal Mood: No More Mr. Nice Guy, l'album del '97 che vedeva il già decrepito crooner Pat Boone rifare (chiodomunito) Hendrix e Deep Purple, Led Zeppelin e AC/DC? Siete rimasti a orecchie aperte ascoltando il pupo canadese Paul Anka reinterpretare nel più puro Las Vegas style brani di Rem e Nirvana, Billy Idol e Soundgarden nell'ultimo Rock Swings? Ebbene, non avete visto e sentito niente: al cospetto di questa santa Barbra, quei due vecchiacci iconoclasti fanno la figura dei cioccolatai. In "Streisand Sings Curtis", con un atto di coraggio che non passerà inosservato, la nasuta Mina d'America sostituisce People con Disorder, Guilty con Wildernes s, No More Tears con Heart And Soul (in compagnia dei New Order). Ma era lecito aspettarsela, una cosa così, dall'attrice di "Pazza". (i.r.)

INCREDIBLES NEWS

Brian Eno ha acquistato una parrucca di capelli veri. In sé, sarebbe una notizia un po’ del cazzo, ma pare che Sua Installazione, dopo il ritorno al passato con l’album di canzoni Another Day OnEarth, abbia in mente un balzo all’indietro ben più sorprendente: un disco glam tutto di cover, prodotto nientepopodimenoché da David Bowie. Pezzo forte del disco, che vedrebbe ricomporsi - sia pure a ruoli invertiti: Bowie sopra, Eno sotto - il team di lavoro della cosiddetta “trilogia berlinese” del Duca Bianco, sarà 20th Century Boy di Marc Bolan, che i due canteranno insieme a Gary Glitter; i proventi del brano andranno a “CleanFeed”, il progetto di British Telecom che mira a rimuovere tutti i siti a contenuto prettamente pedopornografico dal network inglese. (i.r.)

Vasco Rossi e Gianluca Grignani starebbero lavorando in una comunità terapeutica dell'Appennino tosco-emiliano a un progetto in comune, un album intitolato Strascicati, curioso titolo che ironizza sulle caratteristiche vocali dei due - ehm - rocker. Per dare un tocco indie alla cosa, è stata chiesta la partecipazione alla title track ("Strascicati siamo noi/strascicati siete voi/strascicaaati") di Cristian "Bugo" Bugatti, che però ha rifiutato sdegnosamente: "Sarò anche strascicato, ma stronzo no". (i.r.)

Dieci anni dopo Tilt, Scott Walker starebbe lavorando al vero seguito del cupo album da molti ritenuto il capolavoro dell'ex Walker Brothers (nel '99 Mister Engel aveva realizzato la colonna sonora del film "Pola X", diretto dal regista francese Leos Carax). Poco o nulla si sa del disco, se non che il testo di un brano dovrebbe contenere la traduzione di un paio di versi del poeta italiano Dario Bellezza: "Chiamatemi così: pazzo, deserto testimone di un deserto da percorrere in una torrida estate". Voci non confermate parlano inoltre della possibile partecipazione di Roger Waters in uno o due pezzi. (i.r.)

PAROLE IN LIBERTÀ

Jón Thór Birgisson: “Og ég fæ blóðnasir En ég stend alltaf upp ég fæ blóðnasir En ég stend alltaf upp fæ blóðnasir En ég stend alltaf upp blóðnasir En ég stend alltaf upp En ég stend alltaf upp ég stend alltaf upp stend alltaf upp alltaf upp upp”. (i.r.)

Kate Bush: "Molti, in occasione del mio ritorno con Aerial, mi hanno chiesto il perché di questo lungo silenzio. Dodici anni non sono pochi, lo ammetto, e devo dire che di buoni motivi ne ho avuto più d'uno: stanchezza, nausea da star system, la voglia di crescere come si deve mio figlio Bertie. Volevo tornare già qualche tempo fa, però ho avuto paura di essere discriminata per il cognome che porto. Ma alla fine mi sono detta: dopo tutto non ti chiami Kate Blair". (i.r.)

Pete Doherty: "...sì, cioè... Kate no, voglio dire non credo... CAZZO HAI DA GUARDARMI COSÌ... scusa amico, scusa, io, io, io... hai da fumare? perché se non faccio subito un tiro potrei impazzire, qualcuno dice che pazzo lo sarei già, io li lascio parlare, una stronzata più una meno, cazzo vuoi che mi possano fare... aspetta, passami quella chitarra... sì, sì, dopo la rimettiamo dov'era, non crederai mica che la voglia rubare, questa non è la chitarra di Carl...". (i.r.)