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I "cosiddetti contemporanei" - Olga Neuwirth

di Daniele Follero
A 39 anni, ma con alle spalle già vent’anni di carriera, Olga Neuwirth appartiene alla più giovane generazione di compositori d’avanguardia. Cresciuta al fianco di gente come Luigi Nono e Pierre Boulez, la compositrice austriaca ha acquisito col tempo una concezione musicale “totale”, che spazia dal cinema al teatro musicale, per ritornare, sempre e comunque, al suono. In occasione della pubblicazione su cd del suo personale remake di Lost Highway di David Lynch, l’abbiamo intervistata.
Olga Neuwirth

I miei contemporanei - Intervista a Olga Neuwirth

 

Quando e come hai cominciato ad interessarti alla musica?

Sono praticamente cresciuta con la musica. Già molto piccola mi sedevo spesso sotto il pianoforte di mio padre: amavo ascoltarne le risonanze. Ho provato anche a studiare piano, ma non mi piaceva quella “macchina” e molto presto lo sostituii con la tromba. Avevo sette anni e volevo diventare un Miles Davis in versione femminile!

Hai composto molto per il cinema e il teatro. Qual è, invece,  il tuo rapporto con la musica strumentale?

Tutto ciò che faccio deriva dalla musica: ho spesso cercato di integrare diverse forme d’arte per “rompere” la rigidezza della “nuova musica”, nei tardi anni ’80, quando non era per nulla di moda utilizzare il video. Ma mi interessava ripensare le strutture musicali, le forme e il modo di presentarle attraverso le modalità percettive di un altro mezzo di comunicazione. Ora è diventato così comune usare il video nella composizione musicale che l’aspetto visivo è arrivato ad essere prevalente rispetto alla musica e la cosa mi interessa poco perché non rientra nelle mie intenzioni. Detto in parole povere, voglio produrre un vortice attraverso la musica e non attraverso il video. Perfino nel mio lavoro per Documenta 12, l’idea principale derivava dalla musica, dal mio essere prevalentemente una compositrice e dai problemi e le soluzioni che questo comporta: cosa hai nella testa, quanto tempo ci vuole a scrivere, ecc..

Hai dichiarato di essere stata influenzata da Luigi Nono. Vi siete mai incontrati?

Sì, l’ho incontrato nel 1988 e poi ancora l’anno seguente, ma, sfortunatamente era già molto malato. Nono mi ha influenzato molto, anche se non saprei dire qual è l’aspetto della sua personalità che mi ha colpito di più. Non riesco a distinguere la sua opera in diverse fasi, come molti musicologi vorrebbero fare, individuando sempre la maturità con la vecchiaia. Per me non esiste un “primo Nono” e un “ultimo Nono”: in lui è tutto sempre relazionato e questo è un aspetto delle sue opere che ho sempre ammirato molto.

Nono non è l’unico compositore con il quale hai collaborato o studiato. Il tuo nome è legato anche a musicisti del calibro di Pierre Boulez e Tristan Murail. In che maniera questi grandi nomi hanno influenzato il tuo lavoro?

Beh, prima di tutto c’è da dire che posso considerarmi per lo più una compositrice autodidatta. Vienna non aveva un ambiente molto vivace quando ero all’accademia e non era per nulla facile essere una studentessa in un ambiente prevalentemente maschile, per cui dovetti trovare la mia strada ascoltando e studiando a casa le partiture che affittavo alla Universal Edition. Fu così che Nono, Berio, Murail, Lachenmann, Varese e Ligeti, diventarono i miei eroi attraverso le loro partiture. Ero affascinata da come ognuno di loro provava a trasformare il linguaggio musicale o da come alcuni di loro sperimentavano l’elettronica per scoprire e creare nuovi “spazi” musicali.

Come è nata l’idea di un lavoro musicale su Lost Highway di David Lynch?

Amo i suoi film da quando avevo otto anni e sento molto vicino alla mia persona il suo modo di pensare e ciò che fa. Studiavo anche cinema prima di decidere di intraprendere la carriera di compositrice, per cui i film sono sempre stati nella mia mente. Quando, sfortunatamente, non andò in porto una collaborazione con Antonio Tabucchi per un lavoro sulla memoria, mi ritrovai a pensare di nuovo a un soggetto per una nuova pièce di teatro musicale che mi interessasse veramente. A quel punto Lynch mi è balzato alla mente e mi ha ispirato.

Sono passati otto anni dalla prima di Bahlamm Feast, il tuo esordio nel campo del teatro musicale. In che modo è cambiato da allora il tuo modo di comporre per il teatro?

Sarebbe troppo lungo e complesso da spiegare così rapidamente, ma forse la “cosa” più ovvia ed evidente è che sono meno ironica in quanto la vita e il music business hanno lasciato una traccia evidente su di me. Inoltre, senza dubbio, con il trascorrere del tempo si sviluppano più abilità e si prova a diventare sempre più professionali. Si accumulano diverse esperienze e tutte queste sembrano essere sempre più interconnesse.

Come detto in precedenza tu hai studiato con Murail, uno dei compositori più importanti nell’ambito della computer music. Che pensi di questo genere e che ruolo hanno i computer e le nuove tecnologie nella tua maniera di comporre?

La computer music è stata importante per me, ma al momento non me ne occupo tanto. Non voglio che il computer pensi e produca la mia musica attraverso programmi avanzati, né mi interessa scrivere musica utilizzando programmi di editing, perché penso che questo influenzi e condizioni il proprio modo di pensare. Da questo punto di vista sono un po’ all’antica (in molti sensi!) e scrivo ancora musica a mano, cosa che non piace per nulla agli editori! Mi interessano molto di più i musicisti che trasformano il sound attraverso i live electronics. Ma lo sforzo che ciò richiede, sia in termini di costi, sia di lavoro in studio renderebbe la realizzazione delle mie idee molto più difficile.

Olga Neuwirth

Qual è la tua idea riguardo alla popular music? Sei mai stata coinvolta in progetti che avessero in qualche modo a che fare con la cultura popular?

Sono sempre stata interessata alla pop art, ho arrangiato alcune canzoni di Klaus Nomi ed ho persino scritto una pop song nel 2004! Ma in fin dei conti, sono una compositrice nel senso “classico” del termine e sebbene questa categoria sia molto marginalizzata, al giorno d’oggi, dalla società, preferisco continuare a comporre in maniera tradizionale. Non mi piace mettere insieme tanti tipi di musica solo per essere più “popular”. Se è coerente, produce senso ed è interessante, autentica e intrigante, ogni tipo di musica può essere bella. Almeno, questa è la mia opinione.

Vieni da Vienna, la patria del cosiddetto “stile classico” e delle due famose “scuole di Vienna” (Haydn-Mozart-Beethoven e Shenberg-Berg-Webern). La storia musicale della tua città ti ha influenzato in qualche modo?

In realtà no. Sono cresciuta in campagna e sono stata a San Francisco prima di trasferirmi a Vienna. Ero sempre in giro in mezzo alla natura e nel mio villaggio le musiche che si ascoltavano nell’aria erano prevalentemente pop e folk. In casa però, la situazione era ben diversa, siccome mio padre era un pianista jazz e mio zio un musicologo e compositore.

Ti interessa l’Opera?

Dipende. Ammiro molto Purcell, Mozart e Verdi, se devo fare qualche nome così, su due piedi.

Pensi che la musica tonale possa ancora rappresentare una risorsa per i musicisti di oggi?

Non per me, visto e considerato che la vita è cambiata in maniera significativa dalla fine del XIX secolo. Credo sia lecito attingere dal linguaggio tonale, ma non certo con l’obiettivo di diventare più “accessibile” oppure di compiacere gli organizzatori o un pubblico che pensa che l’unica funzione della musica sia quella di rilassare e divertire.

Qual è il futuro di Olga Neuwirth?

Oddio, non sono un Messia, tantomeno di me stessa. Sono ancora triste per il fatto che il mio Rethinking Of Alban Berg’s Lulu (con il terzo atto riscritto e composto da me e ambientato a New York negli anni ’70) sia stato cancellato. A testimonianza, ancora una volta, che questo genere di musica sia sempre più marginalizzato e vittima di forti pregiudizi. Al momento sto scrivendo una partitura per un famoso regista austriaco e contemporaneamente sto arrangiando altre quattro canzoni di Nomi per il mio Song Circle-An Hommage a Klaus Nomi ed ho iniziato ad abbozzare un Concerto per Viola per Antoine Tameshtit. Come vedi sto attraversando differenti mondi. In più, l’anno prossimo compirò quarant’anni e in quell’occasione pubblicherò un libro con molte interviste e con testi miei e di altri autori che parlano di me, del mio lavoro e del mio pensiero a partire dal 1986. Dovrò rileggere molti di questi ed è un po’ spaventoso, in queste occasioni,  accorgersi di quanto già si è fatto riscoprendosi improvvisamente più vecchi! E’ come se fosse la mia personale “recherche du temps perdu”…