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I "cosiddetti contemporanei" - Cristina Zavalloni

di Daniele Follero
Cristina Zavalloni, bolognese, ha diviso la sua giovane ma già affermata carriera di cantante tra il jazz e la musica contemporanea. Definita da molti l’erede di Cathy Berberian, continua il suo incessante approccio sperimentale provando a mettere d’accordo Monteverdi e Andriessen, Berio e Rossini. Dopo tante monografie dedicate ai “cosiddetti” contemporanei, proviamo a fare il punto della situazione interrogando una grande interprete sul suo rapporto con la musica del Novecento.
Cristina Zavalloni

I miei contemporanei - Intervista a Cristina Zavalloni

 

Il jazz e la musica contemporanea hanno accompagnato praticamente tutta la tua carriera artistica. Con quale delle due musiche hai cominciato?

Con il jazz. La passione per la musica classica moderna è venuta dopo, mentre studiavo canto e composizione in Conservatorio.

Come è nata la tua passione per il canto?

Sono cresciuta con un padre musicista, ho sempre cantato, da che ho memoria. Ripeto spesso che credo di avere imparato prima a cantare poi a parlare! La decisione di fare la cantante a livello professionale e mettermi a studiare sul serio, però, è venuta verso la fine del liceo linguistico e l’ho messa in pratica dopo il conseguimento della maturità.

Cosa ti ha avvicinato ai compositori "cosiddetti" contemporanei?

La curiosità per il nuovo e una forte fascinazione per il suono moderno: a livello armonico, melodico, ritmico. Inoltre la disponibilità, per molti anni, a mettere il mio strumento (la voce) a disposizione della loro ricerca compositiva: è un “usarsi” reciproco, un interesse vicendevole.

Nel 1997 hai debuttato nell'opera con La Scala Di Seta di Rossini, ma il genere (mi riferisco all'opera dell'800, quella da repertorio) non sembra coinvolgerti più di tanto. È solo un' impressione?

Non è un’impressione: l’Opera dell’Ottocento, il melodramma tradizionale, non è il repertorio che sento a me congeniale. Mi trovo più a mio agio nei lavori moderni oppure, come mi sta capitando sempre più spesso negli ultimi tempi, nelle opere barocche, nella musica antica, Monteverdi in primis.

Il compositore olandese Louis Andriessen rappresenta senza dubbio un personaggio importante nel tuo percorso di musicista. Cosa vi lega artisticamente?

Curiosità, apertura, senso dell’umorismo, amore per il jazz e l’improvvisazione, sudditanza assoluta alla musica, “da servire e non da usare”, un certo gusto tagliente per le virate improvvise, in musica e non. Per il resto siamo molto diversi e abbiamo imparato a conoscerci lentamente, negli anni. Io apprendo tanto da lui e forse anche lui è stato ispirato da alcuni tratti del mio temperamento tipicamente italiani: la teatralità, la resa drammatica della narrazione, il racconto.

Qualcuno ti ha paragonata a Cathy Berberian, soprattutto per l'uso plastico che fai della voce, l'ironia che riesci ad esprimere anche nella più profonda drammaticità e per la capacità di adattare la voce a stili molto differenti tra loro. Personalmente sono d'accordo con chi lo sostiene. In ogni caso, un’eredità pesante. Cosa ne pensi?

Sono lusingata da questo paragone ma sono talmente consapevole dell’enormità del talento di Cathy Berberian da non ritenerla affatto un’eredità pesante: semplicemente lei è lei e io sono io, ognuno è unico e irripetibile. Cercare di essere a pieno sè stessi è l’unica via possibile, sia nella vita che, a maggior ragione, nell’arte. La Berberian è stata un faro per me, un esempio da imitare, una meravigliosa fonte di ispirazione. Poi qualche anno fa mi è stato commissionato dal Teatro di Reggio Emilia uno lavoro per ricordarla nel 20° anniversario dalla scomparsa. Ne è nato lo spettacolo Con tutto il mio amore: un’esperienza catartica con la quale sento di averle tributato il mio omaggio più sentito.

Nel 1998 hai coperto il ruolo di Justine/Juliette (un personaggio a dir poco estremo) ne La Pasion Selon Sade di Sylvano Bussotti. Com'è andata?

Bene! Era la mia seconda produzione moderna, dopo il Pierrot Lunaire di Schoenberg. Grazie all’aiuto di un fantastico direttore musicale (poi diventato grande amico) come Claudio Lugo e alla preziosa regia di Roberto Valentino. È stata una bellissima esperienza che mi ha traghettato in un mondo che già desideravo frequentare.

Un’altra tua grande passione è la musica barocca. Di recente hai avuto un ruolo nell'Incoronazione di Poppea di Monteverdi, l'autore che in quell’ambito sembri prediligere in assoluto. Come riesci a mettere d'accordo Monteverdi, Berio, Rossini e il jazz, considerando anche le grandi differenze tecniche che ognuna di queste musiche comporta?

Dal punto di vista vocale, questa convivenza stilistica è possibile grazie ad una solida tecnica “belcantistica” che mi è stata insegnata dal cantante e insegnante Michelangelo Curti e ad uno studio quotidiano, che fa sì che io cerchi continuamente un modo tutto personale di muovermi in generi così diversi senza farmi male e cercando di non snaturarmi.

Ti sei cimentata in una miriade di interpretazioni di musica contemporanea spaziando da autori come De Falla, Ravel e Schoenberg, arrivando a sperimentatori come Berio e Dallapiccola. Esiste un compositore al quale sei particolarmente legata? Perchè?

A parte il legame affettivo con Andriessen, direi di no. Eseguo spesso Berio, perchè molta della sua musica fu scritta per la Berberian, con la quale ci sono forti affinità stilistiche e vocali di cui abbiamo già parlato. Ma non mi pare di poter individuare un legame privilegiato con un compositore specifico.

C'è, invece, un compositore di cui vorresti eseguire le musiche ma non l'hai ancora fatto?

Più d’uno. Purcell, ad esempio. Vorrei tanto cantare il ruolo di Didone nel Dido & Aeneas, ma mi attira molto anche La Voix Humaine di Poulenc.

La tua carriera discografica è cominciata con l'Open Quartet. Di cosa si tratta? Esiste ancora? Quali sono le formazioni musicali con le quali hai cantato e alle quali ti seni più legata? E un musicista in particolare?

L’Open Quartet è stato il mio primo gruppo, abbiamo lavorato insieme per molti anni, registrando tre cd. I componenti sono via via cambiati, tranne il fedelissimo Francesco Cusa alla batteria, che ha militato nel gruppo dagli esordi rimanendone sempre il pilastro principale. Open Quartet si è sciolto l’anno scorso, momentaneamente, per lasciare posto ad una nuova formazione con cui sto girando in questo periodo: è sempre un quartetto con Stefano De Bonis, Antonio Borghini e Gabriele Mirabassi e fa seguito ad un cd che ho appena realizzato per l’etichetta Egea dal titolo IDEA. Ogni formazione con cui ho lavorato in questi anni è stata un’occasione preziosa di crescita.

La tua carriera musicale, come anche i tuoi studi, sono molto legati alle musiche definite "colte". Qual'è, invece, il tuo rapporto con la popular music?

Ottimo. La pop(ular) music - quando è bella - mi piace, l’ambiente che la muove, lo show biz, meno. Comunque ho collaborato diverse volte a produzioni pop, anche se mai a mio nome, sempre ospite di altri musicisti.

Bologna, la tua città, nel recente passato ha avuto un ruolo molto importante sia per il jazz che per la musica contemporanea in Italia: realtà come Angelica, il Dams, spazi di studio e di espressione, sono nati in un clima di fermento e creatività che forse oggi sta un po' sfumando. Che ne pensi? Cosa ti sembra sia cambiato e cosa è rimasto più o meno uguale?

A rimanere immutato mi pare sia il pubblico che segue queste attività: il Dams continua ad essere un grande bacino di utenza, una fonte inesauribile di pubblico giovane, fresco, pieno di idee. A mutare sono state forse le ambizioni della città: tende sempre più ad ospitare i cosiddetti grandi eventi piuttosto che a sostenere la produzione locale, è più impegnata a garantire l’accesso in centro alle automobili che non a mettere a disposizione dei cittadini spazi di aggregazione culturale, è troppo esausta dal tentativo di salvare le casse del prestigioso Teatro Comunale - prosciugate da decenni di mala gestione - per potersi permettere di promuovere realtà musicali minori. Cerca di trasformarsi nella metropoli che non credo sarà mai, rischiando di perdere per strada il fascino e la poesia di una cittadina universitaria bella e a misura d’uomo. Ma non prendiamocela tanto con Bologna: questo è un andazzo che si respira un po’ ovunque. Dappertutto i cinema tendono a chiudere per trasformarsi in centri commerciali o appartamenti privati. Ci sono però preziose sacche di resistenza che ci lasciano fiduciosi, a Bologna per esempio la Cineteca, un ottimo modello di struttura efficiente guidata dall’intelligenza e dall’entusiasmo di persone competenti.