Cristina Zavalloni, bolognese, ha diviso la sua giovane ma già affermata carriera di cantante tra il jazz e la musica contemporanea. Definita da molti l’erede di Cathy Berberian, continua il suo incessante approccio sperimentale provando a mettere d’accordo Monteverdi e Andriessen, Berio e Rossini. Dopo tante monografie dedicate ai “cosiddetti” contemporanei, proviamo a fare il punto della situazione interrogando una grande interprete sul suo rapporto con la musica del Novecento.

Con il jazz. La passione per la musica classica moderna è venuta dopo, mentre studiavo canto e composizione in Conservatorio.
Sono cresciuta con un padre musicista, ho sempre cantato, da che ho memoria. Ripeto spesso che credo di avere imparato prima a cantare poi a parlare! La decisione di fare la cantante a livello professionale e mettermi a studiare sul serio, però, è venuta verso la fine del liceo linguistico e l’ho messa in pratica dopo il conseguimento della maturità.
La curiosità per il nuovo e una forte fascinazione per il suono moderno: a livello armonico, melodico, ritmico. Inoltre la disponibilità, per molti anni, a mettere il mio strumento (la voce) a disposizione della loro ricerca compositiva: è un “usarsi” reciproco, un interesse vicendevole.
Non è un’impressione: l’Opera dell’Ottocento, il melodramma tradizionale, non è il repertorio che sento a me congeniale. Mi trovo più a mio agio nei lavori moderni oppure, come mi sta capitando sempre più spesso negli ultimi tempi, nelle opere barocche, nella musica antica, Monteverdi in primis.
Curiosità, apertura, senso dell’umorismo, amore per il jazz e l’improvvisazione, sudditanza assoluta alla musica, “da servire e non da usare”, un certo gusto tagliente per le virate improvvise, in musica e non. Per il resto siamo molto diversi e abbiamo imparato a conoscerci lentamente, negli anni. Io apprendo tanto da lui e forse anche lui è stato ispirato da alcuni tratti del mio temperamento tipicamente italiani: la teatralità, la resa drammatica della narrazione, il racconto.
Sono lusingata da questo paragone ma sono talmente consapevole dell’enormità del talento di Cathy Berberian da non ritenerla affatto un’eredità pesante: semplicemente lei è lei e io sono io, ognuno è unico e irripetibile. Cercare di essere a pieno sè stessi è l’unica via possibile, sia nella vita che, a maggior ragione, nell’arte. La Berberian è stata un faro per me, un esempio da imitare, una meravigliosa fonte di ispirazione. Poi qualche anno fa mi è stato commissionato dal Teatro di Reggio Emilia uno lavoro per ricordarla nel 20° anniversario dalla scomparsa. Ne è nato lo spettacolo Con tutto il mio amore: un’esperienza catartica con la quale sento di averle tributato il mio omaggio più sentito.
Bene! Era la mia seconda produzione moderna, dopo il Pierrot Lunaire di Schoenberg. Grazie all’aiuto di un fantastico direttore musicale (poi diventato grande amico) come Claudio Lugo e alla preziosa regia di Roberto Valentino. È stata una bellissima esperienza che mi ha traghettato in un mondo che già desideravo frequentare.
Dal punto di vista vocale, questa convivenza stilistica è possibile grazie ad una solida tecnica “belcantistica” che mi è stata insegnata dal cantante e insegnante Michelangelo Curti e ad uno studio quotidiano, che fa sì che io cerchi continuamente un modo tutto personale di muovermi in generi così diversi senza farmi male e cercando di non snaturarmi.
A parte il legame affettivo con Andriessen, direi di no. Eseguo spesso Berio, perchè molta della sua musica fu scritta per la Berberian, con la quale ci sono forti affinità stilistiche e vocali di cui abbiamo già parlato. Ma non mi pare di poter individuare un legame privilegiato con un compositore specifico.
Più d’uno. Purcell, ad esempio. Vorrei tanto cantare il ruolo di Didone nel Dido & Aeneas, ma mi attira molto anche La Voix Humaine di Poulenc.
L’Open Quartet è stato il mio primo gruppo, abbiamo lavorato insieme per molti anni, registrando tre cd. I componenti sono via via cambiati, tranne il fedelissimo Francesco Cusa alla batteria, che ha militato nel gruppo dagli esordi rimanendone sempre il pilastro principale. Open Quartet si è sciolto l’anno scorso, momentaneamente, per lasciare posto ad una nuova formazione con cui sto girando in questo periodo: è sempre un quartetto con Stefano De Bonis, Antonio Borghini e Gabriele Mirabassi e fa seguito ad un cd che ho appena realizzato per l’etichetta Egea dal titolo IDEA. Ogni formazione con cui ho lavorato in questi anni è stata un’occasione preziosa di crescita.
Ottimo. La pop(ular) music - quando è bella - mi piace, l’ambiente che la muove, lo show biz, meno. Comunque ho collaborato diverse volte a produzioni pop, anche se mai a mio nome, sempre ospite di altri musicisti.
A rimanere immutato mi pare sia il pubblico che segue queste attività: il Dams continua ad essere un grande bacino di utenza, una fonte inesauribile di pubblico giovane, fresco, pieno di idee. A mutare sono state forse le ambizioni della città: tende sempre più ad ospitare i cosiddetti grandi eventi piuttosto che a sostenere la produzione locale, è più impegnata a garantire l’accesso in centro alle automobili che non a mettere a disposizione dei cittadini spazi di aggregazione culturale, è troppo esausta dal tentativo di salvare le casse del prestigioso Teatro Comunale - prosciugate da decenni di mala gestione - per potersi permettere di promuovere realtà musicali minori. Cerca di trasformarsi nella metropoli che non credo sarà mai, rischiando di perdere per strada il fascino e la poesia di una cittadina universitaria bella e a misura d’uomo. Ma non prendiamocela tanto con Bologna: questo è un andazzo che si respira un po’ ovunque. Dappertutto i cinema tendono a chiudere per trasformarsi in centri commerciali o appartamenti privati. Ci sono però preziose sacche di resistenza che ci lasciano fiduciosi, a Bologna per esempio la Cineteca, un ottimo modello di struttura efficiente guidata dall’intelligenza e dall’entusiasmo di persone competenti.