A cavallo tra il XIX e il XX secolo, in un’America ancora dipendente dalla cultura europea, nel silenzio di chi guarda troppo avanti rispetto all’epoca in cui vive, Charles Ives poneva le basi per una musica che fosse veramente nuova, specchio della cultura che la stava generando. Nello sperimentalismo di Ives, in quella sua voglia così “popular” di contaminare costantemente la sua musica assorbendo le innumerevoli influenze esterne, c’è già in embrione tutta la forza prorompente della musica del “nuovo mondo”.

“Se un compositore ha una bella moglie e dei bei figli, come può permettere che i bambini muoiano di fame con le sue dissonanze?” (Charles Ives)
Nel periodo in cui Ives scriveva una delle sue opere più significative (The Unanswered Question, 1906) e ne riorchestrava un’altra altrettanto importante (Central Park In The Dark), il compositore, simbolo di quel radicalismo americano che si liberava definitivamente del fardello della tradizione europea, era un perfetto sconosciuto, uno che per guadagnarsi da vivere lavorava per una compagnia di assicurazioni e suonava l’organo in chiesa. All’epoca, la vita di Charles Edward Ives, da poco arrivato a New York da Dalbury, Connecticut (dove era nato il 20 ottobre 1874), passando per New Haven, non era per nulla paragonabile a quella dei grandi musicisti “colti” che agli albori del nuovo secolo provavano a dare una svolta definitiva al linguaggio musicale. Eppure, quando il “rivoluzionario” Schoenberg, ben inserito negli alti ranghi del sistema della musica europea, era ancora lontano dal fissare precise coordinate alla sua “dodecafonia”, Ives, nell’ombra, la musica l’aveva già cambiata.
Una musica americana vera e propria non esisteva ancora, in quegli anni di inizio Novecento. Il “nuovo” continente risentiva ancora troppo (artisticamente parlando, nella letteratura come nella musica) dell’influenza della “vecchia” Europa. Di lì a pochi anni tutto sarebbe esploso, vomitato fuori da una cultura, quella americana, che reclamava un’identità ben distinta da quella europea. Il jazz fu la scintilla che accese il grande fuoco della musica americana del XX secolo. Ma prima d’allora tutto era fermo, o quasi, mentre il poco più che trentenne Ives scriveva un capitolo importante del “rinascimento culturale americano” senza che nessuno ci facesse particolarmente caso.

Figlio di George Ives, direttore di una banda militare durante la Guerra Civile, Charles venne in contatto per la prima volta con la musica proprio attraverso suo padre. Affascinato fino alla mitizzazione dalla figura del genitore, il giovane musicista rimase sempre legato alla musica da banda (anche se in senso alquanto figurato) e alla dimensione “popular” che questa spesso assumeva. Fu, probabilmente, proprio questa educazione a metà tra il colto e il popolare che portò Ives a sperimentare le forme musicali più diverse, fossero esse canzoni pop o sinfonie. Le 114 Songs da lui stesso pubblicate nel 1920 sono emblematiche della sua versatilità come pianista e come compositore. Come in una sorta di playlist (ehm…più o meno) l’autore ci ha infilato un po’ di tutto: canzonette, art songs, pezzi scritti da ragazzino ed episodi fortemente dissonanti, che testimoniano la varietà di stili che allo stesso tempo la personalità di Ives incarnava.
Si può dire che la carriera di Ives come musicista sia nata durante gli anni universitari. Allievo di Horatio Parker a Yale, Charles apprese i fondamenti della composizione, rivelando già nelle sue esercitazioni dell’epoca la sua particolare estrosità. Pur restando ancorata agli stereotipi sinfonici di fine Ottocento (Brahms in particolare), la sua Prima Sinfonia, scritta tra il 1896 e il 1898 come tesi finale a Yale, già possiede qualche elemento di novità, mortificato però dall’accademismo di Parker, sempre pronto a frenare le fughe del giovane studente verso i territori della politonalità e dell’atonalità. Ai quali, in ogni caso, il Nostro approderà ben presto. Già le successive due sinfonie, composte a cavallo dei due secoli, contengono in embrione tutta la poetica ivesiana, fatta di contaminazione, sovrapposizioni tonali, quarti di tono, melodie parallele indipendenti tra loro e abbandono del concetto ottocentesco di sviluppo tematico in favore di un linguaggio prevalentemente atonale o ipertonale (cioè che usa armonie che comprendono tutti i suoni di una scala, come gli accordi di 13esima usati da Stravinskij). Emergono già qui gli elementi principali che renderanno lo stile di Ives riconoscibile e unico e che caratterizzeranno tutta la sua produzione futura: la citazione e il simbolismo.
La citazione diventa presto uno strumento costantemente impiegato dal compositore americano. Echi e reminiscenze di un passato più o meno vicino, si succedono nell’opera ivesiana come in un work in progress. La citazione, però, non è mai puro e semplice inserimento di passaggi musicali estranei al contesto, ma sempre un sofferto percorso di trasformazione attraverso i filtri della coscienza, che si lega automaticamente all’altro aspetto fondamentale della poetica di Ives: il simbolismo. Simbolismo e citazione vanno spesso di pari passo, come in quello straordinario quadro impressionista che è Central Park In The Dark.
In questo pittoresco affresco che immortala attraverso il linguaggio musicale l’atmosfera del famoso parco newyorchese, la calma quasi piatta e un po’ spaventosa data dagli statici passaggi atonali degli archi, è rotta dall’irrompere di strumenti da banda che citano il ragtime Hello My Baby sovrapponendosi ai suoni precedenti senza chiedere il permesso, per poi scomparire subito dopo. Una banda che passa per il parco disturbandone la tranquillità; gli echi dei night club di Manhattan, ma anche il richiamo di un passato che, attraverso il ricordo del padre e di una gioventù passata tra ottoni e percussioni, si ripresenta nelle passeggiate serali al parco.
Nella successiva The Unanswered Question il simbolismo si fa spiritualista, filosofico. Su uno sfondo degli archi in stile di corale, una breve frase della tromba compare con sempre maggiore insistenza. E’ l’eterna domanda dell’esistenza, che spesso gli uomini scherniscono e che alla fine non trova risposta. Una domanda simile a quella del “destino che bussa alla porta” nel tema del primo movimento della Quinta Sinfonia di Beethoven, che non a caso viene citato e trasfigurato in un simbolico parallelo.

Fu proprio a Yale che il giovane Charles venne a contatto con la sua futura guida spirituale ed estetica: la filosofia trascendentalista lo influenzò a tal punto da poter dire che, in fondo, quasi tutta la sua musica sia stata un tentativo di interpretare con i suoni i concetti della scuola di Thoreau e Hawthorne.
Nella Concord Sonata, dal sottotitolo “Concord, Mass. 1840-60” (la sua seconda sonata per pianoforte) Ives, all’apice delle sue capacità compositive, tentò di rappresentare un ritratto della personalità dei più importanti trascendentalisti americani (nell’ordine, rispetto ai singoli Movimenti: Emerson, Hawthorne, gli Alcott e Thoreau) . Era così importante per lui che il pubblico capisse questi riferimenti (“use your ears like a man!”, diceva, esortando un ascolto consapevole e ricco di immaginazione) che, nel 1915, quando la rivisitò, le fece seguire un libro, Essays Before A Sonata, manifesto del trascendentalismo “alla maniera di Ives”. Nella Concord Sonata gli elementi di contrasto diventano la caratteristica principale, che si traduce in un uso massiccio di contrappunto eterofonico (uso simultaneo di melodie non consonanti) e della tecnica dei cluster (al fine di ottenere un’esecuzione fedele alla partitura, l’autore suggeriva di utilizzare una barra di legno della lunghezza di 37,5 cm in modo da coprire una serie precisa di tasti).
A completare i capolavori ivesiani, la Holidays Simphony e i Three Places In New England rappresentano una sorta di punto d’arrivo dello stile di Ives. Entrambe dedicate al New England, queste due partiture orchestrali ne presentano la vita sociale, attraverso la rappresentazione musicale delle sue festività e di alcuni luoghi caratteristici. Se queste composizioni, che appartengono ancora al primo decennio del Novecento, non fossero rimaste nel dimenticatoio per decine di anni, Ives avrebbe potuto godere di miglior fama quando ancora era un compositore in attività. Ma è anche vero che questo suo agire nell’oscurità lo ha liberato da qualsiasi compromesso, consegnandoci la sua musica così come il suo autore l’ha creata.
Forse se avesse avuto più successo avrebbe continuato a comporre, invece di ritirarsi nel pieno della sua carriera per il semplice motivo che non trovasse più stimolo nello scrivere musica. Dal 1927, infatti, e per i seguenti 28 anni che lo separavano dalla morte, Charles Edward Ives smise totalmente di comporre per l’acutizzarsi di problemi di cuore, ma soprattutto perché sentiva di aver dato alla musica tutto quello che poteva, lasciando incompiuto il titanico progetto di una Universe Symphony. Stava agli altri, da allora in avanti, capirlo.