Tra i più longevi compositori del “secolo breve”, con una carriera settantennale (!), Igor Stravinskij rappresenta, forse meglio di ogni altro musicista, il Novecento musicale, secolo che ha attraversato quasi tutto (fino alla sua morte nel 1971) indenne da qualsivoglia invecchiamento, sempre accompagnato da una ricerca indomita e innovatrice.
Niente è rimasto inesplorato nel percorso artistico di Stravinskij, personaggio ambiguo, ottimo musicista, severo ed esigente direttore d’orchestra, raffinato intellettuale e, allo stesso tempo, abile manager di se stesso.

“La musica è incapace di esprimere altro che se stessa” (Igor Stravinskij)
Un vero “uomo di mondo”, Stravinskij. Nato in Russia, naturalizzato francese, poi cittadino statunitense: la parabola della sua vita è segnata dalla mondanità, nel senso più cosmopolita che questa parola richiama.
La sua musica, che ha attraversato indenne due guerre mondiali, varie dittature e l’ostracismo di critici di ogni età e provenienza, è riuscita a mettere d’accordo un po’ tutti: i musicologi più tradizionalisti e conservatori lo vedono come il più grande prosecutore della tradizione classica attraverso i nuovi linguaggi del Novecento; le avanguardie lo hanno considerato un punto di riferimento, quasi una guida spirituale da tenere sempre presente; i folkloristi e gli etnomusicologi apprezzano le sue interpretazioni della musica popolare russa e il suo profondo interessamento al folklore.
Niente è rimasto inesplorato nel percorso artistico di Stravinskij, personaggio ambiguo, ottimo musicista, severo ed esigente direttore d’orchestra, raffinato intellettuale e, allo stesso tempo, abile manager di sé stesso. Nella sua biografia non ci sono tracce di attivismo politico e questo suo “distacco” dalle ideologie lo aiuterà non poco a superare indenne, senza prendere posizioni nette, gli eventi più tragici del secolo appena trascorso: scoppiata la prima guerra mondiale si rifugia nella neutrale Svizzera e lo stesso farà, nel 1939, all’alba del secondo conflitto mondiale, passando dalla Francia agli Stati Uniti. La distanza dalla “sua” Russia non riuscì a colmarsi neanche dopo l’invito nell’Urss post-staliniana nel 1962 per una serie di concerti, che rimase un evento isolato nella vita di questo perenne emigrante.

La carriera artistica di Stravinskij, cominciata sotto l’ala protettiva di Rimskij-Korsakov, all’epoca uno dei più influenti musicisti della Russia ancora zarista, si può dividere nettamente in tre periodi. E non per voler mettere dei paletti o fare delle inutili semplificazioni, ma per rappresentare la volontà dello stesso autore, intento a razionalizzare, concettualizzare e catalogare la sua opera.
Diversi tra loro, i tre periodi stilistici della carriera di Stravinskij (primitivismo, neo-classicismo e dodecafonia) rappresentano diverse esigenze, percorsi stilistici quasi agli antipodi, che trovano una ragion d’essere in una personalità musicale forte e unificante.
La prima fase artistica del compositore, nato a Oranienbaum, vicino San Pietroburgo, nel 1882, è segnata dall’interesse per il balletto, genere che proprio grazie al suo estro compositivo subirà una irreversibile trasformazione. È un periodo che risente moltissimo degli insegnamenti del maestro e della collaborazione con il grande coreografo Sergeij Diaghilev, conosciuto nel suo primo soggiorno a Parigi. Il balletto diventa così il tramite, il mezzo attraverso il quale esprimere il proprio linguaggio musicale e l’interesse per la tradizione musicale del proprio paese.
In questo periodo, cosiddetto “russo”, difatti, cominciano già ad intravedersi tutte le caratteristiche della sperimentazione musicale di Stravinskij: l’introduzione di ritmi fortemente irregolari, lo sviluppo di piccole cellule motiviche, l’allargamento dell’orchestra, la poliritmia, l’uso strutturale dell’ostinato (che affascinerà tanto compositori come Reich e Riley). Il tutto connesso ad una poetica che guarda alla tradizione di una Russia pagana, ancestrale. Il termine “primitivismo” in questo senso è legato proprio alla ricerca di un passato primordiale, non certo alla semplificazione delle tecniche artistiche fino all’essenzialità fanciullesca, come nella pittura di Mirò.
È L’Oiseau De Feu (L’uccello di fuoco, 1910) ad inaugurare la collaborazione con i Ballets Russes di Diaghilev, a cui segue l’anno dopo Petrushka, clamoroso tentativo (riuscito in pieno) di rivalutare provocatoriamente un genere veramente popolare come il teatro di marionette.
Ma è Le Sacre Du Printemps (La sagra della primavera, 1913) l’opera più rappresentativa di questo periodo e probabilmente quella più eseguita e rappresentativa di tutto il repertorio stravinskijano, summa di tutta la sua arte. Nel Sacre viene fuori una potenza metrico-ritmica inaudita, inconcepibile per l’ascoltatore occidentale, abituato al canonico 4/4. Il richiamo a una natura pagana, dionisiaca, che si apre alla primavera nella maniera più violenta possibile, rappresenta l’evocazione per eccellenza. I registri degli strumenti sono portati agli estremi, il sistema tonale abbattuto sotto i colpi della poliritmia. Tutto viene messo in discussione. È l’avanguardia.

Il modo in cui Stravinskij ha contraddetto l’idea di progresso, che ha caratterizzato gran parte della stagione delle avanguardie (più impegnate, a volte, a fare tabula rasa della tradizione che a costruire nuovi linguaggi) è a dir poco straordinaria. Lui, proprio il caposcuola del Novecento, il faro dei giovani “rinnovatori”, nel pieno della sua stagione sperimentale, fa un passo indietro. Anzi, vari passi indietro, fino ad arrivare a volgere lo sguardo agli albori dello stile “classico”, a quel Giovan Battista Pergolesi, genio prima del Genio (leggasi Mozart). Pulcinella (con la scenografia di Pablo Picasso), nel 1920 cambia le carte in tavola e inaugura quella fase compositiva cosiddetta neo-classica, costruita su citazioni, ricostruzioni, strutture e forme dell’epoca dominata dai fantasmi di Bach, Haendel, Mozart, Beethoven. Uno sguardo al passato, certo. Ma il neo-classicismo di Stravinskij non è quello di Respighi, dei pedanti accartocciamenti reazionari di provetti accademici diplomati in composizione. Per Stravinskij il classicismo è uno strumento attraverso il quale esprimere sotto altre forme il suo stile. Ed ecco allora che Monteverdi, Gluck, Haydn, Gesualdo da Venosa, si travestono da contemporanei, la loro poetica si arricchisce di dissonanze improbabili, ritmi sincopati e impasti timbrici e le regole del sistema tonale vengono rimodellate nel segno di una libertà espressiva senza limiti, che non disdegna la politonalità. Insomma, lo stile stravinskijano indossa vecchie vesti scrollandosi di dosso la polvere. In un miscuglio di interessi letterari (la cultura greca) e musicali (il classicismo viennese e le sue forme), nell’arco di trent’anni, il compositore, rimasto freddo e impassibile alla rivoluzione dodecafonica di Schoenberg, compone Sinfonie (Symphony Of Psalms, 1930; Symphony in C, 1940; Symphony In Three Movements, 1945), Concerti (Dumbarton Oaks) e Opere, classicheggianti sia per forma che per temi (Oedipus Rex, 1927; Apollon Musagete, 1928) fino a culminare in quel RakÈs Progress (1951), sintesi di due secoli di Teatro dell’Opera e capitolo finale della sua indagine classicista.
È proprio a questo punto, quando la dodecafonia è già passata alla storia e le tecniche seriali sono state già belle e digerite che Stravinskij, genio così piacevolmente inattuale, si avvicina a questi linguaggi ormai storicizzati. Come se avesse voluto aspettare, come se non si fidasse dei tentativi dei suoi colleghi di cambiare il corso della storia. Anche in questo caso il suo approdo al territorio dei dodici semitoni non è radicale, è semplicemente personale: Cantata (1952), Three Songs From Shakespeare (1953), In Memoriam Dylan Thomas (1954) inaugurano questa nuova stagione artistica del Nostro (la meno fortunata e nota, in realtà), che con la vecchiaia comincia ad interessarsi ad argomenti di carattere biblico-religioso (Threni, 1958; A Sermon A Narrative And A Prayer, 1961).
Ma c’è ancora tempo per uno sguardo al passato, come se in qualche modo ci fosse qualche cerchio da chiudere. Il ritorno al balletto con Agon, scritta tra il 1954 e il 1957, sembra la metafora di una vita che da sola rappresenta un’epoca, di un secolo che si guarda allo specchio attraverso uno dei suoi personaggi più rappresentativi. Così rappresentativo da ottenere un posto d’onore tra i personaggi del Novecento del Time, così popolare da meritarsi una stella nella Hollywood Walk of Fame insieme a Marilyn Monroe e Topolino.
Non voleva proprio andarsene da questo modo, Igor Stravinskij, ma lo ha dovuto fare. Se n’è andato a 88 anni, da cosmopolita qual era, nella New York capitale del mondo e della mondanità. Ma era soprattutto un grande artista ed è probabilmente per questo, per distinguerlo dalle celebrità di cartapesta e cellulosa, che il suo corpo riposa a Venezia, città d’arte per antonomasia, al fianco del suo amico e collaboratore di una vita Sergeij Diaghilev.