Sono passati più di quarant’anni dall’uscita del suo capolavoro, In C, punto di partenza della stagione musicale del minimal-ripetitivismo. Eppure Terry Riley è ancora lì, entusiasta come un ragazzo, a portare avanti le sue idee e a sperimentare nuove soluzioni. Da La Monte Young ai Matmos, passando per l’India, la musica del compositore californiano ha attraversato indenne mezzo secolo unendo all’improvvisazione le tecniche “aleatorie” di Cage e lo studio dei raga.

“Credo che la musica sia modale e ciclica, proprio come l’universo. E’ un modello dell’universo. In musica possiamo rispecchiare tutte le cose che avvengono in natura” (Terry Riley)
Barba e capelli lunghi, sguardo sorridente e bonario. Più che un compositore “colto”, Terry Riley ha l’aspetto di un freak, di un figlio dei fiori dell’epoca che fu. Fisicamente, come negli atteggiamenti può ricordare un intellettuale “on the road” come Allen Ginsberg. E la stessa sua vita può essere definita “sulla strada”: quella strada che, come nel famoso libro di Kerouac, collega i due estremi, est e ovest, degli Stati Uniti. Dalla California allo stato di New York il cammino è lungo, ma negli anni ’60, artisticamente, il passo era più breve di quanto si potesse immaginare.
Non ci sono però solo gli Stati Uniti nella vita di Riley, personaggio a tutto tondo e assolutamente multiculturale. L’India presto diventa la sua seconda patria e la cultura indiana, in particolar modo quella musicale, marcherà in maniera indelebile la sua arte, mentre, parallelamente, l’Europa rappresenterà sempre una meta privilegiata per il compositore americano, un legame con la tradizione, ma soprattutto con il jazz. Molti hanno attribuito la paternità del movimento minimalista proprio a lui. Lo stesso Steve Reich, collega e amico della prima ora, sostiene che tutto sia cominciato da In C, la sua composizione in assoluto più nota e più significativa di sempre. Ma Riley si sforza di negare con convinzione: “Queste idee appartengono a La Monte Young. Fu lui il vero iniziatore, l’ispiratore di tutti noi…L’idea di uno spazio da riempire con lunghe note o con ripetizioni delle stesse cellule fu frutto della sua genialità”.
Nella vita artistica di Riley, sono prevalentemente tre le colonne portanti della sua ispirazione, tre artisti che rappresentano altrettanti modi di concepire la musica e che nella sua musica trovano una perfetta sintesi: La Monte Young, Pandit Pra Nath e John Coltrane, ovvero la musica “colta” occidentale, quella classica indiana ed il jazz.
Se il primo, amico e compagno di studi a Berkeley, ha avuto il merito di trasmettergli le sue idee sulla composizione musicale accendendo la miccia di quella splendida intuizione che sarà il minimal-ripetitivismo, il maestro indiano sarà, nella vita di Riley, una sorta di guida spirituale, il suo mentore. A dispetto delle mode esotiche e dell’orientalismo in pillole che si è diffuso in maniera capillare nel mondo occidentale negli anni ’60, il giovane Terry ha studiato in maniera talmente approfondita la cultura indiana (passerà più di vent’anni a studiare e lavorare con Pandit) da poter essere definito, a ragion di logica, un musicista a metà tra l’oriente e l’occidente.
E poi c’è Coltrane, simbolo di una generazione di musicisti in un paese che aveva visto nascere e fiorire il jazz come espressione tanto politica quanto artistica di libertà. Nella musica di Riley l’improvvisazione, più ancora della pagina scritta, rappresenta una costante ed è probabilmente l’elemento stilistico più riconoscibile che lo distingue dai suoi colleghi Reich e Glass, maggiormente legati alle logiche costruttive della partitura. A completare un’identità musicale tanto eterogenea quanto complessa e coerente, le idee aleatorie di John Cage, quell’indeterminatezza lasciata al caso e alla volontà degli esecutori che rappresenterà un’altra caratteristica distintiva della musica di Riley, che sposa le idee dell’happening entrando nel movimento Fluxus di cui faceva parte lo stesso Cage.

Se i Keyboard Studies del 1963 rappresentano il primo tentativo di mettere in pratica le idee minimaliste associandole al concetto temporale di ripetizione continua, è nell’anno successivo che il Nostro riesce a fondere tutte le idee che stavano forgiando il musicista. Nel 1964 viene pubblicata la partitura di In C, in assoluto la composizione più rappresentativa di Riley e apripista della piccola rivoluzione minimal-ripetitivista. Ripetizione, “alea” e improvvisazione convivono perfettamente all’interno di una composizione che colpisce per la sua semplicità, ma anche per la sua efficacia. Una partitura di una pagina, contenente 53 pattern nella tonalità di Do (la più semplice da eseguire al pianoforte) e altre due pagine di indicazioni esecutive. Sembra impossibile che da uno spartito così ridotto possano venire fuori ore e ore di musica. Miracoli dell’indeterminatezza! In C è scritta per un numero indefinito di strumenti (la prima versione fu registrata da 11 musicisti, tra cui Reich, ma si è anche arrivati ad esecuzioni che ne comprendevano 124) e agli esecutori è data la massima libertà di scegliere quali pattern suonare, con quale ordine e per quante volte. E’in questo modo che l’improvvisazione entra in gioco, attraverso la scelta, il libero arbitrio dell’esecutore. A rimanere costante è solo la pulsazione, affidata ad una voce che ripete costantemente una nota all’unisono.

“Il brano può raggiungere dai 45 ai 90 minuti” sono le indicazioni del compositore, ma si tratta solo di suggerimenti. L’importante, per l’autore, è che si rispetti un certo ordine di entrate degli strumenti, che devono essere sempre sfasati tra loro. Questa idea sta alla base di un altro processo caro ai musicisti minimalisti: il phasing, pratica compositiva che gioca sui tempi di entrata delle varie voci, creando rimi in maniera additiva, e di cui Steve Reich divenne il più grande cultore.
Quando terminò quell’unità di collaborazione che aveva caratterizzato quel piccolo gruppo di musicisti tanto da far parlare di una scuola, e quando il seme delle idee ripetitiviste fu disperso, diluito nelle sperimentazioni dei singoli musicisti, Riley approfondì sempre di più l’aspetto improvvisativo della sua musica, che gli permetteva di rimanere legato sia alla tradizione euro-americana, sia a quella indiana. Un’improvvisazione sempre più libera e totalizzante, quella del compositore americano, che sfociò già negli anni sessanta in memorabili esecuzioni-fiume, come nel caso dei famosi All-Night Concerts, serate dedicate, dal tramonto all’alba, alle più svariate tecniche improvvisative e che divennero all’epoca dei veri e propri rituali collettivi, che A Rainbow In Curved Air (1968) provò a sintetizzare. Come tutti i musicisti legati alla filosofia della ripetizione, anche Riley fu molto affascinato dagli strumenti elettronici e, in seguito a quelli multimediali (Persian Surgery Dervishes, per organo elettrico e feedback, del 1970), senza abbandonare la composizione per ensemble classici e in particolare per il quartetto d’archi (sono tredici i lavori scritti per il Kronos Quartet, formazione alla quale è stato molto legato per anni). Molto più tardi, nel 1990, il compositore si dedicherà anche alla scrittura per orchestra: Jade Palace è la sua prima opera per un organico così esteso, ma è anche l’inizio di una lunga serie di lavori orchestrali scritti su commissione.
Lo stile di Riley, quel suo unire libertà e forma, quel gioco di sovrapposizioni ritmiche e di piccole variazioni, affascinò moltissimo il mondo della popular music, nel momento in cui il rock si avviava alla sua maturità e sperimentava la psichedelia e l’incontro con musiche “altre”. L’ipnotico incipit di Baba O’Riley degli Who (dedicata esplicitamente al compositore) rappresenta uno dei numerosi tentativi di imitare le tecniche che stanno alla base del suo pensiero musicale.
Ma il legame più stretto in assoluto tra Riley e la popular music è rappresentato dalla figura (pur essa difficilmente collocabile nell’universo musicale) di John Cale. La collaborazione tra il tastierista dei Velvet Underground e il compositore statunitense cominciò già dalla prima metà degli anni ’60, quando entrambi furono coinvolti da La Monte Young nel suo Theatre Of Eternal Music (anche conosciuto con il nome di Dream Syndicate), progetto che coinvolse, tra gli altri, anche Tony Conrad, Marian Zazeela e Angus MacLise. Ma è solo nel 1971 che i due decidono di registrare insieme un album che avvicini le loro esperienze attraverso la mediazione del rock. Ne viene fuori Church Of Anthrax, lavoro che Riley abbandonò prima di terminare, lasciando la post-produzione al solo Cale, pare perché insoddisfatto del risultato. Un lavoro che, in ogni caso, merita senz’altro attenzione per la sua audacia nel tentativo di non porre barriere, anzi di voler assimilare le forme semplici del rock alle complesse strutture concettuali del minimalismo.
La recentissima collaborazione con Matmos, dunque, rappresenta solo l’apice di un interesse per la musica popular, sempre presente nel corso della carriera dell’autore di In C che, alla veneranda età di settantun anni (è nato a Colfax, in California, nel 1935) è ancora lì che sperimenta come un giovane tra i giovani. Un “giovanotto”, però, già passato alla storia.
(con il contributo di Antonio Puglia)