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I "cosiddetti contemporanei" - Il minimalismo americano

Parte seconda: Philip Glass

di Daniele Follero
Ha studiato la tradizione colta europea, ma anche i raga di Ravi Shankar; si è interessato contemporaneamente al cinema, al teatro e alla popular music. A nessuno, probabilmente, più che a Philip Glass si addicono le etichette di artista classico-contemporaneo e di post-moderno. Accostare Glass al minimalismo tout cour sarebbe troppo riduttivo, per quanto il suo stile compositivo non abbia mai abbandonato la pratica del riduzionismo musicale, rinnovandola e ampliandola in varie direzioni. A cinquant’anni suonati di carriera, il compositore statunitense prova ancora a stupire, non senza grandi guadagni. E spesso ci riesce…
Philip Glass

Le follie di Einstein sulla spiaggia tra avanguardia, classicità, cultura popular e cocci di… Vetro

“I musicisti europei non hanno mai imparato ad apprezzare la popular music, a differenza di noi americani. L’idea della contrapposizione tra arte “bassa” e arte “alta” è un’idea tutta europea e per niente apprezzata in America. Gente come Cole Porter e Gershwin erano considerati grandi compositori da queste parti.” (Philip Glass)

Non c’è musicista vivente a cui meglio si addica la pur infelice etichetta di classico-contemporaneo. Nessuno meglio di Philip Glass incarna insieme gli ideali di classicità e quelli di contemporaneità. Dall’alto dei suoi cinquant’anni di carriera, il musicista statunitense rappresenta già un punto di riferimento imprescindibile della musica del Novecento, pur rimanendo uno tra i più stimati e prolifici compositori attuali. Accostare Glass al minimalismo tout cour sarebbe troppo riduttivo, per quanto il suo stile compositivo non abbia mai abbandonato la pratica del riduzionismo musicale, rinnovandola e ampliandola in varie direzioni.

Appassionato di cinema e teatro, cresciuto musicalmente, insieme al suo amico e collega Steve Reich, nelle gallerie d’arte, Philip Glass non ha quasi mai inteso la musica come arte indipendente, compiuta in sé, associandola spesso alla scena.
L’approccio aperto e poco ortodosso a tutti i mondi artistici possibili (fossero questi legati all’industria dello spettacolo più commerciale o ai ristretti circoli colti) gli ha permesso di venire a contatto con realtà molto diverse tra loro lasciandosene influenzare con la stessa curiosità di un bambino che ha l’ambizione totalizzante di conoscere tutto e farlo suo. Il rock, le avanguardie più radicali, Johann Sebastian Bach, il classicismo, il cinema di Truffaut e Godard e il teatro di Samuel Beckett convivono nella sua poetica senza grossi scandali, filtrati da una mente musicale raffinata e piacevolmente inafferrabile, ma dallo stile assolutamente riconoscibile e personale.
Glass non ha portato alle estreme conseguenze la composizione minimalista. Piuttosto che radicalizzare il suo linguaggio, ha preferito arricchirlo continuamente con diverse influenze, con un atteggiamento, diciamolo pure, post-moderno.

La nascita del minimalismo e gli insegnamenti di Ravi Shankar e Nadia Boulanger

Nato a Baltimora, nel Maryland (1937) da immigrati ebrei dell’Ucraina, per un po’ di tempo alternò gli studi musicali a quelli matematici e filosofici all’Università di Chicago. Il suo percorso è quello di molti grandi musicisti del secolo appena trascorso, passati obbligatoriamente a fare visita a Parigi per studiare con Nadia Boulanger, insegnante simbolo delle avanguardie musicali del secondo Novecento. Con la differenza che, invece di ritornare in patria come molti suoi colleghi, Glass si trasferì in India dopo aver lavorato in Francia con Ravi Shankar, dando un’importante e decisiva svolta alla sua musica, come anche alla sua vita. Diventa buddista, incontra il Dalai Lama e viene a contatto con le tecniche musicali basate sulla successione di piccole unità, idee molto vicine alla concezione “additiva” che stavano contemporaneamente elaborando Reich e Riley oltreoceano.

Philip Glass

Il concetto di minima variazione attraverso l’aggiunta progressiva di nuovi suoni e microvariazioni ritmiche, fino a trasformare totalmente l’unità ripetuta, rappresenterà il carattere distintivo della musica del primo Glass, quella più direttamente coinvolta nel movimento minimalista newyorchese.
Nella Grande Mela, Philip oltre ad esibirsi e comporre lavora come tassista e insieme a Reich gestisce una compagnia di traslochi, segno evidente della poca fortuna commerciale delle loro prime opere. Il sodalizio con l’amico non dura molto, ma la separazione sarà fruttuosa per entrambi, i quali fonderanno due differenti ensemble divenuti ormai storici: il Philip Glass Ensemble e Steve Reich And The Musicians. Sono di questo periodo, tra la fine degli anni 60 e l’inizio del decennio successivo, i lavori più interessanti e significativi del Glass minimal-ripetitivista: Music In Fifths per due pianoforti (1969), Music With Changing Parts (1971) e la monumentale Music In Twelve Parts (1971-74), composizione ciclica che supera le quattro ore e sintetizza al meglio lo stile del compositore americano.

Glass e il teatro: Robert Wilson e Samuel Beckett

Philip Glass and Robert Wilson

Negli anni 70, alcuni incontri furono determinanti. In particolare, la stretta amicizia con il regista Robert Wilson si sarebbe trasformata di lì a poco in un sodalizio professionale e artistico che avrebbe segnato tutta la carriera di Glass, che si avvicinava in maniera irreversibile al mondo del teatro d’avanguardia. L’idea di lentezza e automatismo che caratterizzava la regia di Wilson ben si sposava con le lente trasformazioni della musica di Glass. Ne nacque così una concezione del tempo teatrale del tutto nuova, eterea e dilatata che entrò subito e di diritto nella storia del teatro musicale. Einstein On The Beach (1977), primo capolavoro del duo, con al centro la vita di Albert Einstein, fu considerata in seguito da Glass la prima parte di una trilogia teatrale (denominata Portrait Trilogy) basata sulle vite di tre personaggi, a cui faranno seguito nel decennio successivo Satyagraha (1980), ispirata alla vita di Gandhi e Akhnaten (1983-84), ritratto del faraone Akhenaton, con testi in accadico, ebreo biblico ed egiziano antico. Nello stesso anno debutta all’Opera di Roma The Civil Wars, altra composizione teatrale all’insegna del meltin’pot linguistico, stavolta basata su testi in latino, italiano e inglese.
Il rapporto tra Philip Glass e il teatro non si esaurisce nel rapporto professionale con Wilson. Numerose sono le musiche che scrive per il teatro di Samuel Beckett (interpretate dalla compagnia Mabou Mine, co-fondata da lui stesso) nonostante l’autore avesse approvato solo l’adattamento di The Lost Ones (1975), criticando decisamente, invece, la messa in scena di Endgame (1985).

Dal post-minimalismo al neo-classicismo tra Bach e David Bowie

L’immagine rappresenta un elemento fondamentale per la musica del compositore statunitense, in qualsiasi forma. Nel cinema, come nel teatro, lo stile di Glass trova linfa vitale, fonte ispiratrice. Il suo rapporto con l’arte dei fotogrammi non è meno intenso di quello con il palcoscenico teatrale. Proprio perché concepita secondo un progetto coerente, la musica da film di Glass tende a diventare un tutt’uno con le immagini, costituendosi in parte imprescindibile, sia che si tratti di colonne sonore (celebre quella del film The Truman Show, 1998), sia di remake di film storici. Koyaanisquatsi, primo episodio dell’ambiziosa trilogia Quatsi del regista Godfrey Reggio sul rapporto tra l’uomo e la natura, che si completa con Powaqquatsi e Naquoyquatsi, è divenuto col tempo un simbolo del Glass postminimalista. La totale assenza di dialogo conferisce una centralità ancora maggiore alla musica, che non si limita a commentare le immagini, ma ne diventa parte inscindibile. Se la trilogia Quatsi ne rappresenta il sigillo, il trittico di opere basate sui testi e i film di Jean Cocteau ne sancirà il definitivo successo: Orphèe, La Belle Et La Bete e il racconto Les Enfants Terribles, accompagnano il compositore alla soglia degli anni 90 e alla morte della moglie Candy Jernigan, cui sembra dedicata la mitica storia della morte di Euridice.

cover

Nel corso degli anni l’attenzione di Glass si sposta verso organici più piccoli, che vanno dal quartetto d’archi all’orchestra sinfonica. La rielaborazione di forme classiche e una ritrazione verso la tonalità farebbero pensare ad una fase neo-classica della carriera artistica dello statunitense. E in effetti il Violin Concerto (1987) e le sinfonie confermano questa volontà di confrontarsi con il passato e, soprattutto, con la tradizione musicale colta. Fin qui tutto normale, se non fosse che nell’idea neoclassica di Glass trova spazio anche David Bowie. È del 1992, infatti, la prima delle otto sinfonie finora composte, che consacra un altro legame fondamentale per la sua carriera, quello con Brian Eno e David Bowie. La Low” Symphony (n.1, 1992) e la Heroes” Symphony (n.4, 1996), testimoniano una volta in più l’amore del compositore per la trilogia: i due capitoli della cosiddetta trilogia berlinese del cantautore inglese, filtrati dallo stile tipicamente glassiano, diventano due perle sinfoniche in cui le idee musicali di Eno e Bowie diventano la base per intricate trame orchestrali. Segno di un rapporto privilegiato tra i compositori della nostra epoca e il mondo della popular music, il trio Glass-Eno-Bowie rappresenta la definitiva rottura degli argini che separano mondi musicali in apparenza così diversi, ma che nel momento in cui vengono in contatto riescono ad esprimere al meglio la cultura occidentale.

The Essential Philip Glass