Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

I "cosiddetti contemporanei" - Il minimalismo americano

Parte prima: Steve Reich

di Daniele Follero
Nulla è identico a se stesso. Parte da questo semplice assunto la filosofia di uno dei movimenti avanguardisti più attuali del XX secolo: il minimalismo. E parte dagli Stati Uniti, terra senza passato, dove Cage aveva già fatto piazza pulita di tutti i conformismi.
Considerato da qualcuno “il più grande compositore vivente” Steve Reich, tra gli esponenti del minimal-ripetitivismo, è senz’altro la personalità più paradigmatica di questa scuola musicale: a settant’anni appena compiuti, con l’Africa e i suoi ritmi nel cuore, l’autore di Music For 18 Musicians ha ancora tantissime cose da dire.
Steve Reich and musicians, National Philharmonic

Nulla è identico a se stesso: il minimalismo in musica e la filosofia della ripetizione.

“Ho scoperto che la musica più interessante in assoluto consiste semplicemente nell’allineare i loop all’unisono e lasciarli uscire lentamente fuori fase tra loro” (Steve Reich)

Il concetto di minimalismo in musica pone qualche problema in più rispetto alla sua applicazione alle altre arti. Se un quadro monocromo utilizza una povertà di materiale tale da poter essere definito un prodotto minimale, con la musica non succede proprio la stessa cosa. Per un semplice motivo: la musica è suono più o meno organizzato e come tale si avvale di un parametro, quello temporale, estraneo alle altre forme artistico espressive (senz’altro quelle figurative, sulle altre si può discutere). Ebbene, la nostra percezione, per un motivo essenzialmente legato alla sopravvivenza, riconosce i suoni e si abitua ad essi. Questo processo è continuo e fa sì che un suono, seppure in apparenza identico, se ripetuto nel tempo, ci risulti cangiante, sempre diverso. Dunque, se al principio, la ripetizione diacronica dello stesso suono mi risulterà identica alla precedente, pian piano il mio orecchio si concentrerà sulle minime variazioni e, una volta “conosciuto” il suono, sarà in grado di distinguerne le più minime differenze.

In pratica, questo vuol dire che in musica la ripetizione non è mai identica al suono originario: cosa ben diversa rispetto alla staticità di una tela di Fontana. Questa differenza di fondo ha fatto sì che in musica il minimalismo sia evoluto in una maniera particolare, puntando proprio sulla filosofia della ripetizione. È questa, in parole (molto) povere, la teoria che sta alla base della corrente minimal-ripetitivista americana che ruota attorno alla triade Philip Glass - Terry Riley - Steve Reich.

La Monte Young: il padre spirituale del minimalismo all’ombra di Cage

Padre spirituale di questa corrente, che ha rivoluzionato le avanguardie colte del Novecento, riducendo quella voragine che si era aperta tra cultura popolare e accademica agli inizi del secolo, è stato La Monte Young.
Cresciuto all’ombra di John Cage, il compositore nato nell’Idaho si interessò allo stesso modo ai processi aleatori e al puntillismo weberniano per poi divenire, negli anni ’60 uno dei grandi ispiratori della rivolta sociale e culturale. Molte sue composizioni, legate al fenomeno dell’happening, divengono presto dei punti di riferimento per quella generazione che cercherà, appunto, di sviluppare in musica l’idea di minimalismo. Tra le sue brevi Compositions, alcune sembrano dei sintetici manifesti della scuola minimalista: “traccia una linea retta e seguila”, recita la N.10, mentre la n.2, che riporta in partitura solo un intervallo di Quinta annota semplicemente l’indicazione esecutiva “da tenersi a lungo”.

Risiedono qui le basi di quella rivoluzione musicale che solo negli U.S.A., terra senza storia, senza una tradizione pesante da seguire, sulla scia del fenomeno-Cage, poteva nascere. Ad ogni modo, utilizzare materiali minimi nella composizione musicale non era certo prerogativa delle nuove tendenze musicali del Novecento. Ovunque nella storia della musica ci sono esempi di parti volutamente statiche, in contrasto con quel tipico “andare avanti verso una meta” che ha da sempre caratterizzato il sistema tonale. Wagner non era certo un minimalista (anzi!), ma come definire quell’arpeggio di Mi bemolle su cui viene costruita l’overture del Rheingold se non minimalista?

Il minimal-ripetitivismo tra meditazione e trasformazioni sociali

L’elemento di innovazione nella musica di Riley, Glass, Reich e successivamente di John Adams sta, almeno nella prima fase della loro carriera, nello strutturare interamente le loro composizioni su materiale ridotto all’osso, basando il suo sviluppo sulla micro variazione. Nonostante condividessero tutti i principi di fondo di questo comporre, ognuno di questi compositori coniò un suo particolare stile, in cui l’elaborazione del materiale passava attraverso differenti tecniche compositive: processi aleatori (Riley), aggiunta e sottrazione progressiva del materiale (Glass e Reich), phasing (ancora Reich) ne rappresentano il punto di partenza teorico-tecnico. Spesso l’ambiente più consono alle esecuzioni di queste musiche si riveleranno le gallerie d’arte americane, almeno fino a quando questi esperimenti non saranno accettati di buon grado anche negli ambienti colti e si apriranno le porte delle sale da concerto.

Non è un caso che il minimal-ripetitivismo nasca e si sviluppi a partire dagli anni ’60 e a cavallo di quelle trasformazioni sociali che caratterizzeranno l’ultima parte di quel decennio e buona parte di quello successivo. Del resto questi musicisti sono pregni di quelle idee che presto diventeranno il simbolo del movimento sessantottino: contestazione radicale e avvicinamento alle culture orientali. È proprio il fascino per la meditazione orientale e per quella cultura che aveva già affascinato Cage a rappresentare una delle caratteristiche del ripetitivismo. Nella meditazione risiede forse la principale ragion d’essere di questa musica, il cui scopo è quello di offrire la possibilità di aprire la mente alle più svariate costruzioni, attraverso un materiale che diventa soltanto un punto di partenza per i più svariati naufragi intellettivi e percettivi.

Steve Reich

Steve Reich: “il più grande compositore vivente”

Qualcuno lo ha definito “il più grande compositore vivente” (The Village Voice) e non ha tutti i torti. A settant’anni compiuti proprio quest’anno (il 3 ottobre) Steve Reich rimane una delle più grandi testimonianze viventi delle avanguardie del Novecento e probabilmente la figura più rappresentativa delle rivoluzioni post-cageane della seconda metà del secolo.

Nato a New York, con un’infanzia vissuta tra le due estremità degli U.S.A. (la Grande Mela e la California) a causa della separazione dei genitori, comincia a studiare percussioni con Roland Kohloff, dedicandosi principalmente al jazz, nonostante i suoi sforzi universitari siano votati alla filosofia (si laurea con una tesi su Ludwig Wittgenstein). La svolta per il giovane Steve, poco più che ventenne, saranno gli studi con Luciano Berio e Darius Milhaud al Mills College di Oakland, dove si diploma in composizione. I prestigiosi insegnamenti europei non tarderanno a dare i loro frutti. Il 1965 rappresenta un anno cruciale nella carriera di Reich. Dopo qualche composizione studentesca è proprio in quell’anno che nasce la prima opera che aprirà la strada al suo stile. Influenzato dai primi lavori minimalisti di Terry Riley, It’s Gonna Rain contiene in nuce i metodi compositivi che lo renderanno famoso: costruita sulla registrazione di un sermone sulla fine del mondo di un predicatore afro-americano, registrato e manipolato su più nastri tenuti fuori fase, questa composizione basa tutte le sue trasformazioni sulla sovrapposizione delle diverse registrazioni.

Phasing: è questa la parola magica della musica di Reich. Suoni che partono all’unisono per poi variare per tempo, velocità e altezza creando una miriade di suoni derivati, diventano il fondamento di un processo che ne analizza progressivamente tutti i dettagli. Che si tratti di nastri registrati (It’s Gonna Rain, Come Out), di strumenti (Piano Phase, Violin Phase, Four Organs) il principio rimane lo stesso: lo sfasamento tra due o più suoni come base del processo compositivo.
L’opera forse più significativa e maggiormente rappresentativa di questo primo periodo è senz’altro Pendulum Music, recentemente rieseguita dai Sonic Youth: alcuni microfoni vengono fatti pendolare su delle casse e la loro oscillazione provoca dei feedback che cambiano gradualmente, man mano che il movimento oscillatorio dei microfoni rallenta. Ancora una volta la microvariazione (o meglio, le microvariazioni) creano musica, ritmo.

Gli anni 70, l’amore per l’Africa e l’interesse per le grandi orchestre. I nuovi orizzonti del minimalismo reichiano.

cover: Drumming (1971)

Per un compositore così interessato alle variazioni progressive derivate dalle sovrapposizioni di più suoni, l’incontro con la poliritmia africana è a dir poco esaltante. L’interesse per il Ghana e in particolare per la popolazione degli Ewe sarà significativo e importante per tutta la sua musica a venire. Gli anni africanisti di Reich coincidono con i suoi primi esperimenti con ensemble di dimensioni consistenti. Ne viene fuori Drumming (1971), una composizione di novanta minuti per percussioni, voce femminile e flauto piccolo, che già denota una virata compositiva verso strutture di più ampio respiro ed elaborazioni del materiale sonoro più complesse.

È indubbiamente quello dei Settanta il decennio più felice in assoluto della carriera del musicista newyorchese e Music For 18 Musicians (1974) ne è il sigillo. Basata su un ciclo di undici accordi ( presentati insieme all’inizio e  seguiti poi da brevi motivi musicali basati su ogni accordo, come una sorta di variazioni) questa composizione è in assoluto l’opera più rappresentativa di Reich, oltre ad essere un tentativo perfettamente riuscito di compromesso tra le tecniche minimaliste e la scrittura per orchestra. I suoni fluttuano come onde e le masse sonore sembrano muoversi in un continuo avvicinarsi/allontanarsi, attraverso la tecnica dell’augmentation (la sottolineatura momentanea di frasi e frammenti melodici).

Con il tempo aumenta anche l’interesse del compositore americano per le sue origini ebraiche, dovuto in particolare ad un suo periodo di studi in Israele (1977). Octet, Variations For Winds, Strings And Keyboards (1979) e Theillim (1981) sono la testimonianza musicale dei suoi studi sulla cantillazione biblica e sui salmi. Ormai la strada tracciata agli esordi è ben più ampia e va oltre i semplici esperimenti sul phasing con i nastri magnetici. Ma c’è sempre tempo per rielaborare il passato e Different Trains (1988) ne è la riprova. Qui la voce registrata su nastro (accostata ad un quartetto d’archi) non ha più la funzione ritmica che aveva in Come Out, ma si impone invece come elemento melodico.
Negli anni Novanta, il percorso compositivo di Reich abbandona quasi totalmente la tecnica del sampling per concentrarsi sulla musica per soli strumenti acustici. Triple Quartet (1998), scritto per il Kronos Quartet inaugura questo trend. In realtà questo quartetto è dotato di una partitura polifunzionale e può essere eseguito indifferentemente da un quartetto d’archi con nastro, da tre quartetti d’archi o da un ensemble (sempre di soli archi) di 36 elementi.
E ora? Non resta che seguire le ultime mosse di un genio che ha ancora molto da dire.

Popular music e minimalismo: storia di un rapporto privilegiato

Esiste un rapporto privilegiato tra la popular music (il rock in particolare) e la minimal music. Un rapporto che nasce e si sviluppa primariamente attorno all’essenzialità che caratterizza questi due mondi apparentemente così distanti. A differenza della maggior parte del compositori d’avanguardia contemporanei, la scuola minimalista si è sempre dimostrata permeabile a una dimensione che, in quanto americani, gli era molto vicina. Se ci sia o no una relazione diretta tra un riff di chitarra e una serie reiterata di pattern poco importa. Quello che importa è che musiche così lontane tra loro in realtà si accorgono di avere un background comune e si riscoprono figlie della stessa madre, la cultura anglo americana della seconda metà del secolo scorso, con la sua voglia di concretezza e di semplicità.

Dimostrazione reale di questa vicinanza culturale con la popular music è anche la fama che hanno acquisito questi compositori in ambito extracolto. Non mi sembra un caso se un appassionato di musica elettronica o di rock psichedelico ascolti con discreta facilità e interesse una musica, quella ripetitiva, che i “colti” spesso considerano noiosa e statica: è più vicina alla sua cultura, più facilmente afferrabile concettualmente. Di questo se ne sono accorti anche grandi musicisti attivi in ambito popular, che sono riusciti a tradurre gli esperimenti di Reich in un linguaggio più accessibile: King Crimson, Brian Eno, Bang On A Can (David Lang, Michael Gordon, Julia Wolf), Michael Hedges, Sufjan Stevens (ma l’elenco sarebbe davvero troppo lungo). Sembrerebbe, inoltre, quasi superfluo (ma lo facciamo lo stesso) sottolineare l’importanza delle sperimentazioni di Reich e del suo particolare interesse per il ritmo, nelle evoluzioni della musica elettronica e in particolare della techno (che ha sviluppato un suo sottogenere non a caso definito minimal).

Considerando il particolare rapporto di vicinanza tra la popular music e il minimal-ripetivismo risulta maggiormente evidente il ruolo delle avanguardie e cioè quello di anticipare i tempi per vedere molto tempo dopo ampliate e diffuse le proprie idee e tecniche. In realtà, una quarantina di anni fa gente come Reich e Schaeffer stavano ponendo le basi della techno e dell’hip hop senza che nessuno (probabilmente neanche loro!) se ne accorgesse.