La sua avventura comincia in Transilvania e si conclude a Vienna, capitale della musica europea. Nel segno della sperimentazione. Il successo della sua musica presso il grande pubblico è dovuto soprattutto all’uso che ne fece Kubrick nei suoi film, ma molte e ben lontane dal cinema sono state le sue idee compositive. Dall’annullamento del tempo musicale e della melodia, alla meccanica del ritmo, lo sperimentalismo di Gyorgy Ligeti con una mano accarezza la tradizione e con l’altra la distrugge.

“In fin dei conti, la musica non č una scienza” (Gyorgy Ligeti)
La navicella spaziale Discovery vola nello spazio apparentemente senza meta. Il cielo stellato si presenta nella sua terribile immensità che non permette di percepire la velocità dei movimenti dei corpi. Staticità-movimento. Paura dell’ignoto. Ri-scoperta dell’uomo. Quanti pensieri primordiali racchiusi nel futuristico volo di una navicella. A commentare questo teatro dell’assurdo, questa fantascienza in embrione, una musica difficilmente comprensibile, fatta di fasce sonore sovrapposte che sfumano le une nelle altre. Cluster microtonali che continuamente passano dalla rarefazione alla massima densità, come se volessero tradurre la concretezza dell’atmosfera in suoni.
Se non sapessimo che Stanley Kubrick all’epoca di 2001: Odissea nello spazio usò senza il permesso dell’autore quelle musiche, non crederemmo che Atmospheres non fosse stata scritta per il cinema, tanta è la forza suggestiva e immaginifica della musica e la pertinenza tra i suoni organizzati e le immagini che si trova in quell’opera.
Nessun profano si chiese all’epoca chi fosse quel misterioso Gyorgy Ligeti, accostato in maniera così contrastiva al frivolo e cortigiano Danubio Blu di Johann Strauss e all’Alba del poema sinfonico Così parlò Zarathustra, dell’altro Strauss, Richard. Eppure, quello che si considerava un semplice (e bravo) autore di colonne sonore per il cinema era in realtà uno dei più grandi compositori contemporanei, all’apice della propria ricerca compositiva. E di colonne sonore non ne aveva scritta neanche una. Era piuttosto la sua musica ad ispirare le immagini cinematografiche. Tant’è che Kubrick se ne servì in diverse occasioni: oltre a 2001: Odissea nello spazio, altri due film del genio americano contengono musiche di Ligeti: Shining e Eyes Wide Shut.
Senza il cinema sarebbe rimasto per sempre un compositore di confine, uno sperimentatore di nicchia. E invece è diventato quasi un mito, un’icona della musica contemporanea.
Ci ha lasciati di recente, Gyorgy Ligeti, l’11 giugno del 2006. Aveva settantasette anni e da quasi quaranta era diventato cittadino austriaco, dopo essere scappato dalla sua Ungheria sotto il regime comunista, che più volte aveva assunto posizioni rigide sulla sua musica “sovversiva”.
Nato in Transilvania, allora territorio ungherese - oggi rumeno - nella piccola città di Dicsöszentmárton (oggi Târnăveni), Ligeti crebbe musicalmente per lo più con l’insegnamento dei maestri delle scuole nazionali, tra sperimentalismi e riscoperta delle tradizioni popolari, alla periferia di quell’Europa occidentale che rappresentava ancora, prima della seconda guerra mondiale, il fulcro dell’innovazione musicale. Fu Zoltàn Kodàly il suo maestro più noto e stimato, ma le ambizioni di Gyorgy andavano al di là delle scoperte dei suoi connazionali e della mentalità dei suoi maestri. A questo periodo appartengono le prime composizioni per pianoforte (la raccolta Musica Ricercata - 1951-53, spesso paragonata, per stile e influenze, al Mikrokosmos di Bela Bartòk). Le censure del regime non si fecero attendere: il decimo brano della raccolta, poco dopo la sua pubblicazione fu tacciato di “stile decadente” e messo al bando.
In un’Ungheria entrata di prepotenza nel blocco sovietico erano poche le informazioni che filtravano al di là della “cortina di ferro” e la cultura est-europea rimaneva isolata rispetto a quello che accadeva al di là dei confini. Della scuola di Vienna e dei primi esperimenti di Darmstadt si aveva ben poca notizia, perfino in una grande capitale quale poteva essere Budapest. Fu probabilmente questa chiusura verso l’esterno, associata ad una voglia irrefrenabile di poter sperimentare svincolandosi dalle ristrettezze culturali del regime, a spingere il giovane Gyorgy ad abbandonare definitivamente la sua terra natìa per trasferirsi a Vienna, dove rimase fino alla morte.
I primi contatti con l’amico Stockhausen lo avvicinarono alla musica elettronica, che non si dimostrò in fin dei conti, un interesse di prim’ ordine per lui (scrisse appena tre opere per strumenti elettronici, tra cui Glissandi, nel 1957 e Artikulation, dell’anno successivo). Ma l’aria di novità che aleggiava nella mittel-Europa di quegli anni favorì non poco la sua propensione verso la creazione di nuovi linguaggi.

E’ proprio verso la fine degli anni Cinquanta che Ligeti accede ai famosi Ferienkursen (corsi estivi) di Darmstadt ed è lì che, dopo una breve e “obbligata” stagione dedicata all’apprendimento delle tecniche seriali, comincia a sperimentare sul tempo musicale, dando vita, nel decennio successivo alle sue composizioni più famose, se non le più belle in assoluto.
Con la tecnica della stratificazione, il compositore ungherese provò ad annullare il tempo musicale e il sistema delle altezze per dare vita ad una staticità lentamente variabile che anticipava di più di un decennio gli esperimenti dei minimal-ripetivisti americani. Fasce sonore sovrapposte che si muovono su un ampio raggio di frequenze creando impasti timbrici inediti, sfaldandosi e ricomponendosi continuamente: è questo il metodo compositivo che Ligeti utilizzò per Apparitions (1958-59), Atmosphères (1961, per orchestra), il Requiem (1963-65, per soprano, mezzosoprano, coro e orchestra) e Lux Aeterna (1966, per sedici voci soliste). Esplorazione dello spazio sonoro, annullamento della melodia e dell’armonia, rielaborazione del tempo musicale. Sono queste le colonne portanti del pensiero ligetiano, che lo hanno reso famoso in tutto il mondo (Kubrick a parte). Ligeti la definì “micropolifonia”:
"La complessa polifonia di ciascuna parte è incorporata in un flusso armonico-musicale nel quale le armonie non cambiano improvvisamente, ma si fondono l’una nell’altra; una combinazione distinguibile di intervalli sfuma gradualmente, e da questa nebulosità si scopre che una nuova combinazione di intervalli prende forma".
Era inevitabile, vista la filosofia di fondo della sua arte, l’incontro con Steve Reich e Terry Riley e l’avvicinamento alle tecniche dei minimalisti che vedrà anche qualche frutto nel secondo dei suoi Tre pezzi per pianoforte del 1972. Ma in quegli anni gli interessi e le influenze si amplieranno sempre di più verso l’esterno, uscendo dalla culla d’Europa per approdare in Africa, terra della poliritmia. Attratto in particolare dalla musica dei pigmei, Ligeti cominciò in quegli anni i suoi studi sul ritmo, che lo portarono, negli anni ’80 e ’90 all’enfatizzazione di complessi ritmi meccanici, attraverso un linguaggio che per la prima volta concedeva qualcosa alla melodia e al lirismo, sostituendo il denso cromatismo con una maggiore evidenza delle triadi maggiori e minori. Il tutto per porre in primo piano la dimensione ritmica. Gli Etudes Pour Piano, divisi in tre libri e scritti tra il 1985 e il 2001, rappresentano la summa della produzione dell’ultimo Ligeti e sembrano sintetizzare tutti gli interessi e le influenze di una vita: dal Gamelan giavanese a Colon Nancarrow, dai ritmi africani a Bartok.
Anche l’interesse per l’opera sembrò testimoniare un maggiore interesse per la tradizione, allo stesso modo che i suoi più recenti Concerti per strumento solista. Ma in realtà Le Grand Macabre (1978) e successivamente La Tempesta, con le forme classiche ci giocano, in un’atmosfera surreale che poco ha a che vedere con la tradizione operistica, ma che la richiama continuamente: tutto è deformato, grottesco e pomposo all’estremo (famoso il grandeur della messinscena del Grand Macabre di Roland Torpov nel 1979 a Bologna).
Dopo una lunghissima carriera, paragonabile a pochi compositori particolarmente longevi (tra i quali Verdi e il redivivo –per fortuna- Stockhausen), Gyorgy Ligeti se n’è andato. In punta di piedi, senza pompa magna. Molti, moltissimi, lo ricorderanno per i film di Kubrick, che hanno contribuito non poco alla sua fortuna, in maniera a dir poco “inconsapevole”. Ma lui lo sapeva. Era consapevole del fatto che quando si dedica la propria vita a mettere in discussione la realtà per rovesciarne le fondamenta e metterne in crisi le certezze, in pratica, quando si accetta di rappresentare l’avanguardia, si raccoglie più dissenso che consenso. Lo sapeva e ne era contento. Se non fosse stato così probabilmente non avrebbe mai lasciato l’Ungheria, magari auto-convincendosi, come molti suoi colleghi fecero allora, a “servire il popolo” e a spogliarsi dei panni dello sperimentatore. Ma aveva ragione lui, e la storia gli ha dato ragione. Certo, però, non fosse stato per il cinema…