Nemico di tutti i tradizionalismi, sperimentatore incessantemente radicale, Edgar Varèse è il simbolo, insieme a Cage e ad Ives, di tutta l’avanguardia americana del Novecento. Dagli esperimenti con le orchestre alla passione per l’elettronica, la vita artistica del compositore franco-americano ha un unico obiettivo: liberare il suono.Quando gli U.S.A., terra senza tradizioni, rappresentavano l’ambiente migliore per chi voleva rompere con un passato “pesante” come quello europeo

“La musica non è un racconto, non è un’illustrazione, non è un’astrazione psicologica o filosofica. E’ molto semplicemente la mia musica.”
(Edgar Varèse)
Quando, nel 1915, Varèse si trasferì, poco più che trentenne, da Parigi a New York, non avrebbe probabilmente mai immaginato di essere il precursore di una schiera di intellettuali europei che anni più tardi e per una decisione quasi mai presa volontariamente, si sarebbero trasferiti negli U.S.A. per sfuggire alla dittatura nazista.
Con una cultura musicale già solida alle spalle e considerato non idoneo al servizio militare in Francia durante la Prima Guerra Mondiale, Edgard si trasforma in Edgar (nel 1927 diventa cittadino americano) e trova in quella terra, apparentemente senza tradizioni, terreno fertile per le sue idee avanguardiste.
Assimilata in Europa la dissoluzione della tonalità attraverso opere come il Pierrot Lunaire di Arnold Schoenberg e Le Sacre du Printemps di Igor Stravinskij, Varèse si convince del fatto che la musica, per veder evolvere il suo linguaggio ha bisogno di radicalizzare e disintegrare tutti i suoi parametri e, lontano dalle accademie (e quindi da una tradizione consolidata nei secoli) prova a portare alle estreme conseguenze la sua idea di sperimentazione totale, che nel Nuovo Continente trova un ambiente se non altro meno ostile del suo paese di origine.
Per Varèse la fondazione di una nuova musica non può prescindere dalla radicale trasformazione dei parametri tradizionali, sonori e concettuali. Questa vera e propria rivoluzione non può realizzarsi, dunque, senza mettere in discussione i concetti di discorso musicale, di frase melodica (“Quando la melodia predomina, la musica diventa soporifera”), di tema e deve coinvolgere tutti gli elementi organizzativi, esecutivi e compositivi della creazione musicale. Finanche il titolo perde qualsiasi importanza nell’idea di opera varesiana: “Il titolo di una partitura non ha nessuna importanza. Serve solo come comodo mezzo per classificare l’opera. Ammetto che mi diverto a scegliere i titoli delle mie opere […]. Spesso prendo i titoli a prestito dall’alta matematica o dall’astronomia solo perché queste scelte stimolano l’immaginazione e mi danno l’impressione di movimento, di ritmo ”.
La musica non deve essere il racconto di qualcos’altro, ma deve esprimere solo se stessa, liberandosi di tutti i suoi significati extra-musicali. L’”Idee Fixe”, quell’idea di elemento musicale ricorrente che si presenta quasi come un leitmotiv wagneriano svincolato dalle catene del linguaggio tonale, rappresenta, in questa direzione uno degli elementi costruttivi più importanti nelle opere di Varèse, che mette in discussione, in questo modo, contemporaneamente l’idea di variazione e quella di tema, togliendo alla musica ogni possibilità discorsiva, trasformandola in una serie di immagini sonore non necessariamente legate le une alle altre.
Nei primi anni della sua carriera, trascorsi a Parigi tra il Conservatorio e la Schola Cantorum, Varèse viene formando le sue idee innovatrici, grazie all’influenza di alcuni dei compositori più importanti degli albori dell’avanguardia europea, da Ferruccio Busoni, suo vero e proprio mentore, a Debussy, che lo esorterà a continuare il suo percorso artistico nel nome della libertà assoluta del compositore. E’un periodo fondamentale, sia per la Francia del passaggio di secolo, sia per la formazione del giovane musicista ventenne che, tuttavia, non ottiene riconoscimenti accademici né per i suoi studi né per le composizioni, tutte considerate minori e andate per la maggior parte perse.
Le sue idee musicali, quella necessità sempre più impellente di abolire la distinzione tra suono e rumore, l’attenzione per gli strumenti ad altezza indefinita e l’attacco frontale al discorso musicale, trovano concretezza soltanto dopo il trasferimento a New York. Negli U.S.A. l’attività musicale del poco più che trentenne Edgar si fa incessante e non si limita alla sola composizione; profondamente convinto di perseguire il suo ideale di liberazione della musica, fonda prima la New Symphony Orchestra, votata alle esecuzioni di musica contemporanea, e successivamente l’International Composers Guile, un consorzio di compositori che, come afferma il suo stesso fondatore “disapprova ogni –ismo, rifiuta l’esistenza di scuole e riconosce soltanto l’individuo”.
Amériques (1918-1921) rappresenta il primo grande risultato della poetica anti-tradizionalista del compositore franco-americano. Composta per grande orchestra, la partitura, concepita inizialmente per 142 strumenti, comprende anche la presenza di due sirene e una ventina di percussioni. Le grandi masse orchestrali si muovono tra densità e rarefazione, sviluppate con un linguaggio quasi totalmente atonale. L’uso di strumenti non convenzionali per l’orchestra classica rappresenta per Varèse una risorsa irrinunciabile, soprattutto quando si tratta di oggetti che producono suoni ad altezza indefinita:“La melodia compare in modo insidioso e rapidamente. Non resta che opporvi il rumore dei timpani e quello degli strumenti a suono indefinito”.
I riscontri di pubblico, radicalmente divisi tra chi adora e chi aborre quegli esperimenti, non ferma il cammino verso la liberazione del suono di Varèse che, anzi, negli anni estremizza il suo linguaggio musicale. In composizioni come Hyperprism (1923) e Integrales (1925) il compositore compie il passo definitivo verso il compimento della propria identità stilistica. Sono sempre meno gli elementi musicali che hanno una qualche relazione con la tradizione europea e la prevalenza di strumenti a fiato e a percussione crea impasti timbrici assolutamente estranei ai tipici colori orchestrali. L’apice di questo procedimento di “indeterminazione” del suono viene raggiunto da Ionisation (composta tra il 1929 e il 1931 durante il suo momentaneo ritorno a Parigi) che presenta un organico unicamente composto di strumenti a percussione: 41 strumenti divisi tra membranofoni, metallofoni, idiofoni a frizione, a scuotimento, sirene e un pianoforte utilizzato soltanto per produrre cluster (agglomerati di suoni contigui che coprono un ampio intervallo) nel registro grave. Qui la forma viene generata da brevi combinazioni ritmiche (Idee Fixes) sviluppate di volta in volta dai vari strumenti impiegati. La melodia (almeno nel suo senso più comune) scompare per lasciare il posto ad episodi costruiti su contrasti ritmico-timbrici.
L’ansia di produrre suoni che rispondessero alle esigenze del compositore, costretto spesso a dover adattare le sue idee agli strumenti convenzionalmente in uso, portò Varèse a un lungo e travagliato lavoro con i mezzi elettronici, da poco comparsi in via sperimentale, come le Onde Martenot e il Teremin, strumento, quest’ultimo, in seguito molto diffuso anche nell’ambito dell’elettronica popular più avanguardista. La difficoltà di poter lavorare con quei mezzi, all’epoca spesso appannaggio di pochi studi fonografici, creò non pochi problemi ad un compositore così votato alla sperimentazione come lui. Varèse, da grande pioniere, vedeva nell’elettronica lo strumento migliore per liberare le idee dalle costrizioni delle possibilità umane; non per questo però, pensava che le macchine avrebbero dovuto sostituire gli strumenti tradizionali:“L’elettronica è un fattore integrativo, non distruttivo, nella pratica artistica come nella teoria musicale.”
Probabilmente anche a causa di queste difficoltà a reperire strumenti poco diffusi, ma necessari allo sviluppo della sua poetica, dopo la composizione di Density 21.5 per flauto solo (1936), Varèse cade in un silenzio decennale che fa presagire ad un suo definitivo abbandono della composizione. E invece, proprio quando lo si dava ormai per vinto, ormai settantenne, ritorna sulle scene coronando il suo incessante lavoro di ricerca con due composizioni di musica elettronica che lo consacrano alla critica, al pubblico e addirittura, in qualche forma, alla cultura popular: Déserts (1950-54) e Poème Electronique (1957-58) commissionatogli dalla Philips per l’inaugurazione del proprio padiglione in occasione Exposition Universelle di Bruxelles del 1958, realizzato da Le Corbusier.
Dèserts è considerato da molti il capolavoro di Edgar Varèse. La rarefazione del linguaggio orchestrale, fatto di concisi episodi che sfumano gli uni negli altri attraverso variazioni dinamiche e di densità sonora, viene interrotta da tre “interpolazioni elettroniche”, episodi di suono organizzato e manipolato elettronicamente su nastro magnetico ed emesso stereofonicamente. Si pensi soltanto, con il senno di poi, alla portata storica di un’operazione del genere, oggi che si parla molto (e già con un certo grado di storicizzazione) della commistione tra rock ed elettronica e di Screamadelica del Primal Scream.
Dal canto suo, il Poème Electronique, ultima sua opera, fatta eccezione per incompiuta Nocturnal (ultimata da Choun Wen-Choung sulla base degli abbozzi del maestro), è l’unica composizione di Varèse interamente elettronica e quella che è rimasta maggiormente nell’immaginario collettivo. Il Poème comprende suoni naturali (voce inclusa) e suoni sintetici elaborati su nastro magnetico (lo stesso procedimento con cui è stata composta Revolution 9 dei Beatles, per intenderci) e, in occasione della “prima”, venne diffuso da un sistema di altoparlanti incorporati alla struttura del padiglione, contemporaneamente alla proiezione di suoni e immagini, dando vita ad un grande esempio di arte integrata, in pratica ad una sorta di opera multimediale in embrione.
Quando Varèse muore, nel 1965, il cambiamento sociale ed economico della società, in America è già un dato di fatto e in Europa è alle porte la rivoluzione del ’68. Il rock sta facendo i primi passi verso la creazione di una identità e una dignità tutte proprie. Si comincia già timidamente a parlare di rock “progressivo” e nel panorama della popular music si affacciano già i primi avanguardisti. Appena un anno dopo, nel 1966, Frank Zappa cominciava la sua lunga (ma purtroppo non lunghissima) carriera di “anticorpo” del rock insieme alle sue Mothers Of Inventions.
Inutile cercare in Freak Out! o nei suoi dischi successivi elementi spiccatamente varesiani, ma non è un segreto che le idee espresse dalla musica del compositore franco-americano hanno influenzato a livello concettuale Zappa a tal punto da rendere quasi impercettibili i riferimenti espliciti: l’invenzione del Synclavier, le “parodie contemporanee” di The Perfect Stranger (prestigiosa collaborazione con Pierre Boulez), lasciano intendere una passione per il pensiero musicale di Varèse che andava al di là della musica ed arrivava alla filosofia.
Come lui stesso racconta, fin da piccolo era stato attratto dalla figura bizzarra di questa sorta di “scienziato pazzo”, la cui foto compariva sulla copertina di un disco di Complete Works Of, che il giovane si era procurato dopo averne letto una recensione ed esserne rimasto totalmente affascinato:“Ogni volta che qualcuno veniva a casa mia doveva ascoltare Varèse. Io ero convinto che quella fosse la prova definitiva della loro intelligenza; per loro invece era la prova assoluta che io fossi completamente matto”.
Il gusto per la scelta di sonorità totalmente nuove dal punto di vista timbrico e per la sperimentazione di nuove combinazioni strumentali, più in generale il senso di liberazione sonora che deriva dalle esperienze musicali varesine, è riuscito con le sue ambizioni “totalizzanti” e innovatrici ad influenzare musicisti provenienti da ambiti diversissimi, da John Cage a Charlie Parker, da Steve Reich ai Pink Floyd, passando per i Beatles.
La sua musica, seppure così distante da una logica “popular” è figlia della contemporaneità più di ogni altra musica contemporanea, in quel suo essersi aperta a tutte le possibilità del suono prima ancora che gli altri provassero a sperimentane i singoli aspetti. E’ per questo che, in qualche modo, possono essere considerati debitori di Varèse sia Iannis Xenakis e Cage, che gli Einstürzende Neubauten.