Da semplice materiale didascalico, i titoli di testa sono diventati sempre più elemento a sé stante, vezzo pop, brevi prodromi dell’era dei videoclip, nella migliore delle ipotesi oggetti d’arte nella loro astrazione da pochi minuti e via.

Un uomo in elegante doppiopetto avanza di profilo. Lo osserviamo da una prospettiva alquanto particolare: il fondo della canna di un’arma da fuoco. L’uomo si accorge di noi, si gira di scatto e con una movenza plastica estrae la sua pistola e spara. Il cerchio perfetto da cui osserviamo ondeggia e cade, mentre un manto rosso di sangue cala sull’inquadratura come un osceno sipario di morte. Se mai si potesse fare una graduatoria delle sequenze cinematografiche diventate icone pop e materiale costitutivo dell’immaginario collettivo, la celebre introduzione dei film di 007 starebbe lì, probabilmente accanto alla doccia di Psycho, al bagno notturno di Anita Ekberg ne La Dolce Vita e al bimbo cosmico che ci saluta misterioso nel finale di 2001.
Di solito nei film di 007 quello che abbiamo appena descritto è solo una introduzione, che si ripete immancabile e precede i titoli di testa. Ci sono passati tutti: Sean Connery, Roger Moore, Timothy Dalton e per ultimo Daniel Craig nell’ultimissimo Casino Royale. Quello che segue però questa sorta di prefazione alle immagini, che rimane immutabile nonostante gli anni ed il cambio di interpreti è diventato egualmente oggetto di culto: i celeberrimi titoli di testa. Se l’introduzione rimane identica (e non potrebbe essere diversamente), le sequenze dei titoli di testa sono invece materiale biodegradabile, evocazione immaginaria dell’air du temps del film.
Da semplice materiale didascalico per notificare allo spettatore il cast tecnico del film che si appresta a vedere, I titoli di testa sono diventati sempre più elemento a sé stante, vezzo pop, brevi prodromi dell’era dei videoclip, nella migliore delle ipotesi oggetti d’arte nella loro astrazione da pochi minuti e via. Nascono evidentemente dalle didascalie del cinema muto. Tavole scritte, fotografate e inserite tra un fotogramma e l’altro per compensare la mancanza di sonoro e quindi di dialoghi e voce narrante. Successivamente sono diventati un modo per introdurre lo spettatore allo spettacolo. Uno scarno libretto d’Opera a schermo, che ci dice chi è l’artefice dell’opera, chi sono gli attori, chi fa parte del cast tecnico. E’ con gli anni ’60, con l’avvento della pop art, della pratica “bassa” di fare arte e cultura, che i titoli di testa di un film cominciano, in qualche senso, a prendere vita propria. Diventano un abile modo per sintetizzare il tema del film e il clima delle sequenze che seguiranno.

“Quello che penso inizialmente su cosa posso fare con un titolo è di introdurre un umore, principalmente di sottolineare il cuore della storia del film, esprimere la storia in modo metaforico. Io vedo nel titolo un modo per condizionare gli spettatori, così nel momento in cui il film inizia, dovrebbero avere già una risonanza emotiva con quello che stanno per vedere”
Il vero e proprio iniziatore dell’arte dei titoli di testa è l’ormai leggendario Saul Bass, l’uomo che ha disegnato lo storyboard della sequenza della doccia in Psycho, il geniale inventore di un design evoluto ed evocativo che come disse qualcuno sarebbe potuto essere l’artificio di un Matisse, se soltanto il pittore francese fosse nato nel Bronx e avesse ascoltato jazz.
Bass era capace di sintetizzare un film in pochi minuti, con pochi elementi minimali. La sua era un’arte della suggestione, del dire tanto con poco. Sono stati soprattutto tre i registi con cui ha fatto i lavori più importanti: Otto Preminger, Alfred Hitchcock e Martin Scorsese. Il primo a capire l’importanza psicologica di una sequenza introduttiva fu proprio Preminger con il suo L’uomo dal braccio d’oro, film che nel 1956 contribuì ad abrogare il Codice Hayes che proibiva espressamente alcune tematiche “immorali”. Droga e sesso, manco a dirlo. Il film ha molti elementi di interesse, dall’interpretazione di Frank Sinatra alla partitura di Elmer Bernestein, ma nel nostro caso è proprio il rivoluzionario lavoro di Bass per i titoli di testa a destare attenzione. Lavorando sul concetto centrale del film, ovvero la dipendenza di un musista jazz dall’eroina, Bass sceglie di usare proprio il braccio come elemento evocativo. Una sequenza su fondale nero, dove forti e evidenti strisce bianche vanno poi a confluire nel disegno stilizzato di un braccio. Un’immagine che viene poi usata da Bass, anche nella locandina del film.
Ancora più rivoluzionario è stato il lavoro fatto con Hitchcock, per tre suoi film: Intrigo Internazionale, La donna che visse due volte e Psycho. Per il primo elabora delle linee che si intersecano fino quasi a disegnare l’ombra di un grattacielo su cui far scorrere i titoli, per il secondo – uno dei suoi lavori più belli – elabora tutto il design della sequenza a partire dal concetto di identità femminile e di perdita di equilibrio, con un alternarsi di dettagli presi da un viso di donna e di diagrammi spiraliformi ad evocare il senso di vertigine, per il terzo la scissione psicologica di Norman Bates viene significata con un magistrale lavoro di linee che spezzano il lettering dei titoli e lo ricompongono muovendo dai lati dell’inquadratura. A contribuire in maniera determinate alla forza evocativa della sequenza contribuisce anche la musica di Bernard Hermann i cui tagli netti sugli acuti dell’orchestrazione sembrano fare perfettamente coppia con il design della sequenza.
Per Psycho Hitchcock lo consulterà come artista grafico per alcune delle sequenze più importanti del film, compresa quella della doccia, e il contributo determinante di Bass alla forza delle immagini sarà testimoniato da Hitchcock stesso nella celebre chiacchierata con Truffaut.
Con Scorsese, l’ultimo dei grandi con cui l’artista newyorkese ha lavorato (tra gli altri: Kubrick, Wise, Wilder) il lavoro di Bass è stato fatto per lo più in coppia con la moglie Elain Matakura, passando abilmente al design computerizzato. Ne fanno fede gli splendidi lavori per L’età dell’innocenza e Cape Fear, il primo adornato con un magistrale uso di lettering e layering, suddividendo l’immagine in tre strati, ciascuno con il proprio grado di colore e di profondità, il secondo autocitandosi, nei suoi riferimenti a Seconds – Operazione Diabolica (i dettagli minacciosi di viso e occhi) e a Psycho (il lettering spezzato).
Lo stile rivoluzionario di Saul Bass può essere definito “simbolismo grafico”. L’evocazione del contenuto del film attraverso pochi segni simbolici. Contemporaneamente però si faceva largo un’altra corrente di pensiero, un modo diverso di concepire il design per i titoli di testa. Sono sempre gli anni ’60 e la sequenza di 007 evocata in apertura viene concepita rapidamente da Maurice Binder che la disegna su un foglio di carta in appena un quarto d’ora. Le sigle introduttive della serie di 007 saranno per lo più opera sua e di Robert Brownjohn. Binder è però il primo e migliore interprete - oltre che il suo re-inventore pop - del design fotografico inaugurato da Stephen Frankfurt. Anche Bass muove qualche passo con questo stile, che prevede l’uso di immagini e dettagli ingigantiti e articolati.

Nella prima sigla della serie di 007, quella per il Dr. No Binder si muove ancora su un look stilizzato che gioca con i cerchi del mirino e dei due zeri del numero di serie 007. La vera e propria apoteosi pop, la raggiungerà con i successivi film della serie, in special modo con Thunderball, Una cascata di diamanti, Vivi e lascia morire, L'uomo dalla pistola d'oro, Moonraker. Lo stile di Binder contribuisce in maniera determinante ad evocare il mondo dell’agente segreto inglese, muovendosi tra sensuali silhouette femminili e stilizzazioni formali per un modo fatato come fosse sonorizzato da una colonna sonora a base di lounge e cocktail music. Binder si ripete in grande anche al di fuori della serie di James Bond e due titoli soprattutto gli danno credito: Repulsion di Roman Polanski e Barbarella di Roger Vadim.
Sempre a partire dagli anni ’60 comincia a prendere piede Pablo Ferro e quella che viene definita tecnica del quick-cutting, tagli veloci, con cui si indica la maniera di lasciare il lettering dei testi, come fossero scritti a mano. Il primo e migliore esempio di tutto questo è nei bizzarri titoli di testa di Dr. Stranamore di Kubrick, realizzati proprio da Ferro. Immigrato a New York dopo un’infanzia passata a Cuba, Ferro diviene rapidamente un maestro del design dei titoli introduttivi, lavoro che continua a fare tuttora. Jonhathan Demme che ha lavorato con lui per molti dei suoi film lo definisce “The best designer of film titles in the country today”. Ferro manterrà uno stile riconoscibile e immediatamente accattivante anche nelle decadi successive, piegando amabilmente l’umore del tempo alla propria arte. Prova ne siano due lavori diversissimi eppure immediatamente identificabili nel suo stile, come Vivere e morire a Los Angeles di Friedkin e Beetlejuice di Burton.
La spinta propulsiva degli anni ’60 al design in generale e a quello dei titoli di testa in particolare è abbastanza incontestabile. L’effetto, anche grazie al lavoro di questi ed altri artisti, si protrae fino ad oggi, dove si calca molto di più la mano sull’effetto speciale di per sé, piuttosto che sul contenuto creativo. La rivoluzione portata dalla computer grafica e dall’uso del 3D si sente soprattutto a partire dagli anni ’80 e i pionieri in questo ambito sono senz’altro Richard e Robert Greenberg, i fondatori della florida R/Greenberg Associates, o R/GA. Si devono a loro titoli estremamente elaborati e dal grande impatto visivo come Superman, Alien, Terminator, Predator. Lo stile è quello avveniristico in cui le lettere si scompongono e si animano, in cui il 3D dà una profondità inedita ai fondali, in cui l’animazione dei testi presa dalla vecchia scuola disneyana, viene trasposta in una nuova epoca cyber da digitalizzazione spinta.
“Dei buoni titoli di testa possono eccitarti all’idea di essere al cinema in quel momento, pronto a vedere proprio quel film. Possono convincerti che non vorresti essere in nessun altro posto nel mondo eccetto dove sei ora, pronto a vedere qualcosa di incredibile”

La R/GA diventa rapidamente leader del settore digital graphic design, sia per l’advertising tipico che per il reparto effetti speciali. Soprattutto diventa una fucina di talenti inediti, legati all’uso del PC come mezzo di esortazione creativa. E’ proprio dalle fucine della R/GA che arriva l’ultimo mago dei titoli di testa, il giovane enfante terrible Kyle Cooper.
Cooper si fa rapidamente un nome nell’ambito della R/GA. Partecipa ai progetti principali, mostra soprattutto i segni di una creatività febbrile e indomabile. Il grande salto in proprio, lontano dalla casa madre viene fatto con Se7en di David Fincher. Quello di Cooper è un taglia e cuci che sembra sintetizzare nella nuova epoca del digitale, sia il simbolismo grafico di Bass, che il gusto per le immagini macroscopiche di Binder. Il lavoro fatto per i titoli di testa di Se7en è abbastanza radicale, nell’uso congiunto di tutte le tecniche possibili, nell’evocare il panorama schizoide del serial killer, nella sua articolazione di immagini frenetiche che si muovono quasi in accordo con la soundtrack costituita dal remix di Closer dei Nine Inch Nails. Entertainment Weekly definirà la sequenza “A masterpiece of dementia”.
Se7en è il primo lavoro in solitario, come Kyle Cooper, fa molto rumore e costituisce l’avvio di una brillante carriera. Successivamente il New York Times dirà del suo lavoro fatto per il remake di Zombie diretto da Zack Snyder che “Le sequenze dei titoli di apertura e chiusura sono fatte così bene che giustificano il biglietto per sedersi e vedere il film” e successivamente si sprecheranno le lodi per i titoli di testa di Donnie Brasco e i due Spider Man. Quello di Cooper è un lavoro meticoloso e certosino, che non si cura del passare del tempo, bensì della perfezione dell’effetto finale. Per la sequenza introduttiva di Spider Man 2, passa un intero anno a scannerizzare vecchi albi dell’Uomo Ragno, mentre per quella che apre La Mummia fa precise ricerche storiche sui caratteri tipografici. Cooper è l’ultimo designer dei titoli di testa che abbia ormai un certo peso in termini di visibilità e di griffe, al punto che alcuni registi hollywoodiani hanno rifiutato di lavorare con lui perché probabilmente la sua sequenza introduttiva avrebbe divorato tutto il film.
Dopo aver lasciato la R/GA insieme ad altri due colleghi, Chip Houghton e Peter Frankfurt, Cooper decide di fondare con loro la Imaginary Forces, a cui si devono molte delle sequenze introduttive più suggestive degli ultimi anni, da Mission: Impossibile a Twister, passando per Gattaca. Se gli si domanda sui suoi maestri Cooper non ha dubbi e cita Saul Bass e Stephen Frankfurt ed è, anche a dispetto della qualità dei film su cui lavora, l’unico contemporaneo ad avere una propria visione creativa paragonabile a quella dei grandi artisti dell’epoca d’oro degli anni ’60. Ora è di nuovo in solitario, allontanatosi proprio dalla Imaginary Forces che aveva contribuito a creare. Di sicuro la sua attività continuerà a concepire piccoli congegni a orologeria, mentre più in generale l’arte dei titoli di testa continuerà ad essere terreno di conquista per molti altri talenti a venire.