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Johnny Cash - Folsom Prison Blues

di ©2006 Teresa Greco e Stefano Solventi
In occasione dell’uscita di Walk The Line, biopic su Johnny Cash, uno speciale sul film e sul classic live At Folsom Prison del 1968: quando il country-folk guardò dritto negli occhi l'America, ricordandole certe cose che avrebbe preferito dimenticare. Fu un brivido per entrambi.

Walk The Line (di James Mangold - USA, 2005)

di ©2006 Teresa Greco

Scritto sulla base di due autobiografie, The Man in Black e Cash: An Autobiography e approvato dallo stesso Cash, Walk The Line segue la struttura classica del biopic, affastellando gli eventi, ricercando le motivazioni profonde del protagonista in traumi infantili e da lì partendo, narrando in superficie, senza mai approfondire realmente (l’esempio più recente è Ray, di Taylor Hackford).

E’ questo il maggiore difetto del peraltro godibile film di James Mangold, più di due ore inseguendo un amore tenace, quello di Cash per June Carter della Carter Family, cantante e intrattenitrice, mentre rincorre i propri demoni, tra alcool, rivalsa e anfetamine, sensi di colpa nei confronti della famiglia, il successo e l’affermazione professionale sempre maggiori.

Il film si apre sulle immagini del gennaio 1968, con Cash prima di andare in scena: ci troviamo nel carcere di Folsom, in California, dove il musicista ha deciso, contro il parere della casa discografica - la Columbia - di tenere un concerto, dopo aver letto le numerose lettere di stima che gli arrivano dalle carceri americane. Parte poi un lungo flashback, cominciando dall’infanzia in Arkansas, con un trauma profondo a segnarlo per sempre: la morte in un incidente del fratello maggiore, il figlio preferito dal padre. Proprio il rapporto con il genitore è il leit motiv del film: da una parte c’è in Cash il rimpianto per aver lasciato da solo il fratello prima dell’incidente, dall’altra il sentirsi inadeguato rispetto alle aspettative paterne e, in generale, il senso di colpa che per questo lo accompagnerà.

Colpisce innanzitutto l’aderenza calligrafica di Joaquin Phoenix al ruolo di Cash (nonché una buona somiglianza fisica), e la scelta di farne un antieroe vulnerabile e debole, una marionetta mossa da fili altrui, in cui solo in minima parte si avverte la tensione, la passione musicale e il senso del suo essere artista e musicista straordinario, l’inquietudine e la trasgressione che lo muovevano nella vita e nell’arte, le tematiche che gli stavano più a cuore, dai diritti dei detenuti a quelli dei nativi americani. L’uomo è in primo piano, e forse non poteva essere altrimenti in un film del genere; la crescente pressione dovuta al successo e alla fatica dei lunghi tour lo portano ad avvicinarsi alle anfetamine, fino al plateale arresto nel 1965 e al crollo, da cui fu salvato proprio dalla Carter e dalla famiglia di lei. Solo dopo un lungo inseguimento sentimentale, durato una decina d’anni, June accetterà di sposarlo, e a questo punto si avrà anche un parziale riavvicinamento con il padre, uno sciogliersi della tensione che li aveva portati l’uno contro l’altro.

Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon (quest’ultima in un’interpretazione che le ha appena fruttato un Oscar) fanno del loro meglio per entrare nei panni dei due protagonisti ( " Finite le riprese mi sono sentito abbandonato, totalmente perso, senza un'ancora di salvezza. Non avevo mai lavorato così a lungo su un personaggio. Ogni giorno non facevo altro che documentarmi su John, ascoltare John. John era tutto", parole di Phoenix), attraverso un tour de force a cui si sono sottoposti; sono essi stessi infatti a interpretare le canzoni di Cash e della Carter, in una colonna sonora curata da T-Bone Burnett, uscendone bene tutto sommato. Poi bastano pochi minuti sullo schermo, e Robert Patrick, nel ruolo del padre di Cash, una delle figure chiave del film, oscura tutti.

Walk The Line, rigare dritto, è quello che Cash continua a promettere alla moglie Vivian (da cui poi divorzierà), quel che cerca di fare per tutto il film, nonostante le numerose tentazioni. Spiace che il sottotitolo originale, Love Is A Burning Thing (da Ring Of Fire) sia stato impropriamente reso come Quando l’amore brucia l’anima, che è diventato il titolo italiano. Edizione italiana d’altra parte meritoria, quando traduce tutte le canzoni nei sottotitoli.

In definitiva un film “divulgativo”, arricchito da buone interpretazioni, per un prodotto che si fa vedere e scorre agevolmente, puntellato dal commento delle canzoni, che aderiscono perfettamente alla vicenda. Da un biopic hollywoodiano non si poteva veramente chiedere di più.

Johnny Cash - At Folsom Prisom (Columbia, 1968)

di ©2006 Stefano Solventi

Quel 13 gennaio del 1968, Johnny Cash si apprestava a chiudere un cerchio. Un cerchio che lo attendeva da sempre. Per il quale sembrava essere nato, trentasei anni prima, nell’arido Arkansas. Figlio di contadini, famiglia numerosa, lavoro duro. La tragedia dietro ogni angolo (gli muore un fratello quattordicenne ferito da una sega elettrica). Poi l'esercito, tre anni in Germania. Una chitarra per portarsi dietro l'America, per inventarsi menestrello, tra country e gospel, tra terra e cielo.

Ritornò a casa che la musica era ormai la sua strada, una strada che lo porterà a Memphis, dove tenne un'audizione per la Sun records. Era il 1954. Elvis stava inventando uno strano ordigno che sarà il rock'n'roll. Cash, già alle prese con i suoi tormenti, voleva cantare il gospel, ma l'occhiuto Sam Pillips – patron della Sun - volle farne un country men. Lo convinse. Lo ingaggiò. Ottenne un successo straordinario. Dischi a palate. La fama. Ma Johnny doveva fare i conti col veleno nell'anima. Col suo lato nero. Arrivarono i concept album, la causa pellerossa, la legge contro la pietà, un intreccio carnefice e solenne di tragedia e giustizia. L'America capì. L'America approvò. Che incredibile Paese. Poi Cash perse il filo e il controllo, si perse in un cerchio di droghe e frenesia, anche per sostenere gli oltre duecento concerto all'anno. Lo beccarono. Lo arrestarono.

Seguì il collasso. June Carter, cantante della Carter Family, lo raccolse. Salvò l'uomo e il musicista, derelitti entrambi. Ripulì l'uomo e la musica. Lo amò, riamata. Riamata per sempre. Licenziarono un album assieme, nulla di che, ma fu la rinascita. Poi arrivò il 1968. Tutto intorno era fermento. Il folk e il rock cospiravano copule acide, la tradizione si travestì nell'esplosione di una nuova era. Johnny Cash stava per chiudere il cerchio. L'indirizzo lo trovò scritto in una delle sue canzoni più celebri: Folsom Prison Blues.

Duemila detenuti assisterono a quel concerto. Uno di essi, Glen Sherley, incaricò il prete del carcere di far ascoltare a Cash il nastro di una sua canzone. Era la toccante Greystone Chapel, con cui Johhny chiuderà l'esibizione. Era fatto così, Cash. Un gran rispetto per tutto ciò che sapeva di reale, di vita malgrado il miserabile intruglio del vivere. Capì che Greystone Chapel era un frammento asciutto e commovente di quella vita reclusa, e ne fece cosa propria. Con la stessa forza che rende i diciannove pezzi della scaletta una raffica sola, proiettili sparati con ridanciano cinismo, asciutti, in qualche modo assolti. Con l’inscalfibile autorità di chi ha guardato la tragedia negli occhi. Di chi vive l’errore - il peccato! - come un conflitto inevitabile, respiro tra i respiri, ombra dietro l’ombra. In ogni canzone una storia prende vita, nuda e cruda. Senza fare sconti alla miseria, alla meschinità. Alla pietà. Senza attenuanti. Tutta la pietà ammissibile è già spesa col semplice narrare quelle storie di assassini e assassinii, di furia covata ed esplosa, di patiboli che attendono, di amori che s'infrangono nei rantoli della morte, di tossica consuetudine e sconfitta leggendaria. Ogni canzone strappa un brandello d'abito alla tradizione, ne svela le cicatrici, il ventre molle, malato.

Scherza, Cash, tra un pezzo e l'altro, spezzando il canto con una risata. E’ stranamente rilassato. Gioca col fuoco. Sa di poterlo fare. La sua è la forza di chi ti cammina al fianco e lo farà sempre, qualsiasi macchia ti porti dentro. Tre lustri più tardi, un solitario Springsteen farà Nebraska con questo stesso spirito: disco stupendo, crudo, lancinante, ma pur sempre fiction. Cash, invece, se la giocava in prima persona. Puoi avvertirlo nella flagranza, nell'imperfezione, nell'urgenza di At Folsom Prison (un plauso doveroso alla band: i fratelli Carl e Luther Perkins alle chitarre, Marshall Grant al basso, W.S. Holland alla batteria, la Carter Family - June compresa, che duetta con Johnny in Jackson - e gli Statler Brothers ai cori). Quando il country-folk - l'impeto rock covato nel cuore - guardò dritto negli occhi l'America. Ricordandole certe cose che avrebbe preferito dimenticare. Fu un brivido per entrambi. Puoi sentirlo ancora.

Copertina: Johnny Cash - American V: A Hundred Highways (Lost Highway, 4 luglio 2006)
  • Help Me
  • God's Gonna Cut You Down
  • Like The 309
  • If You Could Read My Mind
  • Further On Up the Road
  • The Evening Train
  • I Came To Believe
  • Love's Been Good To Me
  • A Legend In My Time
  • Rose Of My Heart
  • Four Strong Winds
  • I'm Free From The Chain Gang Now

Johnny Cash - American V: A Hundred Highways (Lost Highway, 4 luglio 2006)

di Antonio Puglia

Non è un azzardo affermare che, negli ultimi tempi, non c’è stato un artista tanto amato, riconosciuto e omaggiato come Johnny Cash. A tre anni dalla scomparsa, l’ombra lunga del man in black continua a stendersi sui nostri giorni: dopo il grande successo del biopic Walk The Line e l’uscita del cofanetto Unearthed, è infine arrivato il momento di pubblicare le ultime canzoni registrate dal Nostro per il quinto volume delle American Recordings, curate da Rick Rubin a partire dal 1994.

Nella sostanza, A Hundred Highways non fa che confermare quanto già era emerso dai precedenti quattro episodi: le straordinarie doti interpretative di Cash restano intatte, così come la caratura degli arrangiamenti – messi a punto in fase postuma dai fidati Mike Campbell, Benmont Tench e Smokey Hormel, più Matt Sweeney e Johnny Polansky-,  stavolta ancora più minimali del solito, tanto che il set di brani appare come il più omogeneo della serie (unica eccezione in una maggioranza di ballate, il blues à la Waits di God's Gonna Cut You Down); quello che cambia è come l’artista ne viene fuori, colto nei suoi ultimi giorni, quando la fine era vicina.
Accantonato l’epos, c’è soltanto spazio per la preghiera e la fede (l’iniziale Help Me, l’autografa I Came To Believe), per l’accettazione del proprio destino (l’inedita Like The 309, l’ultima canzone scritta e composta da Johnny), per piangere chi non c’è più (On The Evening Train di Hank Williams suona come un estremo saluto a June Carter, scomparsa qualche mese prima del marito), nell’incantesimo di una voce che è insieme fierezza e rimpianto, sconfitta e resistenza.
E così accade che la magia si ripeta ancora una volta, che Further On Up The Road del tardo Springsteen sembri scritta apposta per lui, così come If You Could Read My Mind o I’d Be A Legend In My Time (le originali rispettivamente del canadese Gordon Lightfoot e di Ronnie Milsap), mentre il finale di Rose Of My Heart, Four Strong Winds (in passato interpretata, tra gli altri, da Neil Young) e I’m Free From The Chain Gang Now ci restituisce il Cash più classico, quello delle country ballad romantiche, dei traditional e dei canti dei detenuti. Un disco sincero e sentito dunque, lontano da ogni retorica e logica celebrativa, che suona come un ideale addio. Tutt’altro che scontato. (7.7/10)