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John Carpenter

di ©2006 Antonello Comunale
Ultimo erede dei maestri del cinema classico americano, John Carpenter è in sé autore moderno e complesso, che nasconde tre le pieghe del film di genere percorsi e vocazioni alte. Il suo cinema è una realtà che si sfalda perché costantemente erosa ai suoi margini. Un terreno che ci viene a mancare sotto i piedi.
1997: Fuga da New York - Snake Pliskeen

John Carpenter: Orrore e Pregiudizio

Finiremo tutti a guardarci e riguardarci su uno schermo, mangiando pop corn e ridendo delle nostre idiosincrasie, delle nostre paure e delle nostre illusioni. Un atto di conturbante resa di fronte al collasso di percezioni e pregiudizi atavici. Il finale de Il Seme della Follia ci dice che la presa di coscienza di quello che siamo veramente, è il boccone amaro da mandar giù per vedere realmente oltre l’ombra proiettata sul muro. Il cinema di Carpenter è una realtà che si sfalda perché costantemente erosa ai suoi margini. Un terreno che ci viene a mancare sotto i piedi.

Quello che può essere considerato, oggettivamente, come l’ultimo dei maestri del grande cinema classico americano, è in realtà uno degli autori più moderni e problematici in circolazione. Eppure, si mimetizza magistralmente nel contesto; come la sua Cosa, imita il film di genere, ma, in qualche modo, è altro da sé. Dopo anni di oblio e dimenticanza (tutti gli ’80 e la gran parte dei ‘90) il nome di John Carpenter è stato finalmente riabilitato criticamente. E neanche a dirlo, la spinta propulsiva a vedere in lui un Autore, con la A maiuscola, è arrivata essenzialmente dall’Europa, dalle scelte coraggiose di festival, come quello del Cinema Giovani di Torino, che sotto la rinnovata direzione di Giulia D’Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto, gli dedicò, qualche anno fa, un’amorevole retrospettiva.

Carpenter è tutto sommato un marginale per sua scelta. Un uomo che ai marketing leaders delle quattro grandi majors hollywoodiane deve sembrare incredibilmente vetusto. E’ uno che parla ancora di “artigianato”, nell’epoca della nuova estetica digitale post-Matrix. Un’eresia. Ma è proprio questa eresia che lo rende così peculiare e affascinante. Pensi ai suoi film e i termini di paragone sono da un lato gli artisti del new horror, come Cronenberg, Craven, Dante, Raimi; dall’altro il suo modo di girare, la sua estetica dell’immagine e del tessuto narrativo, lo accomunano ai grandi metteur en scene del cinema hollywoodiano classico, i vari Walsh, Hawks, Welles, Ford, Hitchcock, Wilder, ecc.

D’altro canto, dopo la presa d’atto che le coordinate del suo cinema sono nel classicismo americano, è impossibile non notare, in quasi tutti i suoi film, alcune gelide correnti europee. Un sentire problematico ed esistenziale, che impregna come una cappa film che non potrebbero essere più yankee di così. Questo è il lato modernista del suo cinema, che cerca di venire a galla. Quello che, in qualche modo, lo rende un autore davvero sui generis. Perché se da un lato il versante esistenziale e metafisico delle sue storie può assumere un tratto addirittura eversivo, al punto da inficiare il meccanismo cinematografico, Carpenter ha però troppo a cuore il tessuto della storia, tutto il gioco di incastri narrativi, per fare davvero in modo che si faccia detonare la narrazione. E’ per questo che, a differenza di Lynch e Cronenberg, non sarà mai invitato nei salotti buoni dei Festival di Cannes e Venezia (se non per una qualche retrospettiva commemorativa, che è il solito palliativo postumo e riparatore che si adotta in questi casi…).

Nato a Chartage, New York, nel gennaio del 1948, il Nostro vive una normalissima infanzia a base di Famous Monsters e fanta film anni ’50, con due direttrici principali dovute ai genitori: la musica e il cinema. La musica è essenzialmente un’influenza del padre, che insegna musica moderna all’Università del Kentucky e fa il turnista per gente come Roy Orbison e Frank Sinatra. Sarà grazie a lui che il piccolo John incomincerà a muovere le sue mani sul piano e sul violino. La madre, invece, lo spingerà ad interessarsi al cinema, accompagnandolo continuamente a vedere film di tutti i generi. Entrambe queste passioni se le porterà dietro per tutta la vita e, caso più unico che raro, riuscirà ad amalgamarle indissolubilmente nella propria pratica cinematografica.

Da studente incomincia presto a mettere mano a piccoli corti e super 8, lavorando contemporaneamente come critico rock per la Los Angeles Free Press, arrivando ad intervistare addirittura Jim Morrison. Dal 1968, incomincia a frequentare la USC, University of Southern California, dove si dedica ai corsi di regia, fotografia, e montaggio. Una scelta, a suo modo politica. Non è un caso che moltissimi anni dopo Dario Argento, nel corso di un dibattito a due con il regista americano, si complimenterà per la scelta, perché “all’USC si impara veramente il mestiere. Non è una scuola per fighetti come la UCLA dei vari Spielberg e Lucas”. Ma al di là delle sfrecciatine polemiche di Argento, la USC - che pur essendo un’università abbastanza rinomata ha un profilo decisamente più marginale rispetto alla UCLA -  farà in modo che il Nostro, segua una strada parallela ai grandi autori del nuovo cinema americano anni ’70, ma distinguendosi sensibilmente per scelte ed esiti produttivi.

Il primo approccio è comunque di grande credito. Sono all’incirca undici i corti che Carpenter girerà come test di prova per l’USC e uno di questi, The Resurrection of Bronco Billy, si aggiudicherà addirittura il premio Oscar, come miglior cortometraggio del 1970. Un piccolo omaggio alla tradizione western e in sé un piccolo rivelamento autobiografico, carico com’è di profonda e debordante cinefilia.
The Resurrection of Bronco Billy fu diretto da tale James Rokos, ma è a tutti gli effetti un lavoro carpenteriano: sono suoi il soggetto, la sceneggiatura, il montaggio e le musiche. Dopo questo successo si decise a fare il primo passo verso una prova registica più matura e arrivò Dark Star.

Distretto 13

I primi film. Imitazione e metamorfosi di Howard Hawks

I primi film di Carpenter posseggono tutti, nessuno escluso, una caratteristica peculiare: tendono a condividere le tre unità aristoteliche di spazio, tempo e azione. Dark Star, Distretto 13: Le brigate della morte, Halloween, Fog, 1997: Fuga da New York, La Cosa. Si può dire con certezza che La Cosa  chiuda il primo periodo, quello dell’appropriazione di uno stile, di un modus operandi e di una visione personale. E’ sintomatico che il giovane Carpenter parta dalla mistificazione di 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick e dalla destrutturazione di Un Dollaro d’onore di Howard Hawks. E’ risaputo che per arrivare ad avere uno stile personale un qualsiasi artista debba incominciare a lavorare sugli stilemi dei propri maestri e imitarli. A tal riguardo la filiazione diretta che Carpenter rivendica da sempre nei confronti di Howard Hawks è qualcosa di singolare. Non siamo dalle parti di un Brian de Palma che rimastica Hitchcock come fosse una grammatica, né tanto meno è pura e semplice ammirazione, come quella che muove dagli autori della Nouvelle Vague  verso i propri maestri come Roberto Rossellini e Nicholas Ray. No. Quella di Carpenter per Hawks è un’osmosi creativa, un sentire comune, un’empatia stilistica, un orizzonte di certezze ineliminabile.

Distretto 13: le brigate della morte è un piccolo saggio della tecnica hawksiana di Carpenter. In sé, ridotto ai minimi termini, è un remake stilizzato di Un Dollaro d’onore. Stessa dinamica degli eventi, stessi personaggi, stesse evoluzioni narrative. Eppure, ne costituisce la faccia in ombra, le potenzialità inespresse alla luce del sole. Distretto 13 ha in più un humus culturale tipicamente anni ‘70. Ci si avverte dentro tutta la grezza fragranza della blaxploitation e della serie B meno celebrata. 

Napoleone Wilson ad un certo punto prende il fucile al volo nello stesso identico modo di John Wayne in Un Dollaro d’onore. Le frasi che si scambiano i protagonisti, pieni di doppi sensi e di ruvido orgoglio esistenziale, sono incredibilmente simili. Gli stessi personaggi sono identici allo schema di Hawks: il capo eroico, la donna forte, il compagno defilato e individualista e la debole preda da proteggere.

Detta così sembrerebbe che Carpenter abbia soltanto modernizzato un classico del cinema western, ma a conti fatti, è proprio dallo scarto tra gli elementi comuni e quelli discordanti che ci si accorge di quanto i due approcci siano distanti, pur facendo incredibilmente rima.

Il momento più violento, e uno di quelli che rimane impresso negli occhi anche a distanza di anni dalla prima visione del film, è l’omicidio della bambina. Una precisione chirurgica, una gestione dello spazio millimetrica, e una cronometrizzazione dei tempi dettata dalla fredda musica al synth, disegnano con implacabile accuratezza una delle sequenze più belle, e in sé terribili, di tutto il cinema di Carpenter. Quando vediamo l’apparizione improvvisa della chiazza rossa sul petto della bambina e il suo sguardo incredulo, subiamo uno shock che darà il tono a tutto il resto della pellicola. Di seguito ci sarà, quella che Ghezzi chiama la prima “sparatoria virtuale” del cinema, con i colpi dei silenziatori che fanno svolazzare le scartoffie della stazione di polizia e rompono i vetri delle finestre: in pratica una stilizzazione, un’astrazione dell’assedio al fortino, tipico del cinema western. Sono questi, elementi propri di Carpenter ed  estranei all’universo classico e morale di Hawks. Successivamente lo scarto tra i due, si ridurrà e si amplierà a seconda dell’aria dei tempi, dei soggetti trattati, ma rimarrà una costante singolare e significante. Dopo il primo film, Dark Star, allungamento di un mediometraggio redatto per l’USC, che aveva ancora molto del carattere sarcastico e divertito di Dan O’Bannon, compagno di studi di Carpenter e co-sceneggiatore del film, Distretto 13, è invece, il primo film integralmente carpenteriano. Quello dove lui trova il primo viatico alla sua visione delle cose e la prima vera palestra sulla lunga distanza. Ebbe un discreto successo tra gli appassionati e preparò il terreno per il primo vero grande salto nel buio del suo cinema: Halloween.


Halloween, Fog, Christine, The Thing: Le Cose dagli altri mondi.

Halloween

Halloween: La notte delle streghe è a tutt’oggi, il più grande successo di critica e pubblico di Carpenter. Si tratta anche di uno di quei rari casi in cui un film assurge ad una sorta di astrattezza espressiva e si tramuta in qualcosa di più di un cult movie, in una specie di passaggio forzato del cinema. Halloween ha significato una piccolo terremoto produttivo ed espressivo. Fu girato con pochissimi mezzi, una troupe di giovani esordienti, in un paio di settimane appena. La sceneggiatura inizialmente si intitolava The Babysitter Murders poi Carpenter, che scrisse il soggetto e la sceneggiatura a quattro mani con Debra Hill, decise di imprimere alla vicenda un contorno più mitico, inscenandola nella Notte di Ogni Santi.

Una volta nelle sale, il film partì lentamente e come tutti i cult movie ebbe un successo progressivo, al punto da risultare uno dei più grossi trionfi indipendenti di sempre. Il successo del film è l’insieme di una serie di elementi eterogenei: la piccola provincia americana, l’ambientazione nella notte di Halloween, i giovani protagonisti, il contorno metafisico, la musica incredibilmente efficace, l’immagine dettagliatamente curata, la suspense da grande mistery noir anni ’30, una regia al massimo.

L’intera costruzione di Halloween poggia su una sequenza cinematografica precisa, come ha più volte ricordato lo stesso Carpenter. C’è un momento in Psycho di Hitchocock, in cui il linguaggio della macchina da presa mette in scacco lo spettatore. Ce ne sono molti in quel film, a dirla tutta, ma una sequenza in particolare ha avuto un’eco più vasta presso i cineasti, per l’intelligenza e l’astuzia di fondo. La sequenza in questione è il momento in cui il detective Arbogast sale lentamente le scale di casa Bates e viene poi pugnalato da quella che sembrerebbe essere la madre di Norman. E’ uno dei momenti più belli ed efficaci di tutta la storia del cinema e lo ricorda lo stesso Hitchcock parlandone con Truffaut. Hitchocock mette la m.d.p molto in alto, sul pianerottolo del primo piano, di modo che siano bel visibili, al tempo stesso la scala e la porta della stanza sulla destra. Una simile posizione, gli consente di evitare la ripresa sul volto di Norman-madre Bates e di lasciare nello scacco più totale lo spettatore.

Carpenter decise che con una sceneggiatura così lineare come quella di Halloweeen, avrebbe dovuto giocare in maniera analoga con gli spazi e le inquadrature. Il connubio artistico con il giovane direttore della fotografia Dean Cundey, riuscì nell’impresa di dare un tocco moderno alla fotografia, giocando con i toni bluastri della notte e riempiendo sapientemente gli spazi con zone d’ombra e vuoti incolmabili. Se a questa arguzia ci si aggiunge l’uso sapiente del formato Panavision (2,40:1), che per definizione aumenta lo spazio della ripresa, si può ben capire quanto l’effetto finale sia un tour de force al cardiopalma, in cui non si sa mai esattamente, da dove possa apparire l’agguato. Uno dei momenti più terrificanti è quello in cui Laurie, una giovanissima Jamie Lee Curtis, arrivata nella casa del massacro si appoggia al muro e dalla parete di fronte, tutta in ombra, appare piano piano, semplicemente con una messa a fuoco dell’obiettivo, la maschera bianca di Michael Myers.

Michael Myers, come è stato più volte sottolineato, non è un semplice maniaco della porta accanto. E’, piuttosto, l’incarnazione del male assoluto e ineluttabile. Un elemento che già era apparso in Distretto 13, con la terrificante determinazione degli Street Thunders, apparentemente infiniti e implacabili. Per Carpenter il male è qualcosa di oggettivo e palpabile. Un pezzo di inferno che di volta in volta può assumere le forme più disparate. Questo e anche le citazioni cinematografiche sparse per tutto il film, come l’incredibile piano sequenza di apertura, che fa il verso a L’infernale Quinlan di Welles, o il gioco di vittima e carnefice tra Michael Myers e Laurie, all’interno della casa che richiama quello di L’uomo Leopardo di Tourneur, contribuiranno a dare un tono al film decisamente più potente ed espressivo degli epigoni slasher come Nightmare e Venerdì 13, e questo nonostante la presa in giro della generazione Scream e Scary Movie.

Dopo l’incredibile successo di Halloween, il nome di Carpenter finì per avere una vasta risonanza, e cominciò ad essere legato alla science fiction e all’horror, nonostante avesse appena finito di girare un biopic in piena regola, Elvis: il re del rock, prodotto dalla NBC Television, per cui aveva già girato Pericolo in agguato. Due film, per forza di cosa marginali, eppure importanti per tanti motivi, primo fra tutti i nomi carpenteriani che cominciano a girare nelle sue pellicole, i volti di caratteristi e attori che torneranno a più riprese nei suoi film. Con Elvis, Carpenter fa la conoscenza di Kurt Russell, a cui affida proprio il ruolo dell’icona rock di Memphis, mentre con Pericolo in agguato, il Nostro conosce Adriene Barbeau, che diventerà poi sua moglie e una delle protagoniste del “nuovo film del terrore del mago dell’orrore, John Carpenter”: Fog.

Fog è una ghost story elegante e rétro, che ha più cose in comune con i classici della RKO di Tourner e Val Lewton, che con l’incipiente voga del new horror. All’epoca, Carpenter e Debra Hill ebbero non pochi problemi a portare in porto il vascello del film. Era appena uscito Scanners di Cronenberg, che aveva fatto molto parlare di se, ed aveva una resa grafica molto moderna e spregiudicata. Fog era un progetto che andava nella direzione esattamente opposta e lavorava d’atmosfera e ambientazione. I nostri furono costretti a rigirare moltissime scene, prima della chiusura del film, per aggiungere un po’ di suspence in più e qualche effettaccio di corredo.

A conti fatti, è facile accorgersi delle riprese aggiunte, perché giocano tutte sull’effetto sorpresa e sull’uso del sonoro per sorprendere lo spettatore. La storia, ambientata in un borgo marinaro della California del nord, chiamato Antonio Bay, che ha più di un punto di contatto con la Bodega Bay de Gli Uccelli, ha un andamento lento, in cui tutti i personaggi vengono presentati rapidamente e sviscerati accuratamente, nonostante l’interesse principale di Carpenter sia quello di ragionare sull’atmosfera della città e sul senso arcaico del maligno che arriva per reclamare il dazio di colpe passate e mai espiate.
I fantasmi di Fog, sono una rappresentazione del rimosso culturale, del senso di colpa di un’intera comunità. Un rimorso figurato. Adrienne Barbeau, che interpreta la dj del faro, è solo la prima delle tante sentinelle, che appariranno nei film di Carpenter. Qualcuno che riesce a vedere oltre la nebbia e il velo di apparente normalità, il male che serpeggia e comincia ad agire.

Fog è un film molto diverso da Halloween. E’ un film più complesso e strutturato, dove convergono ed agiscono più personaggi. Halloween è più lineare. Forse è proprio per questo motivo, che Carpenter, parzialmente deluso, ne ha sempre parlato come di una palestra importante. Non andò bene come Halloween, ma il film contribuì ad accrescere le quotazioni di Carpenter come grande maestro del fantastico, al punto che il suo nome divenne ben presto quello ideale per riportare sullo schermo il remake de La Cosa da un altro mondo di Christian Nyby e Howard Hawks.

La sceneggiatura di The Thing fu rimaneggiata molto e costò molto tempo e dedizione, al punto che Carpenter ebbe il tempo di girare un altro film, 1997: Fuga da New York, prima di iniziare le riprese.

Foto: La Cosa

Alla sceneggiatura de La Cosa, lavorarono Carpenter stesso e Bill Lancaster, e il principale dei problemi da risolvere fu subito quello di dare un’identità al mostro alieno. Nyby e Hawks lo avevano identificato con il vegetale dalle sembianze umane, James Arness, ma Carpenter decise di propendere verso il prototipo originario del racconto di John Campbell, intitolato Whos’ Go There, che rendeva la creatura mutante e non identificabile. L’interesse principale del regista si rivolse così alla conseguente destrutturazione del tessuto sociale, minato alla base dal sospetto e dal timore per il prossimo.

L’angoscia esistenziale del singolo, che non riesce più ad avere certezze e la velenosa alchimia sociale che come un virus distrugge convinzioni e verità, sono l’aspetto più inquietante del film. Lungi dal mostrarsi anche solo vagamente accomodante, Carpenter questa volta preme l’acceleratore sul pessimismo cosmico del soggetto, e dopo una serie impressionante di shock cinematografici, vira verso un finale che più apocalittico non si potrebbe. Se a questo si aggiunge la scelta, per la prima volta in Carpenter, di mostrare pedissequamente e con precisione tutte le metamorfosi della Cosa, con grande dispiego di effettistica splatter, si può forse capire perché The Thing, che a tutt’oggi è probabilmente il suo miglior film, fu un vero disastro al box office, gettando una luce di fallimento sulla sua carriera, che fino ad allora non aveva avuto cedimenti.

Del resto, c’è poco da sorprendersi. Nello stesso anno di uscita nelle sale de La Cosa, il 1982, fece il suo ingresso nell’immaginario collettivo, l’E.T. spielberghiano del “telefono-casa”. Una creatura buona, gentile e per bene, che nulla ha a che spartire con il mostruoso e malvagio essere di Carpenter. Gli effetti splatter del film, degni di un trattato di chirurgia boschiana, fecero comunque epoca, rivelando tutto il talento artigianale di Rob Bottin, un giovanissimo e talentuoso effettista, che era entrato in contatto con Carpenter all’epoca di Fog.

Per paradosso, proprio nel momento in cui Carpenter fa un remake ufficiale di Hawks, lo disattende e se ne distanzia maggiormente. La Cosa di Carpenter è un film sensibilmente diverso da quello di Hawks. I bambini di Halloween guardavano in televisione proprio il classico di Nyby e Hawks e a conti fatti Halloween è un film molto più hawksiano di The Thing. Lo stesso James Arness ha influito di sicuro sulla materializzazione di Michael Myers.

Dopo La Cosa, nessuno voleva più scritturare Carpenter per un film. Il suo nome era finito nella lista nera di Hollywood, perché il flop era stato troppo grande perché, in qualche modo, non ne pagasse pegno. La via di uscita dall’empasse professionale ed esistenziale, con il Nostro che medita ripetutamente sull’abbandono della regia, arriva grazie a Stephen King e Larry Kobrits. Quest’ultimo, infatti, acquista i diritti di Christine, l’ultimo best seller dello scrittore del Maine e si rivolge proprio a Carpenter per trarne una riduzione cinematografica.

Carpenter, come da prassi, stravolge la sceneggiatura e si allontana a lunghe falcate dalle giustificazioni paranormali che King trova per la possessione della Playmouth Fury del ’58, dirigendosi immediatamente verso ciò che più gli interessa: il male e la sua materializzazione. Zero giustificazioni, Christine è null’altro che l’ennesima impersonificazione del puro male e nell’incipit, al suono di Bad To The Bone la presenta come un fiammeggiante demonio, dalla carlinga di fuoco e le labbra di metallo.

Christine

Christine è generalmente considerato un film minore, non riuscito. Strano a dirsi, ma seppure distante dal plot e dall’atmosfera kinghiana, va invece annoverano come uno dei migliori studi di ambienti di Carpenter. Mariuccia Ciotta, dalle pagine del Manifesto, ne mise in risalto tutto il carattere peculiare, nell’analizzare le dinamiche sociali della piccola provincia americana, delle decine di high school dove frotte di giovani sono intenti a misurarsi con uno dei passaggi fondamentali della loro esistenza.

Christine, allora, altro non è che la storia di un’educazione sentimentale. Il giovane e imbranato Arnie Cunnigham, che come la Laurie Strade di Halloween, è la vittima sacrificale di un intero sistema di regole, di convenzioni e di diktat – detti e non detti – di famiglia, scuola e società. Christine è il sogno dell’automobile che si rovescia sul maschio americano, con tutto il suo carico di contraddizioni. Carpenter sa benissimo che l’alchimia tra uomo e macchina è molto sottile e fragile. Non è sulla stessa lunghezza d’onda di Ballard e Cronenberg, è più interessato all’ossessione affettiva e all’automobile come primo spazio personale per la gioventù moderna; ciò non toglie che colga in pieno tutto il pericolo (e il fascino irresistibile) della possessione-ossessione, lo sbandamento e il deviarsi dalle rotte precostituite che tutti si trovano di fronte. Uno,  cento, mille incroci da scegliere.


Starman e “i film per signorine

Sembrava impossibile parlare di Carpenter e di toni leggeri da commedia sofisticata. Certo c’era stato l’avvio istrionico e grottesco di Dark Star, ma come più volte ricordato, la mano più pesante in quell’occasione, fu di Dan O’ Bannon. Dopo il cataclisma de La Cosa, Carpenter cerca, per sua stessa ammissione, di stare alla larga dal “materiale più dark” e Starman a riguardo è un comodo film di passaggio verso un tono più morbido e conciliante, in modo che Hollywood lo perdoni per l’apocalissi antartica di The Thing.

Foto: Starman

Un film come questo, allora, si può giustificare nella filmografia di Carpenter, solo tenendo ben presenti queste premesse, perché qui saremmo più dalle parti del buonismo lezioso di Spielberg. Il soggetto è quello, un tipico “film per signorine” come ironicamente Carpenter ebbe a definirlo: un alieno buono scende sulla terra e cerca di non perdere l’appuntamento con l’astronave che lo riporterà nel suo mondo. Sembra proprio E.T., ma Carpenter nonostante sia deciso a fare un film più controllato e “simpatico”, sorpassa immediatamente la sindrome spielberghiana del “cucciolo da accarezzare”. Starman è una Cosa, senza sembianze. Esattamente come la terrificante creatura dell’artico, ma decide questa volta di assumere la fisionomia di uno straordinario Jeff Bridges.

Parte della magia di Starman sta nel lavoro magnifico degli attori. Jeff Bridges sarà candidato all’Oscar per questo ruolo, \e degna di nota sarà anche la prova di Karen Allen. Dopo un po’ si capisce che il film ha solo il vestito della science fiction, ma si tratta piuttosto di un road movie, un percorso gravido di poesia nella provincia americana, nelle aperture d’orizzonte che mozzano il fiato per imponenza. Starman consente a Carpenter di rivelare tutto il suo talento per la scenografia di paesaggio, che mostrerà poi apertamente anche nell’intro di Essi Vivono, in Villaggio dei Dannati e Vampires.

Starman è altresì un film sottilmente blasfemo nei confronti del Cristianesimo, dove un alieno viene sulla terra, come un Cristo post moderno, resuscita una novella Madonna del dolore e la mette incinta di un nuovo Gesù. Carpenter è un ateo scettico e come tale ha poco in comune con tutto il ritualismo religioso. Ma con questo film sembra spingere particolarmente su questa intepretazione dell’alieno dalla tecnologia avanzatissima che consente anche miracoli, ricordandosene in special modo nel successivo, Signore del Male, dove troverà non una tesi fantascientifica per confutare il dogma cristiano, bensì un’ipotesi scientifica.

Starman è un film incredibilmente dolce, che probabilmente risente anche dell’innamoramento di Carpenter per Sandy King, qui produttore. Tra l’altro, da appassionato pilota di elicotteri, fa il suo secondo cameo (dopo quello nella parte di sacrestano in Fog), nella parte di un elicotterista. Siamo nel bel mezzo degli anni ’80 e il passo successivo, nella carriera marginale post-The Thing di Carpenter lo porta a trasporre una bizzarra sceneggiatura di tale Rick Richter, che era stato già compagno di corso di Carpenter alla USC.

Grosso Guaio A Chinatown

Il film in questione è Grosso Guaio a Chinatown ed è un prodotto che la 20th Century Fox considera abbastanza intrigate da coadiuvare in sede di produzione con un budget di circa 25 milioni di dollari. Non un’enormità, ma visti i due precedenti film di Carpenter, la pellicola si gioverà di effetti un tantino meno artigianali.

Grosso Guaio a Chianatown però non viene capito fino in fondo. Alla Fox probabilmente credevano si trattasse di un action movie, con giusto qualche battutina sopra le righe, come certi film con Van Damme e Steven Seagal, ma l’approccio della sceneggiatura era tutt’altro. Grosso Guaio a Chinatownè infatti una commedia avventurosa, continuamente sopra le righe, piena zeppa di ironia e dove il protagonista viene costantemente surclassato dal suo sparing partner.

Nella parte di Jack Burton, il rozzo camionista che piomba nell’inferno delle convenzioni fantastiche cinesi, torna di nuovo l’icona di Carpenter, Kurt Russel, che è davvero impagabile per le espressioni, i tentennamenti, la gestualità goffa e impacciata. In pratica il miglior anti-machista del cinema che si ricordi. Di suo Carpenter si concede al film, con il solito dispiegamento di verve registica e soluzioni visive audaci e originali. Da innamorato dei kung fu movie anni ’70, il Nostro non sfigura un minimo nelle scene di azione e combattimento se paragonato ai maestri del cinema hong konghese, e proprio di questo e dell’incredibile successo a Hollywood di registi come John Woo e Zhang Yimou e di wuxiapian per il grande pubblico occidentale, come La tigre e il dragone e Hero, Grosso Guaio a Chinatown costituisce un antesignano preveggente ed illuminato.

Il film è in sé un modo divertito ed efficace di celebrare una tradizione fantastica, all’epoca ancora largamente sconosciuta negli U.S.A., e dall’altro il tentativo semiserio di trattare un’ossessione sempre più serpeggiante nel cinema di Carpenter, quella per l’indeterminatezza dell’oggetto osservato e del soggetto osservatore, e per la convivenza di mondi inimmaginabili appena oltre il palmo della nostra mano. Un primo tentativo per indagare questi elementi, prima di dedicargli i più complessi e destabilizzanti Signore del Male e Il Seme della Follia.

Come da prassi ormai consolidata, Grosso Guaio a Chinatown non ottiene il successo sperato e allontana, se possibile, ancora di più Carpenter dalle grazie degli Studios. Siamo ormai nella seconda metà degli anni ’80  e il Nostro accetta di sottoscrivere un contratto avanzatogli dalla Alive Films di Larry Franco, per la regia di quattro film a basso budget. I primi due saranno Il Signore del Male e Essi Vivono, poi il contratto sarà sciolto e Carpenter riprenderà a flirtare in maniera altalenante con i grandi Studios.

Il primo passo verso questo avvicinamento fu la regia di Avventure di uomo invisibile, che aveva una grossa star come protagonista, Chevy Chase (grossa negli U.S.A., un po’ meno in Europa) e un budget di 30 milioni di dollari. Una barca di soldi paragonata alle risibili finanze messe a disposizione dalla Alive.

Paradossalmente proprio il soggetto del film invita a guardare la vicenda biografico-professionale di Carpenter sotto un’altra prospettiva, o a metterne in risalto il carattere peculiare, sempre contesa tra opportunismo produttivo legato agli studios hollywoodiani e intransingenza autoriale alimentata nell’indipendenza. Carpenter è un uomo invisibile, un autore visto e non visto e come tale la maggior parte dei commentatori, all’epoca incominciarono a guardare in retrospettiva la sua filmografia sotto un altro occhio.

Avventure di un uomo invisibileè una placida commedia fantastica, dove Chevy Chase può avere molto spazio nel cercare di dare un contorno più profondo alla sua attività d’attore. Non si tratta quindi di un remake, nonostante L’Uomo invisibile di James Whale sia un punto di riferimento imprescindibile, tanto che Carpenter decise di utilizzare le stesse sembianze dell’uomo invisibile, con tanto di vestaglia identica.

Il tono divertito e leggero e la maggiore visibilità garantita a Carpenter dal progetto lo portano a rilassarsi un pochino e a dedicarsi ad esperimenti e progetti estemporanei come il tv movie a episodi, Body Bags. Realizzato per la HBO, Body Bags ricalca e omaggia lo schema di Tales from The Crypt. La cosa più divertente è che è ambientato in un obitorio e lo Zio Tibia della situazione lo interpreta proprio Carpenter. Un Carpenter truce, virile, dall’inevitabile humor nero e il petto scarnificato del cadavere sotto autopsia. Gli episodi del film tv sono tre. I primi due sono diretti da Carpenter stesso, il terzo da Tobe Hooper. Per quanto riguarda gli episodi di Carpenter, il primo The Gas Station richiama evidentemente il primo periodo della sua filmografia, con una giovane ragazza assediata da un maniaco armato di accetta; il secondo Hair è invece in linea con il carattere ironico e sarcastico del nuovo corso, dove un episodio alla Twilight Zone diventa un’incontenibile metafora dei pericoli derivanti dal narcisismo dilagante.

 

Chthulu e Schroedinger

Foto: Il Signore del Male

A partire dalla metà degli anni ’80, un Carpenter in piena crisi esistenziale e professionale comincia ad interessarsi ai paradossi teorici della meccanica quantistica. Ed è a partire da questo che scriverà la sceneggiatura de Il Signore del Male, il primo film girato per la Alive, con il ridicolo budget di 3 milioni di dollari.

Il Signore del Male è un film tanto spartano nei mezzi, quanto denso e complesso nei contenuti. In esso Carpenter riversa tutto il suo interesse per la fisica moderna e per il concetto di indeterminatezza della realtà. All’inizio del  film il professor Birak, interpretato da Victor Wong, volto caro a Carpenter, disegna i pilastri fondamentali delle problematiche emerse dal comportamento dei quanti nel mondo sub-atomico, attraverso una serie di frasi rapide e poetiche, che hanno il compito di dare un presupposto teorico alla vicenda.

In pratica il regista trova una giustificazione apparentemente scientifica al delirio demoniaco del film, perché comunque si tratta di teorie che non riescono a trovare una dimostrazione concreta. Secondo quanto si legge nelle teorie di Einstein, Heisenberg, Bohr, Schroedinger, e altri,  a livello subatomico il comportamento della realtà non segue le stesse leggi fisiche a cui siamo abituati. La teoria dei quanti è sostanzialmente una teoria che denuncia l’indeterminatezza delle particelle sub atomiche, come neutroni e protoni, perché impossibile ricavarne al tempo stesso posizione e movimento. Da qui il celebre paradosso del gatto nella scatola di Schroedinger.

Ad un convegno in Inghilterra Schroedinger osservò che a ogni oggetto macroscopico e anche a un gatto si sarebbe dovuto attribuire un vettore di stato, per indicarne posizione e movimento nello stesso tempo. Egli allora ipotizzò che un gatto chiuso in una scatola aveva le stesse probabilità di essere vivo o morto, nell’indeterminatezza del sistema. Infatti, le ipotesi gatto visto o gatto morto possono diventare un fatto reale e tangibile solo se si apre la scatola e si osserva al suo interno. Ma se è l’osservazione a definirne lo stato, allora siamo noi in qualche modo a rendere viva o morta la vittima dell’esperimento.

E’ da qui e da altri presupposti teorici, che Carpenter si muove per tracciare il suo sistema horror dell’indeterminatezza dove più nulla poggia sulle coordinate della certezza e dove anche la religione è affetta da una menzogna durata secoli. Il film infatti sposa l’idea blasfema di un Cristo alieno e di un Cristianesimo le cui fondamenta si rivelano false alla lettura di un libro antico e segregato a lungo (come il Necronomicon…). Di contro l’avanzata del demoniaco viene fermata attraverso il sacrificio di una donna che si immola e muore per noi, passando al di là dello specchio. Il film è forse anche troppo carico di riferimenti alla meccanica quantistica, come l’idea della materia e dell’anti-materia, per cui tutto quello che c’è oltre lo specchio è il mondo dell’anti-materia, con un Dio che non è più un Dio, ma un Anti-Dio, ma è anche uno dei risultati più sofisticati di horror intellettuale di serie B che al cinema si ricordi. Lungi dall’avere un profilo dichiaratamente d’autore, come possono averlo film come Shining o Angel Heart, il Signore del Male, vive ai margini e con il linguaggio dell’horror parla di temi assoluti e vertiginosi.

Foto: Il Seme della Follia

Successivamente Carpenter tornerà a lambire questi temi con un film egualmente complesso come Il Seme della Follia, ma questa volta il presupposto per parlare dell’indeterminatezza della realtà, ha radici letterarie e originano dal New England di H. P. Lovecraft, dichiaratamente lo scrittore preferito di Carpenter.

Già all’epoca de Il Signore del Male, Carpenter parlando dell’onda di probabilità certificata dalla meccanica quantistica aveva mostrato interesse nel linkare questa con l’universo dei Grandi Antichi del solitario di Providence. Il Seme della Follia allora fa appunto questo, adopera un collegamento costante tra l’universo di malevolenza cosmica di Lovecraft e i presupposti teorici della fisica moderna, tracciando un affresco potente di una possibile apocalissi a venire.

Un Sam Neil decisamente in parte, dopo essersi tatuato su tutto il corpo croci di tutte le fattezze per cercare di arginare i fantasmi che premono sul reale e lo modificano, finisce in un cinema ad assistere al film che sta interpretando e che noi stiamo vedendo. Un cortocircuito meta-cinematografico che a qualcuno come Gianni Canova, ha fatto pensare a Godard (Anna Karina che guarda in macchina e sfida lo spettatore..), nome tra l’altro ricorrente, se si pensa che la chiesa de Il Signore del Male, è una chiesa intestata ad un improbabile San Godard.

Prima di finire nel suo stesso film, John Trent passa attraverso un’altra realtà, come protagonista del libro che uno scrittore, Sutter Cane, sta scrivendo. Uno scrittore i cui libri sembrano far letteralmente impazzire chi li legge. Il Seme della Follia è allora un’abile metafora dell’indeterminatezza della realtà, del collasso cognitivo dettato dalle mille realtà del contemporaneo sistema massmediale.

John Trent non riesce a capire ciò che succede ed è solo passando attraverso un momento di buio e cecità che supererà il pregiudizio epistemologico e riuscirà a vedere concretamente la realtà che gli si sfalda sotto gli occhi, attraverso una prassi che condivide con tanti altri eroi carpenteriani.

Essi Vivono. Tu Consuma e Obbedisci

Il primo eroe vero e proprio dello sguardo in Carpenter è l’hobo John Nada di Essi Vivono, secondo dei quattro film per la Alive. They Live è un film politico già dal titolo. La prima inquadratura è un graffito sotto un ponte nella parte periferica di Los Angeles. Un They Live scritto con lo spray e dal quale si muove con il suo sacco a pello e lo sguardo disincantato, ma semplice e sereno, Roddy “Rowdy” Piper ex campione di Wrestling, che Carpenter conobbe in occasione di Wrestlmania III.

Tutta la prima parte del film è un lento e avvolgente blues della depressione operaia. Ma come? Un film di sinistra in piena Hollywood? Ed Essi Vivono è un film di sinistra oppure semplicemente un film liberale? E Carpenter è un autore di destra o di sinistra? Quando si incomincia ad indagare il cinema con le categorie della politica, i punti di domanda si moltiplicano e le interpretazioni su film e autori divergono, spesso trovando chiavi di interpretazione anche laddove non ce ne sarebbe bisogno. Uno sport molto italiano in verità. Ma su Essi Vivono come film politico c’è poco da dubitare. La direttrice principale è quella di un science fiction movie anni ’50 catapultato in piena epoca Reagan. Erano gli anni ’80 e il sistema reaganiano aveva consegnato alla nazione una comoda poltrona e un televisore dell’ultimo tipo per alimentare una politica del benessere e dell’apparenza forzati.

Foto: Essi Vivono

Essi Vivono è il primo film che denuncia gli effetti nefasti di siffatta propaganda, come la disgregazione del tessuto sociale, la marginalizzazione degli emarginati nelle periferie che tendono ad assomigliare sempre più a riserve indiane e il costante frastuono mass mediale che istupidisce e irretisce giorno dopo giorno. A conti fatti, il film parla dell’epoca e della nazione in cui fu girato, ma i presupposti sono drammaticamente validi anche altrove.

Accusato da qualcuno di aver girato un film maccartista al contrario, Essi Vivono sembra proprio il negativo di uno dei classici di fantascienza anni ’50, anche nell’ossessione dell’altro, dell’infiltrato che può nascondersi appena sotto la punta del tuo naso. La trovata degli occhiali attraverso cui è possibile guardare la vera realtà e i messaggi subliminali, che gli alieni dominatori ci inviano, avrebbe potuto tranquillamente essere presente in L’invasione degli ultracorpi.

Ciò che traspare, allora, anche dalle dichiarazioni di Carpenter è una denuncia del reaganismo e una messa in ridicolo di una società vuota all’interno, costantemente ripiegata sull’involucro. Il finale del film è programmatico in tal senso. Carpenter si è più volte dichiarato un liberale capitalista, uno yankee a cui piace fare denaro e vivere agiatamente, ma che sulle libertà individuali e disposto a pochi sconti.

New York e Los Angeles, due metropoli in fuga

Se Essi Vivono è il film più manifestamente polemico e scoperto, le due avventure di Snake Plisskin (Jena nell’edizione italiana) sono sulla stessa linea d’onda, ma in modo meno dichiarato. Fuga da New York e Fuga da Los Angeles sono anche due specchi reciproci, che narrando la stessa vicenda a distanza di anni, permettono di analizzare l’evoluzione dello stile di Carpenter, dal primo periodo più marcatamente hawksiano, al secondo più complesso e legato all’analisi della realtà.

1997: Fuga da New York è un film che fece immediatamente sensazione e presagì il collasso della sicurezza nelle grandi metropoli occidentali. Il look gotico della New York (in realtà St. Louis), splendidamente illuminata da Dean Cundey anticipò il design di Blade Runner, che in qualche modo è la versione hight tech del film di Carpenter e definì un nuovo standard nella cultura pop, originando tutta una serie di imitazioni a basso costo, come i film di Enzo G. Castellari ambientati nel Bronx.

In Fuga da New York le istituzioni e gli apparati governativi hanno fallito. E’ un mondo dove si preferisce lasciare i derelitti e i delinquenti a languire in una città-prigione anziché recuperarli. La stessa fisionomia che Carpenter e il grandissimo Donald Pleasance danno al Presidente degli Stati Uniti è quella di un uomo vile e poco diverso dai delinquenti presso cui cade ostaggio. Il finale, contro il Duca, in cui questi lo uccide ripetendo la litania che gli era stata imposta di imparare: “Tu sei il Duca. Il numero uno” è un colpo di disillusione verso la qualità della classe dirigente. Qualche anno più tardi il Presidente degli Stati Uniti si scoprirà essere un vero e proprio alieno con testa di morto.

I tempi del film sono quelli strettissimi di poche ore per salvare l’umanità. Una corsa contro il tempo che vede all’opera il pistolero fuori epoca, Snake Pliskeen, personaggio modellato sul precedente Napoleone Wilson di Distretto 13, che diventa un’icona eccellente dei solitari di Carpenter, eroi dai contorni esistenziali accomunabili a quelli di Hawks, che non credono in nulla, ma avanzano con un forte senso del dovere, una moralità evidente. Il gesto finale di Snake Pliskeen ne è la perfetta esemplificazione e in qualche modo in Fuga da Los Angeles assume un contorno ancora più antagonista e disilluso.

Il ritorno sugli stessi personaggi e sulle stesse situazioni fu fortemente voluto da Debra Hill e Kurt Russell, ma a conti fatti, nonostante si tratti a tutti gli effetti di un remake, Fuga da Los Angeles è un film assai diverso da quello del 1981. Valga in primis il contesto ambientale: una New York gotica e opprimente, da sempre odiata da Carpenter, cede il posto ad uno skyline più aperto e arioso, com’è quello dell’amata Los Angeles, già filmata con il piglio documentarista nella prima parte di Essi Vivono. In questo caso il look però è quello virtuale del paesaggio digitale, dove Carpenter si diverte a mandare in fiamme anche le celebri lettere di Hollywood.

Fuga da Los Angeles è un film nerissimo camuffato da videogame. Dietro l’apparente festa del ritorno ai personaggi cari, si nasconde un manifesto pessimista sullo stato della Hollywood contemporanea, sul fascismo del politicamente corretto che imprigiona l’individualità in nome di un indeterminato bene comune. Non si fuma, non si beve, si deve essere belli nonostante il lifting, come il sonno della ragione produce mostri. Il finale nichilista testimonia che per Carpenter non c’è più altra scelta che ricominciare, perché anche le soluzioni che si trovano sono false ed appannaggio di diversi interessi.


Dannati, vampiri, fantasmi di marte… Donne e Cowboy.

E’ interessante notare l’approccio di Carpenter nei confronti del “gentil sesso”. Il suo cinema è pieno di donne, e il giudizio che se ne trae è quello di un rapporto ambivalente e irrisolto, per sua stessa ammissione. Dalla donna forte e senza timori di hawksiana memoria si passa a malevoli vasi di Pandora ricolmi di malia femminea pronte a sovvertire l’ordine delle cose. Si pensi alle cassandre più malevoli come la Holly Thompson di Essi Vivono o la Linda Styles di Il Seme della Follia e di converso alle eroine che si sacrificano per un bene superiore o si dimostrano più avvedute nella lotta contro il male, a partire dalla Laurie Stradue di Halloween, la Stevie Wayne di Fog, passando per la Catherine de Il Signore del Male, la Maggie di Fuga da New York e la Taslima di Fuga da Los Angeles.

Nel remake de Il Villaggio dei Dannati, che Carpenter gira su commissione per la Universal, il gruppo dei bambini alieni è capeggiato da una femmina a differenza dell’originale film di Wolf Rilla. La differenza è sostanziale, anche in virtù della presenza di un’anello debole, il David che rimane senza compagna e costituisce l’elemento dispari della compagine. L’imperfetto. Di fronte alla determinazione di Mara: "Il nostro non è odio, è necessità di sopravvivenza”, il piccolo David testimonia le debolezze maschili. Salvo poi aprirsi all’indeterminatezza delle interpretazioni possibili, nella splendida e terrificante inquadratura del suo volto, nel finale del film.

Foto: Vampires

Ma tutti gli ultimi film di Carpenter sembrano tendere a rovesciare il rapporto di forza tra i sessi, a giocare anche di parodia nei confronti del machismo, come già si era fatto in passato con Jack Burton. In Vampires il cowboy di turno è l’irrefrenabile Jack Crow di James Woods, un classico uomo tutto di un pezzo vittima della sua stessa missione, come se fosse uscito da un film di Sam Packinpah. Ci troviamo in presenza di un western in piena regola, senza nemmeno la scusa di camuffarsi in altro. La presenza di vampiri e solo accidentale. L’interesse di Carpenter è tutto nell’alchimia dei personaggi, nella splendida Sheryl Lee che rimane avvinta dal male e ne diventa l’alfiere più feroce, ricolmo di carica sessuale.

In Ghosts Of Mars Carpenter rappresenta una società matriarcale, con una parità dei sessi tangibile e incontestabile, e dove la differenza uomo-donna è semmai un retaggio culturale del passato. E’ infatti una donna a capeggiare la squadra di guerrieri e mercenari del film, un agglomerato umano apertamente sopra le righe e parodista dei tanti eroi disillusi del passato cinema carpenteriano. E’ la splendida Natasha Henstridge a ricoprire il ruolo guida, che inizialmente doveva essere affidato a Courtney Love, ed è intepretato da Ice Cube il ruolo del criminale da recuperare… in pratica le alchimie si rivelano le stesse di sempre. Si torna un po’ alle origini, alla dinamica dei gruppi di Hawks, all’universo morale chiuso e senza compromessi che aveva animato il gruppo di barricati in Distretto 13.

Gli ultimi film di Carpenter sembrano mostrare più apertamente il lato “adolescenziale”, divertito, da amante del b movie. Vampires e Ghosts Of Mars non si prendono sul serio, e si dedicano dichiaratamente ad alimentare gli archetipi del cinema western. Che sia un ritorno alle origini di The Resurrection of Bronco Billy o un peccato veniale della senilità, a conti fatti è solo l’eplicitazione, ormai senza più pudori, di una vocazione e un amore senza freni: “I film western trattano del west americano. Essi sono veramente l’unica mitologia che l’america può reclamare come propria”.

Cigarette Burns

Masters of Horror Episode 08 – Cigarette Burns

di ©2006 Italo Rizzo
Regia: John Carpenter
Sceneggiatura:Drew McWeeny, Scott Swan
Fotografia: Attila Szalay
Montaggio: Patrick McMahon
Musica: Cody Carpenter
Cast: Norman Reedus, Udo Kier, Gary Hetherington, Chris Britton, Zara Taylor, Cristopher Gauthier, Douglas H. Arthurs, Colin Foo, Gwynyth Walsh.

L’ultimo lavoro di John Carpenter è un episodio della serie televisiva “Masters of Horror”, un’antologia dedicata ai grandi maestri dell’orrore contemporaneo (americani e non, tra gli altri è infatti presente il nipponico Takashi Miike), i quali si cimentano in film della durata di un’ora ciascuno, trasmessi dall’emittente via cavo Showtime. Si tratta di prodotti non destinati al grande schermo (sebbene in Italia siano stati proiettati all’interno del Torino Film Festival), dei quali non è prevista un’edizione italiana, ma che presumibilmente vedremo in dvd.

L’episodio curato da Carpenter, Cigarette Burns, può essere definito un manifesto della sua visione del cinema, nonché un tributo alla natura cinefila e da maniaco collezionista che è certamente propria di parte del suo pubblico. Il protagonista, Kirby Sweetman (interpretato da Norman Reedus), è incaricato da un ricco collezionista di rarità cinematografiche del ritrovamento di una copia del leggendario La Fin Absolue Du Monde, una pellicola che è stata proiettata una volta soltanto al festival di Sitges e che in seguito sembra sia andata perduta.

La particolarità di questo film sarebbe l’incredibile realismo delle efferatezze mostrate, tanto da provocare reazioni omicide in chiunque ne sia spettatore. Sweetman scoprirà presto che non si tratta semplicemente di un mito, ma che tutte le persone che hanno assistito, o sono in qualche modo coinvolte, con quel film, subiscono delle mutazioni e sono vittima di visioni da incubo. La tematica di Cigarette Burns sembra riprendere un altro capolavoro di Carpenter, Il seme della follia, che indagava i rapporti morbosi fra un autore e la sua opera, e il velo sottilissimo che separa la realtà dalla finzione. Cigarette Burns, se possibile, va ancora oltre: una volta entrati in contatto con questo universo, quello dell’immaginario, è impossibile non venirne contaminati, tutto ciò che guardiamo ha un effetto sulla nostra psiche e, soprattutto,  oltrepassa le intenzioni dell’autore dell’opera (non a caso la figura del regista del film “perduto”, un certo Backovic, resta sempre nell’ombra).

Cigarette Burns

Quella di Carpenter è una riflessione sul significato del cinema, in generale e su quello dell’horror in particolare (ci sono anche dei rimandi allo snuff, per quanto non approfonditi), che trasmette molta più inquietudine delle immagini splatter anch’esse presenti e per nulla gratuite. Il ritmo del film è quello di un thriller che procede per gradi, privo di improvvisi stravolgimenti ma che avvince poco a poco, aggiungendo figure devianti quanto illuminanti, ad esempio quella del critico incapace di descrivere a parole la misteriosa pellicola oppure quella dello stesso Sweetman, la cui affannosa ricerca rimanda al senso di disperazione che appartiene al cinefilo che sente di dover meritare la visione di ciò che brama, per poi piombare in un finale da cardiopalma.

Come liberarsi, dunque, dalle allucinazioni (annunciate nel film dalle bruciature di sigaretta, che sono tipiche, guardacaso, dell’usura della pellicola filmica) e capire di cosa è fatta la sostanza del reale? A chi appartiene lo sguardo che è dentro un film? Tematiche che ritornano nuovamente, nel cinema di Carpenter, il quale non dà risposte univoche, ma rappresenta perfettamente la rilevanza della questione.




John Carpenter

Music by John Carpenter

Gran parte della presa che i film di Carpenter hanno avuto sull’immaginario collettivo è dovuta anche all’inconfondibile marchio di fabbrica. Uno stile riconoscibilissimo. Un film di Carpenter lo identifichi immediatamente, dalle immagini, dalle inquadrature e… dalle musiche.

Caso più unico che raro, John Carpenter è anche il musicista che sonorizza tutti (o quasi) i suoi film e che con il passare del tempo è riuscito a ricavare come tale un credito e un rispetto solo leggermente inferiore a quello di regista. Alcune delle sue musiche per film hanno fatto epoca e sono diventate leitmotiv sonori per generazioni di ascoltatori. Lo score di Distretto 13 o l’irresistibile refrain di Halloween o la mini suite di apertura di 1997: Fuga da New York sono pezzi di efficacia musicale scindibile dalle immagini e dotati di vita propria.

A rigor di logica, e vista anche l’incredibile influenza sulle generazioni musicali anni ’80, può rivendicare il ruolo di pioniere della nuova generazione elettronica: anticipa la techno e la house, disegna i contorni scenografici entro cui si muoveranno i nuovi musicisti del techno pop anni ’80 e rivendica un ruolo di primo piano come inseminatore hip hop, per non parlare dell’influenza sull’immaginario metal.

Il suo è un sound preciso, avvolgente, brumoso, calcolato nel minimo dettaglio nella sua alchimia di fredde sonorità al synth e cupe volate atmosferiche. Una grammatica sonora minimale e proprio per questo efficace, che trae vigore dalla ripetizioni costante di frasi strumentali e dalla reiterazione ostinata delle note. Deve essere proprio per questo suo carattere, facilmente estrapolabile dal contesto, che le musiche di Carpenter sono diventate un terreno di saccheggio privilegiato per dj ed hip hoppers.

E’ del 1983 la prima rivisitazione in salsa dance del tema di Distretto 13 con il titolo The End. Rivisitazione che riscosse un discreto successo all’epoca e spianò la strada ad una vera e propria depredazione delle musiche di Carpenter, campionate e riviste in tutte le salse. Il primo brano hip hop a beneficiare di un frammento carpenteriano,  di Halloween,  sarà The Tower di Ice T, seguito a ruota da Posse Rock & Move di Asher D & Daddy Freddy, che estrapola campionamenti dallo stessa tema.

E non finisce qui. Lo stesso campione viene usato in Why, dei 7A3, band di Dj Muggs dei Cypress Hill. Distretto 13, viene campionato da Afrika Bambaata in Tension contenuta nell’album Beware The Funk Is Everywhere e da  Bomb the Bass in Beat Dis e Megablast, che diventa un successo radiofonico.

E ancora sui dancefloor europei si sentono versioni remix del tema di Halloween con Good Time (Halloween Remix) di The Beat Pirate e il tema di Distretto 13 sarà poi rimodulato da Laurent Garnier, a sancire definitivamente l’influenza indubitabile che i primi scores di Carpenter hanno avuto sulla techno e l’house europea.



John Carpenter

Il distretto 13 degli Air

Distretto 13 è il primo score vero e proprio che Carpenter redige per un suo film. Aveva scritto già alcuni temi molto semplici per i corti della Usc e in particolare la musica retro-futurista di Dark Star, un esempio di modernariato sonoro estremamente kitch nelle sue sonorità digitali a base di synth valvolari.

Ma è con Distretto 13 che Carpenter si cimenta con una colonna sonora vera e propria. Il tema portante dei titoli di testa è una costruzione meticolosa in cui il rigoroso tempo in 4/4 fa da tappeto ad un cupissimo giro di basso distorto e ad una ariosa ed epica folata di synth. Il giro del basso estremamente semplice nel suo articolarsi viene facilmente ricordato per il suo andamento minimale e diventa il tratto caratteristico di tutta la colonna sonora. Su questa è facile poi per Carpenter installare una serie di parti vocali, che virano verso il soul dando un’irresistibile tono caldo alla musica. Siamo dalle parti della blaxploitation, che su prepotenti giri funk innervava tutta la tradizione canora black.

Altrove, come nei frammenti intitolati Ice Cream Truck e soprattutto Kathy’s Demise ci sono i primi esempi della tecnica sonora della tensione tipica di Carpenter, costituita da semplice fasce sonore di note sostenute, che nella loro veste sintetica aumentano il clima di angoscia e timore.

Il suono è costruito attraverso l’uso di macchine analogiche e questo rende il tono molto caldo e naturale, qualcosa che sta a metà tra il modernariato sonoro di un’operazione datata e la lungimiranza naif di uno stile personale e originale. Gli Air hanno mandato a memoria l’operazione carpenteriana. Cose come Venus e Sexy Boy sono state concepite anche avendo presente le costruzioni carpenteriane dei primi scores, dove su un tappeto di basso e batteria elettronica si aprono distese armoniche costruite con tastiera e sintetizzatori.

Che gli Air siano ammiratori indiscussi del Carpenter musicista è presto dimostrato, anche dalla fretta con cui si sono adoperati a ristampare proprio la colonna sonora di Distretto 13, attraverso la loro label Record Makers. Un tributo che paga pegno per un’ispirazione senza fine, come testimonia lo stesso Nicolas Godin:

"John Carpenter è il mio eroe. E’ un genio. In Francia era proibito vedere Fuga da New York se avevi meno di 13 anni, e all’epoca io ne avevo 12. Così fui costretto a mentire sulla mia età per poterlo vedere. Per me fu uno shock, di quel tipo che non dimentichi. Ero terrorizzato dall’andare in giro per le strade, quando andai per la prima volta a New York, perché ero cresciuto con film come Fuga da New York, I Guerrieri della Notte e Il Braccio Violento della Legge. Mi piaceva quell’epoca, quando New York era considerata veramente pericolosa. In qualche modo, mi piaceva l’idea che potessi andare ovunque ed essere ucciso. La gente tende a voler essere confortata e sicura ovunque vada e a me non sembra un’idea dotata di qualche fascino particolare. John Carpenter è anche un musicista geniale. Le sue colonne sonore sono terrificanti. Hanno un sound molto bello, perché costruite attraverso l’uso di tastiere vintage. Era veramente cool quando la gente faceva musica elettronica in un’epoca in cui non avrebbe potuta essere coadiuvata dai mezzi. Carpenter non può certo essere considerato come i Kraftwerk o cose così. Lui è soprattutto un grande regista. Ma ciò che fa come musicista è straordinario, anche perché non lo fa pensando alla vendita. Abbiamo avviato una nostra label a Parigi, chiamata Record Makers, e abbiamo ristampato la soundtrack di Distretto 13. Siamo veramente orgogliosi di questa cosa. So che non collaboreremo mai con John Carpenter perché lui fa la sua musica. Così per me, questa ristampa è stata come un modo per collaborare con lui”


Jena Pliskeen Vs Isaac Hayes

Se Fuga da New York ha avuto tanto effetto è presto detto. Non solo per l’indubbia originalità del film, e per gli elementi squisitamente cinematografici, ma anche per l’incredibile efficacia della colonna sonora, che probabilmente va catalogata come il suo miglior parto come musicista.

Rispetto a Distretto 13, la complessità armonica e melodica è incredibilmente accresciuta. Carpenter si è definitivamente appropriato del mezzo e supporta le immagini con una serie di piccoli frammenti elettronici, ciascuno elaborato nel dettaglio per funzionare su una singola sequenza eppure, carico del carattere dello score dominante.

Anche sul piano strumentale questa volta, si fa sul serio. Carpenter si fa coadiuvare da Alan Howarth e adopera un numero maggiore di tastiere, sintetizzatori e sequencer. Ad ascoltare cose come Over The Wall/Airforce One o Engulfed Cathedral (Debussy) sembra proprio di ascoltare degli Air ante litteram. Altrove Carpenter si spinge molto in avanti nella costruzione armonica: piccoli collassi elettronici, carichi di tensione e pathos come Arrival At The Library, la geometrie astratte ed epilettiche di Romero And The President  e The President Is Gone che addirittura possono far pensare a certe cose della Warp.

L’altra parte del leone, nella colonna sonora, è riservata ad un’irresistibile motore ritmico dall’afflato dance, che puzza di funk e house: le ironiche e danzerecce The Duke Arrives/Barricade e President At The Train, quest’ultima carica di un corposo basso funky che cita esplicitamente la scuola black di Isaac Hayes, che nel film interpreta la parte del Duca. Tutto questo insieme e altro ancora nell’irrefrenabile finale della corsa sul ponte minato, dove la tensione ritmica cresce fino allo spasimo per dare un testo sonoro alla corsa contro il tempo dei protagonisti del film.

Una dopo l’altra 69th Street Bridge e Over The Wall rappresentano lo stato dell’arte della musica carpenteriana. Una sapiente miscela di incastri ritmici e sincopi elettroniche, che trovano un’esemplificazione nel brano inedito, aggiunto nella versione cd della colonna sonora, Snake Shake [End Credits] , una piccola e irresistibile danza cibernetica anni ’70.


Halloween e Fog: un Bernard Herrmann sintetico

John Carpenter

Prima di Fuga da New York e dopo Distretto 13, c’è il primo vero grande exploit musicale di Carpenter, quello dello score di Halloween, dove lui tenta per la prima volta di lavorare sul suo stile plasmandolo sull’esempio illustre di un altro grande musicista per film, il leggendario Bernard Herrmann.

E’ lo stesso Carpenter che ricorda la genesi della musica di Halloween e dell’influenza di Herrmann; “L’abilità di Herrmann nel creare uno score suggestivo e potente, con l’uso di un’orchestra limitata, il significativo uso del suono di base di un particolare strumento, acuti o bassi, era impressionante. La sua musica per Psycho, il film che ha inspirato Halloween era prima di tutto costituito da strumenti a corda. Con Hermann e Morricone nella testa, la scrittura dello score di Halloween iniziò nel tardo giugno del 1976 ai Sound Arts Studios, proseguendo poi in un piccolo casolare al centro di Los Angeles. Dan Wyman fu il mio consulente. Lui programmava i sintetizzatori, supervisionava le registrazioni delle mie performance spesso imperfette, e spesso mi spingeva ad insistere su un passaggio più difficoltoso o a velocizzare il complesso e senza fine processo di overdubbing degli strumenti”.

Il tema principale di Halloween è quello che fece più sensazione e che contribuisce in special modo ad accrescere la tensione nel film. Il ritmo sostenuto della musica fu ispirato da un esercizio che il padre di Carpenter gli aveva insegnato usando dei bonghi. Il resto dello score è molto semplice e minimale e rende evidente l’influsso di Herrmann, soprattutto per l’uso delle note di piano e per gli acuti improvvisi, usati per enfatizzare i momenti di sorpresa nel film e terrorizzare il pubblico.

Le sessioni di registrazione durarono appena due settimane e il film fu doppiato con la traccia sonora nel tardo luglio. L’intento di Carpenter era soprattutto quello di salvare il film attraverso la musica, perché non credeva che le scene girate facessero abbastanza paura al pubblico. I risultati del lavoro fatto con l’aggiunta delle parti musicali sembrarono dare un evidente contributo alla tensione del film.

Carpenter tentò lo stesso anche con Fog, film che a differenza di Halloween, finite le riprese sembrava non avere abbastanza mordente anche nelle sequenze girate. Una prima stesura della colonna sonora fu redatta da Carpenter insieme al primo girato, ma anche Debra Hill e Tommy Lee Wallace non sembravano abbastanza soddisfatti del risultato. Nell’ultimo mese utile furono rigirate molte scene nuove e furono aggiunti molti effetti in più per cercare di rendere il film più spaventoso. Carpenter tornò di conseguenza ai Sound Arts Studio di Los Angeles e si mise a comporre e registrare nuove tracce.

Di nuovo con l’aiuto di Dan Wyman, il Nostro si adoperò nella stesura della musica producendo quello che lui ritiene uno dei suoi lavori migliori.
 
La colonna sonora di Fog è sulla stessa linea d’onda di Halloween. Carpenter cerca di ripetere l’alchimia peculiare che aveva ottenuto successo per quel film, ma questa volta il risultato è ancora più atmosferico, opprimente e carico di un senso di disagio latente. Basti ascoltare il suggestivo impasto di piano e sintetizzatore del frammento che apre il film sui titoli di testa. Dopo il racconto di fantasmi e la veduta dall’alto della costa. I toni della musica si fanno più gotici e classicheggianti.

Carpenter nelle note di copertina del disco riflette sui momenti migliori del lavoro: “Il mio tema preferito è quello associato a Steve Wayne (Adrienne Carbeau), quando scende le scale e si dirige alla stazione radio del faro. Consiste di sole tre linee sonore, una melodia con il flauto, un contrappunto nel mezzo e un supporto di basso. All’inizio del secondo atto, quando Andy  (Ty Mitchell) scopre uno strano pezzo di legno tra le rocce della baia, ho usato un giro di campane e harpsichord.  Reel 9, dieci minuti di elaborati inseguimenti, quando Tommy Atkins, Jamie Lee Curtis, Janet Leigh, Nancy Loomis, Hal Holbrock e Adrienne sono intrappolati dalla nebbia, sono tenuti insieme da un altrettanta lunga piece composta da campane guidate dai toni del sintetizzatore, alternativamente crescenti e decrescenti”.


La Cosa. Conflitto di interessi con Morricone

Il secondo maestro a cui Carpenter ha sempre pagato tributo, insieme a Hermmann, è senz’altro Ennio Morricone, nonostante l’influenza del musicista italiano, sia difficilmente riscontrabile nella musica del regista americano. Era facile, quindi, aspettarsi un rapporto travagliato tra i due, allorquando si trattò di dare una colonna sonora a La Cosa e la Universal tirò fuori dal cilindro il nome di Morricone.

Carpenter ne fu subito entusiasta e dopo la fine delle riprese, volò immediatamente a Roma per incontrare Morricone, fargli vedere le riprese e dargli alcuni input su cui scrivere il tema del film, come ricorda lo stesso regista: “Sono volato a Roma per incontrarlo. Lui non parlava inglese, quindi la nostra conversazione è stata tradotta da un’assistente di montaggio. L’ho chiamato maestro. Tutto l’incontro ebbe un’atmosfera drammatica, teatrale. Non so se dipendeva dal fatto che ero a Roma, dalla musica, il suo studio, l’aura… Morricone stesso  è molto teatrale, quasi una diva, un uomo meraviglioso e molto emotivo. Aveva scritto tre pezzi per me senza aver visto un solo fotogramma di La Cosa. Ma, quando li ho ascoltati non mi sembravano adatti al film che avevo appena finito di girare, così gli dissi che secondo me c’erano troppe note, doveva essere più minimalista. Non volevo più di due o tre note per ciascun tema. Ci ho lavorato sopra ed è stato perfetto. Ha fatto per il film della musica bellissima, a cui io ho aggiunto le parti con il sintetizzatore, la musica di raccordo. Spero che non gli sia dispiaciuto. Ma non avevo abbastanza musica e così ho dovuto arrangiarmi”.

Questa è la versione che Carpenter dichiara a Giulia D’agnolo Vallan e Roberto Turigliatto, ma Morricone la racconta in modo diverso, in un intervista dell’epoca a Fangoria: “Carpenter volò a Roma e mi mostrò il suo film. Fu veramente insistente e mi piacque il suo film, così decisi di farlo. L’unica cosa però è che non parlammo di quello che lui aveva in mente. Quando volai a Los Angeles per registrare lo score, portai con me un nastro che conteneva alcune musiche per sintetizzatore, che avevo registrato in Italia. Fu veramente difficile per me capire che tipo di musica lui volesse, così composi un gruppo di cose totalmente differenti le une dalle altre, sperando che potesse trovare qualcosa di particolare interesse. Ora… sono in questo ambiente da circa 30 anni e credo di capire cosa vuole un cliente. Lui scelse il pezzo che ricordava più da vicino le sue composizioni. Che è, ovviamente, il tema principale che si può sentire per tutto il film.  Scrissi un’ora di musiche per La Cosa e non riesco a credere al modo in cui furono ignorate. Così quando mi chiesero cosa mettere sull’album, ripresi tutto il materiale che era stato registrato. Non puoi vendere una colonna sonora con solo un tema: è come prendere in giro i tuoi acquirenti!”

Morale della storia: nel film l’unico tema ricorrente è quello di Humanity, Part 2 con il caratteristico tappeto carpenteriano di synth a raggelare l’atmosfera. Nel disco sono contenute tutte le musiche composte da Morricone e inutilizzate da Carpenter.


Elvis e Christine. Gli Happy Days dell’incubo rock’n’ roll

Christine
Christine

Il Rock ‘n’ roll è un genere chiave nella formazione musicale del giovane Carpenter. Ai tempi dell’Università suona in un gruppo psichedelico del giro losangelino e collabora come critico rock al Los Angeles Free Press. E’ un dato di fatto, quindi, che la stessa mitologia rock entri di diritto nell’immaginario carpenteriano e ne alimenti le inquietudini e le aspirazioni più recondite. “Adoro certi tipi di rock’n’roll, ma l’idea del rock’n’roll può essere spesso molto distruttiva. Voglio dire che un sacco di persone sono morte a causa dello stile di vita imposto dal rock’n’roll. Spesso il suo significato è cambiato nel corso degli anni per arrivare ad oggi dove non ha più nessun legame con la ribellione come una volta. Il significato di quella musica oggi è legato semplicemente alle tendenze e alla pubblicità. Dunque una parte di me dice: sai, adesso che è accettato da tutti io lo odio. Oggi puoi entrare in un ascensore e sentire musica che una volta era estremamente ribelle. Ha assunto un significato diverso. Dunque perso di avere un atteggiamento ambivalente nei confronti del rock’n’roll. Con questo voglio dire che a volte è necessario spiegare alla gente perché è così importante il rock’n’roll, sapendo che la gente non lo recepisce. D’altra parte adesso è diventata musica per giocattoli ed è terribile”.

I due film dove Carpenter parla più apertamente di rock sono Elvis e Christine. Il primo un biopic commissionato per la NBC Television, con un giovanissimo Kurt Russell nella parte di Elvis, il re del rock. Il film ebbe qualche vicissitudine produttiva, al punto che Carpenter non firmò il montaggio, e ci si ritrovò con due versioni diverse dello stesso film una per la televisione  e un’altra più corta per le sale. L’interesse di Carpenter per un simile soggetto, in apparenza così lontano dalle sue corde, sta tutto nel fallimento del sogno americano, nella rappresentazione dell’idolo rock, analizzato a tutto tondo, mostrato nelle sue inadeguatezze, che riesce amabilmente e umanamente a celare dietro una maschera per le masse ebbre di successo.  Carpenter tornerà sullo stesso tema con ben altro furore metaforico in Christine, che è un film sul rock’n’roll, sull’innamoramento e sulla conquista dell’indipendenza.

Molti critici hanno notato, nella rappresentazione della cittadina, nella galleria dei personaggi e anche nel cognome del protagonista… Cunningham, un rimasticamento del celebre telefilm Happy Days, nel ritorno ironico e sarcastico al sogno americano degli anni ’50, uno dei momenti di massimo splendore della cultura pop americana, quando la produttività aumentava, l’economia andava a gonfie vele e la nazione viveva ancora immersa in un’innocenza adolescenziale che sarà poi spazzata via dagli anni ’60.

L’ automobile divenne uno status symbol, un sogno erotico per l’adolescente americano e il rock’n’roll la soundtrack di questo impazzimento amoroso. Il linguaggio musicale di Christine procede su un doppio binario ed è per questo che è il suo film più complesso a riguardo. Da un lato c’è il classico score carpenteriano che regala ulteriori pagine di suggestiva musica spettrale, come l’elegiaco frammento Arnie´s Love Theme, l’angosciante geometria della sequenza dedicata alla partita di football, che mostra la precisione tra immagini e musica o il main theme tipicamente carpenteriano, tra organi gotici e ritmi dance.

Dall’altro lato c’è la musica di raccordo, che nelle intenzioni di Carpenter è un sottotesto preciso, e richiama tutte le citazioni inserite da King nel romanzo. L’inizio del film, con la presentazione di Christine che nasce dalla catena di montaggio è affidato alla celebre Bad To The Bone di George Thorogood, e si prosegue per tutto il film a snocciolare classici rock’n’roll anni ’50, che sono poi il vero modo di comunicare di Christine. Bellissima la Not Fade Away di Buddy Holly che risuona dalla radio quando il meccanico sporca con il sigaro gli interni della macchina e un’inquadratura dopo si trasforma nella Not Fade Away riveduta da Tanya Tucker, quando Dennis va a prendere Arnie. Quando quest’ultimo tenta di forzare la portiera per poter entrare in macchina, Christine fa suonare la furente Keep On Knocking But You Can’t Come In  di Little Richards, o ancora Rock & Roll Is Here to Stay di Danny & the Juniors, quando si cerca di distruggerla con il caterpillar. E ancora, lo streaptease per Arnie al suono di Harlem Nocturne dei Viscounts o la Beast Of Burden dei Rolling Stones,  quando Buddy sta per essere ucciso o Pledging My Love di Johnny Ace che risuona quando una Christine ingelosita cerca di eliminare la contendente al cuore di Arnie.


I Coupe de Villes nei guai a Chinatown

Coupe De Villes

Il film successivo, ovvero Grosso Guaio a Chinatown, ci consegna una delle più spassose curiosità del personaggio Carpenter: i Coupe de Villes, la sua band di techno pop. Ascoltando Big Trouble in Little China c’è da rimanere basiti per il mancato successo di questa hit da classifica Billboard anni ’80. Siamo, infatti, dalle parti delle pagine più celebrate del genere: i Depeche Mode, gli Human League, i Talk Talk pre Spirit of Eden. Certo il tono scanzonato e sopra le righe la fa prendere per una battuta, ma il brano inserito nella colonna sonora del film ha tutte le cose al posto giusto: ritmi sostenuti, fraseggi di synth, riuscite alchimie vocali e soprattutto melodia di primo impatto.

I Coupe de Villes sono un divertimento estemporaneo che Carpenter si prende insieme a due fedeli collaboratori: Tommy Lee Wallace e Nick Castle (l’uomo dietro la maschera di Michael Myers nel primo Halloween). Carpenter suona il basso e fa la prima voce con un tono baritonale da grande crooner del settore. Alle doppie voci si incarica Nick Castle. La band pubblica un disco, intitolato Waiting Out The Eighties e gira anche un divertente video di  Big Trouble in Little China.



Il resto della colonna sonora, invece, è l’ennesimo tour de force nella creatività musicale di Carpenter, questa volta alle prese con elementi etnici e asiatici, per dare un giusto tappeto sonoro alle scorribande di Jack Burton in quel di Chinatown. Letteralmente travolgenti episodi come The Alley che riprende percussioni cinesi e le fa girare intorno al solito bailamme elettronico, nella sequenza del combattimento con i Wing Kong. In Here Come The Storms  e Lo Pan's Domain un coacervo di atmosfere eteree, trafitte da rasoiate elettroniche e dinamiche frasi di tastiera, mentre negli imponenti dieci minuti di Escape from Wing Kong accade tutto quello che può oggettivamente accadere in una colonna sonora di Carpenter.


Essi Vivono… di blues e metal

John Carpenter

Da Essi Vivono in poi, le soundtrack di Carpenter cominciano a cambiare inserendo sempre più inflessioni da blues sudista, da hard rock tex mex, e da metal tout court. Una passione che il regista americano sembra fare propria man mano che la prassi produttiva delle sue colonne sonore diventa via via più professionale.
Se il tema principale di Essi Vivono, Coming To L.A. che sonorizza tutta la lenta passeggiata di Roddy “Rowdy” Piper per la downtown di Los Angeles, sembra ancora una via di mezzo tra il vecchio e il nuovo con una frase di tastiera che è innegabilmente blues, è con Il Seme della Follia, che Carpenter scompagina decisamente le carte e nei titoli di testa si presenta con un furibondo e infuocato brano metal, dietro la quale c’è una vera e propria band, con Dave Davies alla chitarra solista, Josh Sklair alla seconda chitarra, Dennis Belfield al basso, Mike Baird alla batteria e… John Carpenter con Jim Lang ai sintetizzatori. Una vera e propria voglia di rock band, che almeno al momento rimane isolata. Il resto della soundtrack de Il Seme della Follia si compone di brani nel classico stile di Carpenter, anche se meno minimali e più orchestrali che in passato e di occasionali svisate metal come nella cupa Axe Man.
Con Vampires il Nostro prosegue su questa scia e fa un ulteriore passo in avanti, assoldando per l’occasione session man di grido come Streve Cropper e Jeff Baxter e produttori rinomati come Bruce Robb, e mettendo in scena una vera e propria band ribattezzata per l’occasione The Texas Toad Lickers, a cui si devono le fascinose e avvolgenti musiche western, ricamate da frasi di chitarra e dai tappeti di organo Hammond creati da Bruce Robb, come in Slayers e Motel Sex.


John Carpenter

Il passo definitivo della mutazione avviene, infine, con Ghosts of Mars, una giostra techno metal, dove Carpenter si fa aiutare da band e artisti del calibro di Steve Vai, Buckethead e gli Anthrax. Complice anche questa volta Bruce Robb, Carpenter ha per la prima volta l’occasione di concepire un’intera colonna sonora e di vederla realizzata da una rock band vera e propria. Il risultato è un elettrizzante mix tra le classiche partiture doomy di Carpenter e gli infernali barrage chitarristici da old school metal dei vari Steve Vai, Buckethead e Anthrax.
L’attacco è di quelli notevoli con l’elettro rock di Ghosts of Mars, che condensa in un’unica soluzione le intuizioni blues di Essi Vivono e Vampires e il solismo raffinato di Steve Vai. La successiva Love Siege apre alle danze esasperate di un mid tempo sostenuto, con un giro di basso tipicamente carpenteriano e un irrefrenabile cascata di distorsione ad opera degli Anthrax e del chitarrista mascherato Buckethead, l’unico uomo capace di passare, senza soluzioni di continuità, dai Guns’n’Roses alla serie Lunatic Fringes della Tzadik di John Zorn. Gli Anthrax sono poi responsabili di brani feroci come Fight Train e Power Station.
Con Ghosts of Mars siamo arrivati al punto di non ritorno? Carpenter non fa più colonne sonore ma veri e propri dischi rock. La maggioranza dei suoi estimatori lo vorrebbe comunque vedere ritornare sui suoi passi, cercando di nuovo quel minimalismo elettronico che ha fatto epoca. Sono in molti a vedere nel suo nuovo corso, null’altro che un divertissement. Potrà pure essere, ma con lui si è sempre certi della qualità dell’operazione.


Filmografia

  • Dark Star (1974)
  • Distretto 13: Le brigate della morte (1976)
  • Halloween (1978)
  • Pericolo in agguato (1978, TV)
  • Elvis (1979, TV)
  • Fog (1980)
  • 1997: Fuga da New York (1981)
  • La Cosa (1982)
  • Christine (1983)
  • Starman (1984)
  • Grosso Guaio a Chinatown (1986)
  • Il Signore del male (1987)
  • Essi Vivono (1988)
  • Avventure di un uomo invisibile (1992)
  • Body Bags (1993, TV) - episodi The Gas Station  e Hair
  • Il Seme della follia (1995)
  • Villaggio dei dannati (1995)
  • Fuga da Los Angeles (1996)
  • Vampires (1998)
  • Ghosts Of Mars (2001)
  • Masters Of Horror (2005, TV) - episode Cigarette Burns

Discografia

Assault On Precinct 13
(Film - 1976) (CD - 2003)
Music Composed By John Carpenter
Record Makers REC12CD

Halloween
(Film - 1978 CD - 1985)
Music Composed By John Carpenter
Varese Sarabande
Part Number VCD-47230  Length 33:50

The Fog
(Film - 1980 CD - 1984)
Music Composed By John Carpenter
Varese Sarabande
Part Number VCD-47267  Length 34:05

Escape From New York
(Film - 1981 CD - 1987)
Music Composed By John Carpenter
In Association With Alan Howarth
Varese Sarabande
Part Number VCD-47224  Length 37:28

The Thing
(Film - 1982 CD - 1991)
Music Composed And Conducted By Ennio Morricone
Varese Sarabande
Part Number VCD-5278  Length 49:53

Christine
(Film - 1983 CD - 1989)
Music Composed By John Carpenter
Varese Sarabande
Part Number VSD-5240  Length 34:12

Christine
(Film - 1983 LP - 1983)
Motown Records
Part Number 6086ML  Length 29:30

Big Trouble In Little China
(Film - 1986 CD - 1986)
Music Composed By John Carpenter
Enigma Records
Part Number CDE-73227  Length 45:37

Prince Of Darkness
(Film - 1987 CD - 1987)
Music Composed By John Carpenter
In Association With Alan Howarth
Varese Sarabande
Part Number VCD-47310  Length 42:39

They Live
(Film - 1988 CD - 1988)
Music Composed By John Carpenter
And Alan Howarth
Enigma
Part Number 7 73367-2  Length 31:28

Body Bags
(Film - 1993 CD - 1993)
Music Composed By John Carpenter
And Jim Lang
Varese Sarabande
Part Number VSD-5448  Length 55:54

In The Mouth Of Madness
(Film - 1995 CD - 1995)
Music Composed By John Carpenter
And Jim Lang
DRG
Part Number 12611  Length 60:16

Village Of The Damned
(Film - 1995 CD - 1995)
Music Composed By John Carpenter
And Dave Davies
Varese Sarabande
Part Number VSD-5629  Length 33:29

Escape From L.A.
(Film - 1996 CD - 1996)
Music Composed And Performed By
Shirley Walker and John Carpenter
Milan
Part Number 731383773-2  Length 34:04

Vampires
(Film - 1998 CD - 1998)
Music Composed By John Carpenter
Milan
Part Number 7323835851-2  Length 46:24

Ghosts Of Mars (2001)
Music By John Carpenter
Varese Sarabande
302 066 286 2
2001   43:00


John Carpenter
Greatest Hits
(1992)
Soundtrack Master Tape Edition
All Titles Taken From The Original Motion Picture Soundtracks
Colosseum Schallplatten
Varese Sarabande
VSD-5266
1992  54:56


John Carpenter
Greatest Hits Volume 2
(1992)
Soundtrack Master Tape Edition
All Titles Taken From The Original Motion Picture Soundtracks
Colosseum Schallplatten
Varese Sarabande
VSD-5336
1992  64:08