Le visioni del regista boemo non seguono nessun presupposto ordinario. Non vengono battute le strade illuminate, ma si prediligono le associazioni inusuali. Voli pindarici dell'occhio per lasciare intendere altro. Lo sberleffo, la caricatura e la satira politica ne sono diretta conseguenza.

"Il mondo si divide in due categorie di diversa ampiezza... quelli che non hanno mai sentito parlare di Jan Švankmajer e quelli che hanno visto i suoi lavori e sanno di essersi trovati faccia a faccia con un genio."
Anthony Lane - “The New Yorker”
Esistono alcuni artisti, che non si limitano a costruire il proprio percorso autoriale inscatolati in una realtà mai messa in discussione, ma piegano quest'ultima sotto un incessante processo di creazione. Appartengono a questa categoria, autori come Bunuel, Fellini, Lynch, Jodorowsky, Greenaway, Brakhage e Maya Deren. Rispetto a questi, Jan Švankmajer va, se possibile, ancora oltre, in una irrefrenabile pulsione al movimento, al disordine visivo e alla produzione incessante di immagini che mangiano altre immagini e di soluzioni visive letteralmente "inaudite". Nato a Praga nel 1934, Švankmajer vanta una formazione che ha i contorni europei del giovane apprendistato di bottega. Dal 1950 al 1954, frequenta l'Istituto di Arti Applicate, per poi approdare all'Accademia di Arti Visive di Praga. Grazie alle sue abilità di manipolatore, animatore e creatore di marionette, entra a far parte del celebre Laterna Magika Puppet Theatre. Si tratta di una originale variante ceca della rappresentazione teatrale, dove marionette, filmati e balletti si unisco in un mix dal grande impatto visivo. E' probabilmente qui che il giovane Švankmajer incontra per la prima volta le tecniche filmiche, ed è probabilmente qui che la commistione di elementi eterogenei ai fini di una rappresentazione visiva, diventa per lui un credo su cui imbastire una poetica.
Il suo occhio e la sua attitudine non seguono nessun presupposto ordinario. Non vengono battute le strade illuminate, ma si prediligono le associazioni inusuali. Voli pindarici dell'occhio per lasciare intendere altro. Lo sberleffo, la caricatura e la satira politica vengono di conseguenza. Il passo per la scuola surrealista è breve. Švankmajer milita infatti nel gruppo surrealista ceco, cui fanno capo molti degli intellettuali attivi tra le due guerre, tra cui Vratislav Effenberger, Karel Teige, Vitzslav Nezval, Marie Ermínová e Konstantin Biebl. Il gruppo fondato nel 1934 ha prodotto molte delle opere più interessanti della corrente surrealista europea, riuscendo a passare, indenne e incontaminato, attraverso la dura censura stalinista. Švankmajer stesso patirà a lungo le oppressioni e il controllo politico, arrivando ad essere interdetto dalla regia sotto diretta pressione delle autorità ceche, per gli anni che vanno dal 1972 al 1979.

L'approdo alla regia avviene nel 1964 con il corto The Last Trick (1964), in cui due maghi danno bella mostra delle loro capacità. L'interesse per i pupazzi e gli oggetti inanimati e la commistione di animazione e riproduzione del movimento tramite la tecnica dello stop-motion hanno già credito nel primo periodo, che va dal 1964 al 1972. Opere come Punch And Judy (1966), Don Juan (1970) e Jabberwocky (1971) tradiscono la poetica dell'autore, in tutte le sue sfaccettature. A farne le spese, ovviamente, i procedimenti cinematografici, rimontati, scomposti e sbeffeggiati con un'attitudine anarchica che ha pochi eguali. Nessuna convenzione per nessuna regola. Gli attori sono inutili e quando appaiono, come in The Garden (1968) e The Flat (1968), sono pantomime, fantocci di materiale diverso, ma mossi da fili invisibili come marionette. L'umore e l'atmosfera si muovono tra il grottesco e il caricaturale, con larghe concessioni ad un gotico strisciante e kafkiano che rimarrà caratteristica pregnante di tutti i suoi lavori. Valga un esempio per tutti: The Ossuary (1970), una dance macabre per fotogrammi che sviscera ogni anfratto dell'ossario della Chiesa di Sedlec. Ma il Nostro si cimenta, a modo suo, anche con altri classici della letteratura gotica come Horace Walpole in The Castel Of Otranto (1973/79) e Edgar Allan Poe, con The Fall Of House Of Usher (1980). I corti del secondo periodo (1979-92) mostrano decisivi passi in avanti dal punto di vista tecnico e una ormai incontenibile carica satirica, fino a sfociare nello sberleffo finale di The Death Of Stalinism In Bohemia (1990). Dimensions Of Dialogue (1982) e Darkness-Light-Darkness (1989) mostrano il lato più sperimentale e avanguardista dell'autore. Nel primo è evidente l'influenza del celebre pittore Arcimboldo, con una serie di teste, di diverso materiale che si mangiano e risputano l'un l'altra. Nel secondo, diverse arti si contendono la composizione di un corpo umano.

Il lavoro di Švankmajer è ormai così maturo, che il suo relegarsi, per necessità e virtù, alla forma del corto, stride un po' con la grandezza dei risultati. Il passo per il lungometraggio è a questo punto brevissimo e il boemo lo compie quasi con nonchalance. Il primo lungometraggio è Alice (1987) un libero (quanto mai...) adattamento dal celebre classico di Lewis Carroll. Un precursore del surrealismo al servizio di un anarchico del linguaggio visuale, nonché - per sua stessa ammissione - ispirato dal consumo di Lsd (nel 1973 un gruppo di psichiatri dell'arma ceca compì una serie di test sugli effetti del Lsd, somministrata ad un gruppo di volontari. Švankmajer era uno fra questi) sono elementi sufficienti per lasciare ipotizzare quello che si troverà sullo schermo. Ma il risultato finale è ancora più originale delle ipotesi. Alice libera ulteriormente la sua creatività. Una serie impressionante di soluzioni tecniche, per animare esseri il cui unico antecedente può essere trovato negli affreschi di Bosch, sono il presupposto per una rilettura personale e destabilizzante del classico carrolliano. Il bianconiglio è un pupazzo di cartapesta che perde di continuo la sabbia che lo riempie, mentre l'orologiaio e il cappellaio matto si presentano con le sembianze di un giocattolo a carica e una marionetta di legno. Il brucaliffo è un calzino che si autocuce in una stanza dove calzini animati a mo' di serpe furoreggiano nel pavimento. Completamente costruita in una serie di stanze stilizzate e sinistre, quella di Švankmajer è una versione claustrofobica e allucinata della classica wonderland entrata nell'immaginario collettivo.
L'appoggiarsi a storie e fiabe per imbastire i suoi trip cinematici è un procedimento caro all'autore, tanto che i successivi lavori continueranno su questo percorso, riadattando il Faust (1994) e un'antica fiaba boema in Otesanek (2000). Sono sempre riletture in cui le storie canonizzate dal tempo si piegano al genio personale dell'artista. Il Faust di Švankmajer è una incredbile contaminazione tra umano e marionetta, tra realtà e palcoscenico. Il piccolo Otik è un bambino di legno che soddisfa la voglia di maternità di due genitori sterili, ma chiede in cambio una sempre maggiore quantità di carne, dando credito e rappresentazione ad una dei leit motiv più cari all'autore: il consumo, il cibo, l'atto del mangiare. Švankmajer gli dedica anche un celebre corto dai risvolti politici evidenti, intitolato, per l'appunto, Food (1992). Tra Faust e Otesanek, il Nostro ha il tempo di incastonare un'altra gemma satirica con Conspirators Of Pleasure (1996) che si focalizza espressamente sul tema della sessualità e della ricerca del piacere, arrivando a inscenare tutta una serie di articolati meccanismi masturbatori.

Artista a suo modo solitario, che oltre al cinema si cimenta anche in altre arti insieme alla moglie Eva, Jan Švankmajer non può essere etichettato semplicisticamente con gli aggettivi "visionario" e "surreale". Il suo è un mondo che ha dei precisi meccanismi e una riproduzione costante di elementi chiave, che nominano visioni e creazioni. Da un lato prosegue la tradizione eversiva della caricatura politica, dall'altro mette a frutto la sua prodigiosa creatività per la produzione di immagini alterate, simboliche e poetiche. Il suo approccio è originale, perchè la sua messinscena trascende un'estetica surrealista fine a se stessa e approda alla dimensione della parabola, del raccondo allegorico. I suoi simboli non si nascondono all'occhio, ma lo sfidano con impertinenza e violenza, sviscerando le metafore che sottendono. E' per questo che una definizione superficiale e profondamente sbagliata come quella del connazionale Milos Forman, che ha definito l'autore di Otesanek "un misto tra Walt Disney e Luis Bunuel", si sgretola rapidamente dopo pochi minuti di visione. Quello di Švankmajer è un mondo dove la realtà non si ribalta. E' già totalmente altra in partenza.
Al giorno d'oggi non c'è praticamente nessun autore cinematografico che possa rivaleggiare con il creatore di Dimensions Of Dialogue nella capacità di creare mondi assurdi, che funzionano sulla base di regole recondite e misteriose. Spesso si utilizza il termine surrealista per etichettare le visioni di Lynch, ma l'autore americano si muove in direzioni diverse da quelle di una messinscena realmente surreale. Idolatrato dalla generazione dei movie-makers per videoclip, è possibile riscontrare qualche influenza su un raffinato esteta dell'assurdo come Chris Cunningham o sul celebre Tarsem di The Cell. Ma probabilmente sono i Fratelli Quay a poter essere considerati i migliori continuatori dell'estetica svankmajeriana, al punto che arrivano a dedicare un omaggio al regista boemo, intitolato The Cabinet Of Jan Švankmajer, in cui l'autore è mostrato sotto le sembianze di una testa a forma di libro. Del resto sono in fuga anche loro da un mondo ( gli Stati Uniti, quasi rinnegati) sempre più in linea con le visioni edulcorate e piatte della Disney e sempre meno disposto a correre il rischio di liberare realmente l'immaginazione e quello che si nasconde dentro di essa.
The Last Trick (1964)
J.S. Bach: Fantasy In G Minor (1965)
Play With Stones (1965)
Punch And Judy (1966)
Et Cetera (1966)
Historia Naturae (1967)
The Garden (1968)
Picnic With Weissmann (1968)
The Flat (1969)
Quiet Week In A House (1969)
The Ossuary (1970)
Don Juan (1970)
Jabberwocky (1971)
Leonardo’s Diary (1972)
The Castle Of Otranto (1979)
The Fall Of The House Of Usher (1980)
Dimensions Of Dialogue (1982)
To The Cellar (1983)
The Pit, The Pendulum And Hope (1983)
Alice (1987)
Virile Games (1988)
Another Kind Of Love (1988)
Meat Love (1989)
Darkness, Light, Darkness (1989)
Flora (1989)
The Death Of Stalinism In Bohemia (19909
Food (1992)
Faust (1994)
Conspirators Of Pleasure (1996)
Little Otik (Otesánek) (2001)