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La locandina del film

Notte senza fine (Raoul Walsh, USA 1947)

di Costanza Salvi
Un western atipico che cela in realtà un melodramma psicanalitico in questo film di Walsh del 1947: un oscuro passato da indagare, alla ricerca di una identità e del senso da dare alla propria esistenza.

Un western non troppo western questo bellissimo film di Walsh del 1947, ambientato come dice la didascalia iniziale nel “territorio del New Mexico al giro del secolo”. È la vicenda alquanto oscura e misteriosa di Jeb Rand, un uomo ossessionato da vaghi ricordi di eventi rimossi e ossessioni sulla propria origine. È impossibile per Jeb iniziare una nuova vita accanto alla donna che ama se non viene prima dipanata quella massa contorta che rappresenta il suo passato. Si scopre infatti che da bambino fu salvato da una violenta sparatoria in cui padre e fratelli furono uccisi. Una donna intervenne in quello scontro per prelevare il bimbo e allevarlo insieme ai due figli legittimi sentendosi colpevole di quella tragedia. La ragione della sparatoria era, infatti, l’amore clandestino tra il padre del bambino e quella stessa donna; amore che aveva scatenato una faida tra le due famiglie e che continua per tutto il film a ripercuotersi su Jeb, colpevole solo del cognome che porta. Insomma un intreccio che non ha niente a che vedere col western, che, anzi, ha più a che fare con il mélo, per quel suo trascinare fino alla fine un mistero, un’intima angoscia e soprattutto per l’impossibilità o l’incapacità da parte della madre di dire la verità sulla vera famiglia del suo figliastro.

Molte sono le immagini che rimandano allo stile del melodramma psicanalitico. Robert Mitchum/Jeb sembra più un giovane uomo insicuro che un duro cowboy, si muove in questo ruolo sornione, mai sopra le righe, con la sua faccia larga e gli occhi dolci, imploranti e remissivi infilati dentro un atteggiamento compunto, serio, a volte separato da tutto ciò che lo circonda. Gli inseguimenti da western fanno spazio alle immagini allucinatorie degli speroni degli stivali che lo ossessionano. Dissolvenze, immagini oniriche, la struttura stessa del racconto a flashback è materiale da mélo o da noir. Sono pressoché assenti i campi lunghi sulla grandiosità del paesaggio. C’è un’unica panoramica lentissima e quieta che mostra l’inseguimento di Jeb da parte del fratellastro poco prima della sparatoria fra i due. La sua dolcezza rimanda ad un tempo dilatato e sospeso che si adatta ad atmosfere interiori piuttosto che allo spazio violento delle Grandi Praterie o delle Montagne Rocciose. La paura ingiustificata che cova in Jeb, il senso di colpa e l’inettitudine della madre e la sua fiducia disattesa in un amore filiale che non arriva sono tipici temi da melodramma psicanalitico. La parabola sulla perdita dell’innocenza e sul passaggio all’età adulta anticipano molti film degli anni ‘50 sulla rabbia giovane e sui problemi generazionali.

Cosa c’è allora in questo film del tema All-American del western? Ogni western ha a che fare con questo tema: “costruiamo una città!”, ovvero cerchiamo il processo che porta alla formazione di una civiltà. Nel film il tema della faida, rappresentato anche dallo scontro fra i due fratellastri cresciuti insieme ma incapaci di dividersi equamente il profitto del ranch, adombra il tema di una civiltà ancora nella sua fase barbarica e involuta. La frontiera non è più selvaggia a causa degli indiani ma a causa della totale mancanza di una legge; vige ancora la legge del taglione, la vendetta pare essere il miglior modo per fare giustizia e il paesaggio è il teatro di passioni illegittime. Quando Jeb si costituisce rivelando di aver ucciso per legittima difesa il fratellastro, viene assolto con la seguente definizione: regolare combattimento, ovvero, appunto, legittima difesa. I giudici si chiedono quale possa essere la coerenza nel decidere di mandare alla forca un uomo per essersi difeso quando poco prima lo si è premiato con una medaglia all’onore per averne ammazzati una buona dozzina (Jeb era stato mandato al fronte per due anni). Ecco, quindi, il tema epico nella narrazione di una fase ancora immatura del paese in cerca di una strada verso lo sviluppo civile e verso la formazione di un corpo legislativo.

Ma c’è sempre l’amore a salvarci dalla barbarie e dalle ossessioni. E infatti ecco Teresa Wright ad impersonare la dolce creatura che conduce dolcemente Jeb fuori dalla matassa informe di ossessioni nella quale è rimasto invischiato. Lei, dolce e remissiva, rappresenta magnificamente la giovane sensibile e innamorata che spesso è comparsa nel cinema classico americano. Quando Jeb, tormentato dalla rivalità col fratello, la vuole spingere alla fuga semi-clandestina lei tira fuori scuse come: “voglio vederti nei panni dell’innamorato”, oppure commenta il suo sogno di vita futura accanto al proprio uomo come: “è romantico ma bello” starsene insieme a bere limonate seduti nel portico. Nel sogno di quelle donne che ogni americano dovrebbe volere per moglie, c’è una dolce ragazza che ricama tessuti nuovi per la casa e un giovane uomo che se ne sta in dolce compagnia della futura sposina a fumarsi il sigaro in santa pace. Così il loro amore sarà intessuto dal “ricamo delle parole d’affetto e di gioia” che due innamorati quietamente si scambiano. È il sogno della ragazza bene degli anni ‘40 portata sullo schermo dalla miriade di mogli-laureate del cinema americano, come Doris Day (il cui corrispettivo attuale non può che essere Meg Ryan): dolci, intelligenti, bionde ma non troppo, belle ma non troppo.

Certo, come ricorda anche il fratellastro, intriso dall’odio e dall’invidia per l’amore che la sorella nutre verso Jeb: “le donne disprezzano chi uccide ma ammirano sempre un eroe” (Jeb era infatti stato accolto come eroe di guerra dopo essere stato al fronte per due anni). In sostanza ciò che ad una donna interessa è esclusivamente l’involucro di rispettabilità che una coppia istituzionale deve ricoprire. L’uomo destinato ad essere il proprio marito dovrebbe essere amato, riverito, stimato dalla collettività. È la coralità, il senso dell’appartenenza ad un gruppo sociale ciò che è importante nella delineazione della figura dell’uomo onesto. Michael Wood (1) sostiene che in certi film degli anni 40 c’era la “sgradevole idea che essere sospettati di qualcosa fosse sufficiente a fare di noi dei colpevoli”. È chiaro, qui, il potere dell’opinione pubblica nel delineare le direttive dei processi intimi che fanno di un uomo un essere degno del suo nome, a cominciare dalla coscienza della propria identità. Questo vale sia per la futura mogliettina puritana che convolerà a giuste nozze solo seguendo i crismi istituzionali, che per il giovane cowboy ricercato (il pursued del titolo) e ossessionato che potrà finalmente trovare il proprio futuro solo nell’amore da parte di lei e nel rispetto da parte di tutti. E il lieto fine non toglie il senso di frustrazione lasciato dalla coscienza che qualcosa, nel processo di realizzazione di quel sogno, possa ugualmente spezzarsi e privarci di quel diritto alla ricerca della felicità.

Western o mélo che sia, in fondo ciò che ci interessa di più è la sintomatologia di cui questo film si fa portavoce. Negli anni ‘40 accanto ai film più propagandistici sulla forza e l’abilità della nazione impegnata nel secondo conflitto mondiale si affiancano altre voci. Il Ford dei '40 (Sfida Infernale, Il Massacro di Fort Apache) o questo film di Walsh si fanno portatori di una morale tutt’altro che ottimista sul futuro della nazione. È la sensazione che la separazione tra bene e male, torto e ragione non sia poi così netta, che non basti l’amore e il calore di una famiglia per uscire da una situazione di vuoto e di assenza d’identità. Notte senza Fine rappresenta proprio quello scetticismo e l’amarezza che troveremo poi nei ‘50. Non basta, appunto, il finale riconciliatore e ottimista per convincerci del contrario: il Pursued del titolo originale, come ricorda La Polla (2), sembra l’inversione di quella ricerca attiva (pursuit) della felicità garantita dalla Costituzione. Invece è il nostro protagonista ad essere ricercato, oggetto di odio atavico senza essere reo di alcunché se non dell’insicurezza sulla propria identità e sul senso da dare alla propria esistenza.

note:

1. Michael Wood, L’America e il cinema, Garzanti, Milano, 1979, p. 129.

2. Franco La Polla, Sogno e realtà americana nel cinema di Hollywood, Laterza, Bari, 1987, p. 127.

  • Titolo originale: Pursued
  • Regia: Raoul Walsh
  • Sceneggiatura: Niven Busch
  • Fotografia : James Wong Howe
  • Musica : Max Steiner
  • Cast : Robert Mitchum, Teresa Wright, Judith Anderson
  • Nazionalità : USA, 1947
  • Genere : Drammatico, Western