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La locandina del film

More (di Barbet Schroeder - Francia, 1969)

di Antonello Comunale
A un passo dal baratro di Altamont, More, il film di Barbet Schroeder e il disco dei Pink Floyd, sottili quadretti sociologici e fotografie di un mondo ristretto a pochi, ma già corroso dall’interno dal disagio che sarà di molti..

More (1) è la storia semplice e lineare della progressiva dissoluzione di Stefan (Klaus Grünberg), uno studente tedesco che approda a Parigi con tutta la voglia di scoperta, che da sempre sembra animare le storie incentrate sull’estetica giovanilistica. Ad una festa, conosce Estelle (Mimsy Farmer), una ragazza bionda e intrigante, che sarà il viatico all’uso delle droghe e alla sua definitiva caduta nella dipendenza.

Debutto alla regia per l’iraniano Barbet Schroeder, More è un film che visto con gli occhi di oggi potrebbe apparire più datato di quanto in realtà non sia. Figlio, comunque, dei suoi tempi (l’anno di uscita nelle sale è il 1969), il debutto di Schroeder è diventato con il passare degli anni un cult movie, per due ragioni principali: la soundtrack composta dai Pink Floyd e il percorso accidentato nelle sale. Il film, pur essendo in lingua inglese, rimase a lungo soltanto un piccolo fenomeno in Inghilterra e negli Stati Uniti, ottenendo molto più credito nel resto dell’Europa, in special modo in Francia. Il film fece il suo debutto al 22° Festival di Cannes, il 13 maggio 1969, approdando poi negli Stati Uniti, il 4 agosto, con una prima a New York.

Il film stesso ha un mood molto europeo. Una piccola epopea della decadenza giovanile, che si snoda fra Parigi e Ibiza, procedendo per stadi e sostanze successive, e impregnandosi sensibilmente della cultura hippy dell’epoca: costumi libertini, sessualità libera, estasi dei sensi e poetica della dissoluzione.

Un canovaccio da film underground, che Schroeder non ha alcun pudore nel mostrare. L’ingente quantità di scene di sesso e droga è un piccolo caso se si considera l’epoca in cui il film fu concepito. L’occhio del regista osserva i comportamenti mantenendosi distante e portando in dote i passati da documentarista. L’immagine è sempre molto curata e a tratti quasi patinata. Tutte le sequenze girate ad Ibiza, compresa quella dell’allucinazione da overdose, sono una festa per gli occhi. Bagni di sole e estasi in riva al mare. A questo contribuisce senza alcun dubbio la bellissima fotografia del maestro Nestor Almendros, a cui si devono le illuminazioni di film come I giorni del cielo di Terrence Malick e Adele Hdi Francois Truffaut.

Dove il film mostra tutti i segni del tempo e anche diversi problemi di sceneggiatura è nel rapporto, faticoso e avaro di motivazioni forti, tra i due protagonisti. Appurato il ruolo di sirena per lei e di vittima sacrificale per lui, la chimica della relazione scivola troppo spesso in un gioco vuoto, contornato dalla droga e da esso realmente dipendente. Si aggiunga poi tutto lo scenario da exotica europea, con tanto di nazista che traffica in droga nello splendido sfondo spagnolo, e il gioco è fatto. Gli ingredienti per inscenare una storia giovanile piena di appeal sessantottino ci sono tutti.

Il pericolo vero del film, semmai, potrebbe essere quello di rendere fin troppo attraente l’uso di LSD e eroina, ma l’epilogo finale chiude drasticamente il discorso, mostrando con cinismo l’evoluzione degli eventi. Un epilogo con un vago retrogusto moralista, che in qualche modo sottolinea anche come il merito maggiore di Schroeder sia quello di rimanere per tutto il film avulso da giudizi di sorta, sui comportamenti e sui protagonisti. More potrebbe essere la riproduzione filmata di un case study da trattato sociologico. L’interesse di Schroeder per le sottoculture giovanili, del resto, tornerà anche successivamente nella sua filmografia, così come il suo approccio da osservazione non partecipante.

More non è il miglior film sulla dipendenza dalle droghe. Evita di mostrare davvero il lato buio della dipendenza, come ad esempio riesce a film come Christiana F. di Uli Edel o Drugstore Cowboydi Gus Van Sant, né ha il coraggio di osare con la rappresentazione e il ruolo simbolico delle droghe, come riesce a Gilliam in Paura e delirio a Las Vegas o a Dennis Hopper con Easy Rider (film che vanta la miglior sequenza allucinatoria da LSD mai fatta al cinema), eppure è un film riuscito per il modo in cui mostra la progressiva discesa nella dipendenza e la conseguente escalation nella perdita di freni inibitori.

 

Pink Floyd – More OST (EMI, 27 luglio 1969)

di Edoardo Bridda

Mentre il regista tedesco Barbet Schroeder è a zonzo per l’Europa tentando di racimolare il denaro per iniziare le riprese di quel che diventerà More, i Pink Floyd, orfani del genio barrettiano, resuscitano incredibilmente con A Saucerful Of Secrets, dimostrando non solo d’essere in grado di scrivere ottime canzoni, ma anche d’incalzare i percorsi più tortuosi dello sperimentalismo spacey e avant classico.

Eppure è un momento a dir poco travagliato: la realizzazione dell’album è difficile, l’impronta dell’ex leader - pur nitida nella sola Jugband Blues - aleggia come un angoscioso fantasma per tutta l’opera, specie nelle piece più sperimentali (Let There Be More Light e Set The Controls For The Heart Of The Sun), e nemmeno i momenti più melodici del tastierista Wright all’insegna della psichedelia più trasognata (le hit Remember A Day e See Saw) sedano il problema dell’identità, che da dentro macina e logora la band.

Mentre Barrett veniva prima relegato a mero songwriter e poi cacciato, i restanti membri chiamavano il chitarrista David Gilmour come sostituto live, per far fronte a un gap che nella testa di tutti pareva comunque incolmabile.

E qui, in perfetto timing, s’infila Barbet: bussa alla porta di Mason, Waters e Wright chiedendo alla band di realizzare in breve tempo un film sulle “dipendenze” girato tra Francia e Ibiza, il paradiso hippy. Per dei Pink Floyd vulcanici nelle esibizioni dal vivo, già pratici di soundtracks (2) e confusi sulle direzioni artistiche da intraprendere, è il prozac più efficace: un lavoro su commissione, un modo d’approntare alcuni schizzi senza troppo riflettere, per prendersi meno sul serio quando tutto porta all’austerità, alle suite soliste, che la storia conoscerà con Ummagumma (EMI, 25 ottobre 1969).

More è il risultato anch’esso inaspettato di questa ulteriore transizione: un album disorganico, poco arrangiato, a tratti garagista e freak, eppure un episodio importante, che sviluppa una vena pastorale che lascerà il segno in quel presente e per il futuro, sintetizzando perfettamente gli umori flower power europei prima del loro appassimento e aprendo spunti importanti, che la band porterà a compimento in Meddle.

More è l’album dei cinguettii della splendida gemma watersiana Cirrus Minor, doppiata da altre perle quali Crying Song, Green Is The Color e Seabirds (3) (anch’esse firmate e cantate dal bassista); ma è anche l’episodio che segna l’entrata nel gruppo del chitarrista con la fender: accreditato per la prima volta in A Spanish Piece e ruggente chitarra di Nile Song (forse la traccia più cruda e rock mai incisa dai nostri) e Ibiza Bar (altro hard rock molto seventies). La colonna sonora è poi un patchwork di situazioni disorganiche perché di commissione si tratta e le tracce a corollario del film ci devono stare: c’è il filone cosmico che prosegue il viaggio di Set The Controls For The Heart Of The Sun di Main Theme - souplesse à la Can perfetta nel descrivere il tortuoso falling down del protagonista (e decisamente più fruibile delle jam più interstellari dell’album precedente) - e Quicksilver (più autenticamente cosmica e eroinomane), la situazione molto magreb di Party Sequence (siparietto percussivo tra libertà lisergica e Oriente), un brano spagnoleggiante come Spanish Piece, il blues canonico di More Blues e lo strascico finale di Dramatic Theme (tipico riff angolato di Waters e perfetto sciorino della seicorde di Gilmour, puro miele psichedelico). Tutti episodi laterali, dimenticati dalla produzione magniloquente che verrà, scampoli di quell’estate che finiva bruscamente fagocitando tutto, invecchiando prestissimo i gracili episodi della raccolta e colorando il cielo di opere rock e di blues elettrificato maschio e spavaldo.

A un passo dal baratro di Altamont, More, album anch’esso sociologico quanto il film e assieme fragile quadrifoglio, è la fotografia di un mondo ristretto a pochi, ma già corroso dall’interno dal disagio che sarà di molti. Il miglior riassunto è nelle scene finali del film: il protagonista acquista una letale doppia dose dallo spacciatore amico della coppia, che consegna il siero letale senza ripensamenti: si vuole uccidere e morirà. Senza morali. Il senso non sta nella droga/non droga ma nella vita/morte. Love Will Tear Us Apart.

note:

1. Lo scorso 13 settembre 2005, la Columbia ha stampato in DVD il film di Barbet Shroeder. Codice Area 2 (Europa/Giappone), in lingua inglese con sottotitoli in italiano. Il film è stato ribattezzato in Italia: “ More - Di Piu', Ancora Di Piu'”

2. Tonight! Let's All Make Love in London nel 1967, San Francisco e The Committee nel 1968

3. La traccia, presente nel film, è stata tagliata nell’album. Lo stesso è accaduto per lo strumentale Hollywood

More
  • Titolo Originale : id.
  • Regia : Barbet Schroeder
  • Sceneggiatura: Eugène Archer, Mimsy Farmer, Paul Gardner, Barbet Schroeder
  • Fotografia : Nestor Almendros
  • Montaggio : Denise de Casabianca
  • Musica : Pink Floyd
  • Cast : Mimsy Farmer, Klaus Grünberg, Heinz Engelmann, Michel Chanderli, Henry Wolf, Louise Wink
  • Durata : h 1. 56’
  • Nazionalità: Francia, 1969
  • Genere :  Drammatico
More O.S.T.
  1. Cirrus Minor
  2. The Nile Song
  3. Crying Song
  4. Up The Khyber
  5. Green Is The Colour
  6. Cymbaline
  7. Party Sequence
  8. Main Theme
  9. Ibiza Bar
  10. More Blues
  11. Quicksilver
  12. A Spanish Piece
  13. Dramatic Theme
Credits
  • Producer: Pink Floyd
  • David Gilmour - Guitar & Vocals
  • Roger Waters - Bass Guitar & Vocals
  • Nick Mason – Percussion
  • Richard Wright – Keyboards
  • Release Date - July 27, 1969
    UK Chart - #9; US Chart - #153