
" Non dovete guardare questo film e porvi delle domande, dovete guardarlo nello stesso modo in cui camminereste nel deserto. Il film è fatto di tracce... e di pietre miliari... È un film basato sulle coppia. Sono stato un convinto sostenitore della soggettività della macchina da presa, ma ora credo più nella soggettività della regia. A quel tempo stavo provando ad essere molto creativo nelle mie immagini. Ora mi rendo conto che è meglio preoccuparsi di come raccontare una storia anziché del modo in cui usare la macchina da presa. La macchina da presa è un elemento accidentale” . (Philippe Garrel)
C’è un momento in L’Eau Froide di Olivier Assayas, in cui racconto cinematografico e sentito omaggio verso i propri maestri si fonde alla perfezione. I due giovani protagonisti, in fuga dalla società, si allontano sempre di più dai centri abitati. In pellegrinaggio verso il nord, il paesaggio si imbianca di neve, le immagini si aprono, i due amanti inghiottiti nelle inquadrature, si muovono ripiegati e infreddoliti, mentre l’organo di Janitor Of Lunacy sale piano piano all’orecchio. Il riferimento è a La Cicatrice interiore, il misterioso film che Philippe Garrel diresse nel 1972, quando la sua compagna nella vita era la “grande sfinge” della cultura popolare, Christa Paffgen, in arte Nico.
La Cicatrice interiore è un film estremo, senza compromessi di alcun tipo, di stampo prettamente sperimentale, che prosegue lungo le coordinate tracciate del gruppo Zanzibar, avamposto culturale per un gruppo di artisti ispirati dalle avanguardie, che sul finire degli anni ’60, si dedicarono ad un tipo di cinema lontano da logiche commerciali. Vi fecero parte, oltre a Garrel, Daniel Pommereulle, Michel Fournier, Alain Jouffroy, Bernadette Lafont, Serge Bard, Claude Martin, Patrick Deval e Edouard Niermans. Di quella stagione così particolare, che ruota intorno agli eventi del ’68, Garrel si rivelerà l’autore più eccentrico e originale. La Cicatrice interiore diventerà così, un piccolo manifesto di audacia autoriale e purezza creativa. Un’opera spregiudicata, che non spiega nulla e che rifiuta tutte le retoriche possibili di una classica storia lineare. Un eterno presente, un eterno girare su stesso, come una delle tante carrellate, che stilisticamente disegnano il film. Il deserto è del resto allegoria di per sé: un’infinita distesa della terra che è impossibile inquadrare, osservare, vedere in un sol colpo. Un’occhiata non basta; una sola immagine non si può inscatolare in un rettangolo, la metafora della deriva.
Il film si apre su Nico. Una vestale dal viso cavernoso e segnato, lontanissima dalla bionda icona dei Velvet Underground. Garrel sopraggiunge, la trascina, la spinge, le cinge le spalle. Lo stacco netto del montaggio taglia su una Nico disperata che giace a terra, e tiene per mano Garrel come una bimba. Quest’ultimo si libera dalla stretta, nel momento in cui la colonna sonora fa partire Janitor Of Lunacy e inizia un percorso circolare, una carrellata circolare, che si fa ricognizione del deserto. A seguire, disperazione e nichilismo in una donna, che si attorciglia nel lamento e che non ammette vicinanze nel dolore. Strattona Garrel e gli grida “I don’t need you”. La cicatrice interiore appunto.

Il film si piega su se stesso e parla la lingua criptica ed ermetica dei simboli. Il piccolo Ari, figlio di Nico, le Petit Chevalier che sulle note di My Only Child si allontana dalla madre, cinta da un cerchio di fuoco; il cavaliere Pierre Clémenti, che arriva dal mare nella terra di nessuno, per poter maneggiare la lava del vulcano e portarla in dono; il piccolo bambino perso nella distesa innevata che saluta e sorride sulle corde dell’innocenza.
Le specifiche tecniche del film sono davvero ridottissime in confronto all’impatto visivo. Girato in Egitto, in Islanda e nella Death Valley, la Cicatrice interiore è prima di tutto un film del disorientamento. I protagonisti vengono seguiti nel loro pellegrinare, senza un’origine e senza una meta. Gli elementi naturali sono indefiniti: distese innevate, dune desertiche, montagne minacciose, laghi, aperture aeree. L’ambiente è prima di tutto un’essenza, uno spirito, un campo lungo in cui immergere l’individuo.
Isolamento e silenzio sono i territori nascosti verso cui si muovono Nico e Garrel. Un percorso condiviso, tra immagini e musica. Difficile scindere la filigrana visiva da quella sonora, l ’occhio di Garrel dall’orecchio di Nico. Entrambi si allontanano dai frastuoni del passato: il ’68 parigino per lui, e la factory di Warhol per lei. Poche volte si è assistito ad un tale connubio di intenti, visioni e poetiche tra due amanti.
Per molti, l’ermetismo del film è un presuntuoso rifiuto del discorso canonico, causato in larga parte dall’influenza delle droghe, ma i simboli che promana sono un linguaggio sotterraneo da assimilare e con cui convivere. “Penso che nelle mie pellicole, i momenti che oggi sono muti e non dicono nulla, saranno decriptati un domani quando si sarà trovata la parola giusta ”. Che in Garrel alberghi anche un arrogante vezzo autoriale è fuor di dubbio, eppure è difficile trovare un autore francese altrettanto libero dalle convenzioni, altrettanto entusiasticamente impavido. Vigo, Godard, e chi più?

" Lei cambiò totalmente la sua immagine. Dall’essere bionda e vestita di bianco, allo scurire i suoi capelli, vestendo totalmente di nero…Visse in un sogno. Ogni cosa che faceva era parte di questo assunto, del fatto che lei ora era una persona diversa. Fu un sogno solitario, dove le amicizie occasionali furono ferite e rinnegate. La natura transitoria di tutto questo contribuì a riempire la sua vita... con questo fascino disperato. Fu un’esperienza così profondamente personale da essere incredibilmente potente”. (John Cale)
Ripercorrere anche solo mentalmente i punti salienti della vita di Nico significa narrare un pezzo significativo della cultura pop. Un’aliena bionda, che strinse sodalizi importanti, sia sul versante sentimentale che su quello artistico. Il più importante di questi, o comunque il più influente, fu sicuramente John Cale. Andy Warhol impose la presenza dell’algida modella ai Velvet Undergroud, con il risultato che Lou Reed, in particolare, le mostrò ben poco simpatia, impedendo che sull’esordio, i pezzi marchiati dalla sua voce fossero più di tre. Il feeling, invece, si trovò con John Cale, il più avanguardista e compositore dell’ensemble. E’ grazie alla mano di Cale, che Nico riuscì a realizzare i suoi dischi solisti, in particolare i lavori della “trilogia gotica”: The Marble Index, Desertshore e The End.
Desertshore è appunto il secondo tassello del mosaico. Un lavoro che prende le mosse da Marble Index, ma congela quella prassi musicale in un formato, in un’idea di musica della disperazione. Gli arrangiamenti ridotti all’osso, il canto algido e pietrificato, l’umore decadente, la malinconia che si fa dolore, sono tutte caratteristiche che contribuiranno a diffondere un ritratto di Nico, agli antipodi rispetto all’immagine glamour dei suoi esordi.
Il disco, prodotto e arrangiato da John Cale, con il contributo importante di Joe Boyd (Fairport Convention), ha tutt’ora lo status del classico senza tempo, perché senza tempo sono i riferimenti che lo alimentano: i lied romantici, la musica da camera, i madrigali medievali. Eppure se il solo pregio del disco fosse stato quello di lavorare su canoni musicali vecchi di secoli, allora avremmo avuto soltanto un valido esperimento di ricerca sul formato.
Il sodalizio Cale/Nico va oltre. L’impasto di organo e harmonium dell’iniziale Janitor Of Lunacy ha qualità droniche, che anticipano più di qualche musicista del settore. Lo stesso si può dire del tessuto strumentale della conclusiva All There Is My Own, marchiato a fuoco dalla viola di Cale, con quell’andamento così ubriaco e stordente.
Nel mezzo pochi brani austeri e glaciali. The Falconer è una cattedrale nel deserto. Le note iniziali di piano che si perdono nel flusso sonoro dell’harmonium. Risultato: una sinfonia morbosa e greve. Si va ben oltre la malinconia, un passo più vicini alla tristezza. My Only Child e Le Petit Chevalier sono omaggi al figlio Ari, avuto da Alain Delon. La prima completamente a cappella, non teme di mostrare la sua veste ecclesiale e religiosa, la seconda è una sibillina ouverture per clavicembalo cantata completamente da Ari, che chiude il lato A, con un senso di disagio strisciante.
Il secondo lato si apre con la gelida Abschied, testo in tedesco, musica segnata dal dolore e dal martirio, che fa un po’ il paio con Mutterlain il brano più cupo del lotto, scandito dai tocchi cronometrici e profondi del piano.
Sopra le note, il tormento, gli arrangiamenti, l’harmonium, la voce di Nico scandisce le sillabe con precisione fredda e ossessiva. Probabile retaggio fonetico delle sue origini mitteleuropee, che unite al registro neutro e asessuato del canto contribuiscono a rendere la sua voce un segno irripetibile nella storia della musica.