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La locandina del film

Persepolis (di Marjane Satrapi, Vincent Parronaud – Francia / USA, 2007)

di Gabriele Maruti

Quello che fa davvero la differenza in Persepolis – e che ne ha decretato il successo non solo in occasione di Cannes, ma anche nei confronti di chi scrive – è ciò che riguarda il rapporto fra storia e Storia.

La prima, quella di Marjane, è una formazione senza fine: dalla scoperta del proprio ruolo (marginale) all’interno di una società maschilista, alla tentata emancipazione; dalla scoperta di un personalissimo rapporto con la religione, a quello più ingenuo con l’autorità e la politica; dai fallimenti dell’amore a quelli del sesso. La sua è una vicenda comune, pur essendo estranea alla nostra società occidentale che un po’ ignora la realtà iraniana; e in essa tutto il percorso di formazione è legame stretto, ma non invadente, fra privato e pubblico.

E la seconda storia, quella con la S maiuscola, è proprio quella pubblica: quella dell’Iran, dello Scià, della rivoluzione islamica e della guerra con l’Iraq.

Cercando di limitare al minimo gli inserti di cronaca oggettiva, la Satrapi pare voler condannare il proprio paese. Eppure finisce per criticare se stessa, non limitandosi quindi ad una presa di posizione politica, ma sfociando nel vero e proprio autoritratto umano: le incertezze nei confronti delle proprie scelte, l’ammissione degli errori fatti, i ripensamenti religiosi, morali, civili. Il suo pare un percorso convinto, ma in esso è inevitabile l’insorgere del dubbio e dello sconforto.

Pur in luoghi apparentemente alieni, Marjane è semplicemente un’adolescente con problemi da adolescente.

In un mondo in cui il cinema d’animazione sa avvicinarsi pericolosamente all’idea di cinepanettone, con uscite forzate che sfruttano fino allo sfinimento quelle due/tre intuizioni a disposizione (basti pensare alla sfiancante uscita di un quarto Shrek), Persepolis sa giocare le proprie carte dimostrando di avere davvero qualcosa da dire. E di sapere davvero come dirlo.

La sua è un’ironia pungente, che gioca con i grandi temi (Dio e Marx praticamente sullo stesso piano), con la citazione moderna (brillanti riferimenti a musica pop, punk e rock) e quella post-moderna (le trasformazioni fisiche della pubertà viste come un quadro di Picasso). E un senso del ridicolo che non è mai fine a se stesso: sessualità femminile nascosta sotto un burka contro pudenda maschili risaltate da pantaloni attillati, ogni risata conquistata non riesce comunque a nascondere il proprio retrogusto amaro.

Trovate grafiche e registiche (governanti e soldati rappresentati come un teatro di marionette) riescono a fuggire dalla tentazione di crogiolarsi nella loro intelligenza e mettono in chiaro la natura del film come un organizzato saliscendi fra dramma e comicità.

Da Cannes ad oggi il carico delle aspettative si è pompato a dismisura, al punto da costituire quasi un difetto. Perchè la sensazione non è quella di trovarsi di fronte al capolavoro annunciato, ma “soltanto” ad un bellissimo film.

La motivazione sta tutta nella chiusura in sordina degli ultimi minuti: è l’inevitabile finale aperto per due vicende, quella di un paese e quella di una persona, che corrono lungo linee curve, incontrandosi per poi divergere. Probabilmente dopo il 95esimo minuto sapranno incontrarsi di nuovo, ma questo a noi non è dato saperlo.

  • Titolo originale: id
  • Regia: Marjane Satrapi, Vincent Parronaud
  • Sceneggiatura: Marjane Satrapi, Vincent Parronaud
  • Musica: Olivier Bernet
  • Durata: 1 h 30’’
  • Nazionalità: Francia/USA 2007
  • Genere: animazione