Caratteri: [Small] [Medium] [Large]
La locandina del film

Cous Cous (di Abdellatif Kechiche - Francia, 2007)

di Giuseppe Zucco

Abdellatif Kechiche non è solo un regista. È uno sguardo inabissato nel cuore della periferia e dei margini del mondo occidentale. Uno sguardo che riporta in superficie l’esasperazione, la bellezza, l’elettricità della vita quotidiana. Ci era riuscito nel 2003 con La schivata - il film che sbancò i botteghini in Francia, e poi s’irradiò ovunque con la storia di due ragazzini che tra i palazzi grigissimi delle banlieue parigine scoprono la verosimiglianza del teatro e la potenza dei sentimenti. E ci è riuscito di nuovo con Cous Cous, il film Premio Speciale della Giuria a Venezia.

I due film non raccontano una storia, ma La Storia: quella degli immigrati di seconda generazione. Se volete capire cosa ne è stato di quei destini, che fine abbiano fatto le loro tradizioni, quale ruolo giochino adesso, i suoi lavori sono la migliore occasione che il grande schermo ci offre, meglio e di più dei documentari tanto di moda oggi - arresi all’evidenza dei fatti, talmente mirati e a tesi da eclissare ogni contraddizione, tutte le fratture che crepano e sfilacciano la realtà.

Cous Cous è sganciato dalla retorica del vero, è fuori dalla logica della testimonianza, è oltre tutte le convenzioni linguistiche che imprimono alle immagini il marchio della realtà. Kechiche allestisce una storia, dispiega una narrazione, costruisce uno spazio-tempo in cui dimora non solo la “realtà”, ma la polifonia della realtà, la coralità della vita quotidiana, la pluralità delle relazioni umane. Per evidenziare che la fiction, malgrado i suoi limiti, ha maggiori capacità di accogliere ed esplorare le possibilità e le diramazioni dell’esistenza.

Per arrivare a tanto, cala la macchina da presa dentro la storia di due famiglie, registra le abitudini, le loro infinite discussioni, le sfuriate, il dolore della subordinazione, la benedizione dell’avventura che contagia tutti, anche quando il destino tende a zero e cola a picco. Ed infatti, tutto ha inizio quando Slimane, ancora in forze, ma vecchio e fuori uso per i padroni del cantiere navale, invece di arrendersi al fallimento, ha un sogno: prendere una vecchia nave, ripulirla dalla ruggine e tradurla in un ristorante che offre un unico piatto, il cous cous - il cibo che da anni ricompone la sua famiglia intorno al tavolo. Al via, nessuno sembra crederci, sebbene Rym, la figlia della nuova convivente, si fidi davvero di quell’idea, e la spinga tra le orecchie di chiunque. Poi, poco per volta, quando tutto è innescato, quando la nave è finita, ecco gli altri - dai grandi ai più piccoli - lasciarsi coinvolgere da quell’idea, abitare quella visione, rendere viva e reale quella possibilità.

Non è esattamente un film consolatorio – guardandolo capirete perché. Ma dentro questa narrazione c’è un pensiero potente: quello che gli immigrati di seconda generazione non saranno mai persi, non rischieranno la deriva e il disastro dentro le inospitali società occidentali, se ricorreranno al passato, alla loro antica identità, e riformuleranno le loro tradizioni, ricostruiranno le loro usanze, doneranno nuova forza alle consuetudini, rendendole ricchezza di un futuro che necessita di scambi, di incroci, di nuove e sorprendenti combinazioni meticcie.

  • Titolo originale : La graine et le mulet
  • Regia : Abdellatif Kechiche
  • Sceneggiatura : Abdellatif Kechiche, Ghalya Lacroix (dialoghi)
  • Fotografia : Lubomir Bakchev
  • Montaggio : Ghalya Lacroix, Camille Toubkis
  • Cast : Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche
  • Durata : 2h 31’
  • Nazionalità : Francia, 2007
  • Genere : commedia, drammatico