
Scott è un regista irriducibile. Come fare, infatti, a ricondurre ad un unico stile pellicole così diverse come quelle da lui realizzate? Con questo film si ripresenta il suo eclettismo. L’epica della scalata e caduta del criminale è raccontata con spunti interessanti, tagli di luce e chiaroscuri, montaggio ritmato ed elegante che accosta i diversi registri: il glamour colorato delle feste, i bei vestiti, le donne, la musica, i drink e la realtà cenciosa (i tagli scuri nella fotografia virata color seppia) della metropoli allo sfascio nei quartieri popolari dove il destino è già scritto negli occhi dei bambini appena vedono la luce: o crimine o morte.
A camminare sul filo invisibile che separa i due mondi ecco il nostro Frank Lucas, trafficante di droga d’indubbia personalità, un talento sprecato, personaggio realmente vissuto. È la sua storia che il film racconta, senza concedere troppo spazio all’aura tragica che ha sempre circondato i fuorilegge (pensiamo a Scarface di Hawks, Piccolo Cesare di LeRoy fino a Carlito’s Way di De Palma il cui modello sono i re britannici della tradizione shakespeariana). Il registro epico è stemperato dall’altra linea narrativa sul piedipiatti anticonformista e sessantottino, assurdamente devoto alla causa astratta dell’onestà e della giustizia in un mondo di lupi accaniti che si venderebbero la madre per una bustina di blue magic (la droga messa in commercio da Lucas) o per la montagna di soldi che la suddetta sta fruttando. Fino a farli incontrare per unirne, ironicamente, gli intenti.
Come in altri gangstermovie o polizieschi anche qui l’impianto gira attorno alle due personalità a confronto, nel gioco degli attori: Crowe/Washington. Lucas è un nero determinato che abbraccia l’etica americana del successo; testardo e inquadrato come un tetragono, sa cogliere bene le occasioni (è l’autista di Bumpy, ha il fratello nell’esercito) così finisce per fare un sacco di soldi con la droga. In realtà Lucas non è un “born criminals”, è solo uno di quelli che avrebbero potuto fare grandi cose se avessero messo il talento al servizio di una giusta causa.
Insomma è un businessman che spaccia eroina invece di qualsiasi altro prodotto sul mercato, e il commercio c’entra fin dall’inizio se avete avuto modo di ascoltare l’incipit del film. Uno scenario davvero futuristico per un nero nel 1968. Potremmo definirlo un gangster postmoderno che ha precorso i tempi, comprese le sue modernissime idiosincrasie e i suoi lati schizofrenici. Il vero diavolo nero del film è, invece, la rete dell’illegalità e la struttura corrotta della polizia (e degli altri poteri e istituzioni) che minacciano, evidentemente, la libertà dei cittadini di costruirsi una vita e di perseguire la felicità, al punto che il detective Richie Roberts - così simpatico col suo nome e la sua faccia da bonaccione e l’umanità delle sue insicurezze – è una perla talmente rara in questo mondo corrotto da apparire come un personaggio da favola. Agnello tra i lupi, non può far altro che scendere a patti col nemico per fermare una piaga ben più grande: contraddizioni della società americana. Vince, certo, ma è costretto a patteggiare per incastrare i veri villains del film.