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La locandina del film

Michael Clayton (di Tony Gilroy - USA, 2007)

di Costanza Salvi

Il regista di questo film, Gilroy, viene dalla sceneggiatura (è sua, per esempio quella su Jason Bourne) e la cosa salta subito agli occhi perché il film si basa su di un intreccio ricco, forse troppo, basato su dialoghi intelligenti, personaggi ben contrapposti (l’avvocato che dà di matto vs. l’isterica, maniaca e fredda counsel del gruppo), colpi di scena.

Dal momento che il film parte con l’intento d’incasinarsi sui piani temporali del racconto, proverò a sbrogliarvi la matassa sinottica. Un grande studio legale di New York deve cercare di salvare la faccia di una multinazionale della chimica che ha prodotto un fertilizzante cancerogeno provocando la morte di 600 persone. Il film inizia a raccontare il caso giudiziario partendo dagli atti finali; la molla scatenante dell’intera vicenda sta nella presunta e inaspettata pazzia dell’avvocato difensore cui era stato affidato il caso. È un abile stratagemma di sceneggiatura perché ora il vero bubbone purulento su cui è necessario applicare l’impiastro sembra essere proprio la crisi di nervi dell’avvocato, invece della scomoda verità da insabbiare. E l’impiastro arriva nella persona di Michael Clayton, una sorta di risolutore, avvocato frustrato e giocatore incallito, in lotta con la vita da eroico perdente, che è stato chiamato dallo stesso studio legale per medicare quel sintomo e non certo per fare giustizia.

Da qui il film comincia a divagare sapientemente sulla vita di MC, sui suoi passati fallimenti, sulla brillante carriera che pare non averlo portato da nessuna parte, i rapporti umani col fratello semitossico, col figlio che rappresenta nell’intera vicenda un’importante – anche se completamente scentrata o pessimamente sviluppata – metafora d’innocenza e di sapiente ingenuità (come la citazione del gioco del bambino, Realm and Conquest, che dovrebbe rispecchiare l’avidità della multinazionale ma se qualcuno ha una diversa interpretazione sarei contenta di sentirla...). Fino al colpo di scena finale.

Pur trattando di un tema da puro legal thriller nel film non si entra mai in tribunale. Al contrario il film è più costruito nello stile del noir, con scene notturne, luci della città di notte, solitudini, nevrosi e ansie esistenziali, il centro del racconto di natura morale. Tipico del noir è anche il senso dello smarrimento e della perdita della razionalità nel continuo movimento concentrico degli atti e delle persone. Ma il problema di questo film è che la verità è chiara fin dall’inizio e il regista, come i suoi personaggi, si perde un po’ troppo perchè vuole confondere le acque a tutti i costi nell’imperativo della suspence.

I due momenti migliori del film sono l’inizio e la fine per motivi molto simili. L’inizio è intrigante perché è una serie di dolci e lente riprese all’interno della sede dello studio legale, è notte, gli interni sono eleganti, illuminati con luci calde, ma la voce fuori campo (che poi scopriremo appartenere all’avvocato impazzito) è concitata, racconta col fiato corto un incubo incomprensibile e allucinato in cui il narratore si sente avviluppato da una pellicola aderente che gli toglie il respiro, è spossato, esausto, incastrato dentro “il buco del culo di un organismo” invece che in un sistema sociale ben oliato. La faccenda che ancora non si capisce si mostra avvincente, anche se il regista ci mette un po’ troppo tempo ad avviarla rispetto poi alla semplicità con cui si rivela una verità altrettanto semplice. Nel finale, invece, il nostro MC, dopo una “retorica” vittoria (in fondo è la storia di una vendetta), fa una cosa senza senso e di prosaica usualità: prende un taxi e chiede all’autista di guidare senza meta fino ad arrivare alla somma di 50 dollari. Sprezzo del denaro? Inutilità degli atti quotidiani? Denuncia della mancanza di senso o di giustizia della vita? Tutto questo ma, soprattutto, qui si concentra l’intero senso del film: l’impossibilità di arrivare ad una catarsi anche quando si è assolto un debito morale.

L’accanimento contro la multinazionale ultimamente è una linea direttiva quasi d’obbligo in America dove sembrano essere state svegliate molte dormienti coscienze sociali. Da un po’ di tempo quando si sente la parola multinazionale si sa già dove si andrà a parare (The Corporation, Thank You for Smoking, Fast Food Nation…). E giustamente si aggiungerà, dal momento che, tra l’altro, Clooney, che in questo film è davvero bravo, non ha mai fatto mistero delle sue inclinazioni politiche. Il target di questo film ricorda Insider di Michael Mann, anche se di certo manca quella cupezza più matura e complessa che caratterizza il registro visivo oltre che il tessuto umano del film di Mann. Senza infamia e senza lode.

  • Titolo originale: id
  • Regia: Tony Gilroy
  • Sceneggiatura: Tony Gilroy
  • Musica: James Newton Howard
  • Cast: George Clooney, Tom Wilkinson, Tilda Swinton, Sydney Pollack.
  • Nazionalità: Usa
  • Durata: 1 h 59’
  • Genere: legal thriller