
Questo piccolo film dell’esordiente Dito Montìel è tratto dall’omonimo libro di memorie dello stesso regista, ambientato a metà degli anni ‘80 nel quartiere Astoria del Queens. E’ il racconto dell’estate afosa di quattro ragazzi riuniti in una banda dal futuro incerto e imprevedibile. Uno di loro (Dito: il film è largamente autobiografico) riuscirà ad andarsene ma sarà costretto a ritornare molti anni più tardi a causa della malattia del padre.
Subito saltano alla mente altri film precedenti che potremmo definire urban dramas come Kids - da cui prende il senso dell’innocenza perversa degli adolescenti che scherzano col fuoco senza saperlo - Fa’ la cosa giusta – con cui ha in comune tempi e luoghi, la NY 80s - ma anche Bronx o Mean Streets. Anche l’odio può essere un riferimento nonostante nonostante provenga da tutt’altra parte del mondo; eppure che sia Parigi o New York, tutti i sobborghi sembrano avere gli stessi problemi: droga, promiscuità sessuale, odio atavico fra gangs. Non c’è un vero e proprio discorso di denuncia sociale o razziale: il film è volutamente “abbandonato a se stesso”; in questo senso è abbastanza riuscita la volontaria sospensione di qualsiasi tipo di giudizio.

Questo grado zero di presenza autoriale fa tutt’uno con il grado d’incoscienza con cui sembrano vivere la loro vita i ragazzi. Incoscienza non causata dalla giovane età, quanto invece da un’innocente appartenenza ad un ambiente senza speranza dove il vivere e il morire si equivalgono. Soffrono senza sapere il perché, e l’unico ad intravedere la luce, Dito, sfugge portandosi dietro il senso di colpa nei confronti dei genitori abbandonati, come se liberarsi dal destino di rinunce e stenti possa essere passibile di rimprovero. Così è costretto a ritornare, per togliersi quel peso dalla coscienza che è mancata a tutti gli altri. Che, infatti, non se la passano troppo bene: chi si arrabatta, chi in prigione, chi morto.
C’è da dire che, sicuramente, è la città la vera protagonista di questo film, un po’ come fu per Mean Streets. Solo che là era Manhattan e qui Queens; eppure si respira la stessa aria asfittica ma indispensabile, con il conseguente amore-odio che i personaggi nutrono per essa. Montìel ha cercato di rendere nella maniera più veritiera possibile, in linea con i personaggi, anche lo stesso quartiere Astoria (non troppo cambiato rispetto al 1986) dove ha girato il film. Nessun Empire State, nessuna veduta ovvia sulla città. Nessuna retorica celebrativa anche nello stile dimesso del film, che è completamente in linea con una formula quasi documentaristica realizzata con l’uso del voiceover e degli sguardi in camera. Due cose ancora: il film sarebbe da vedere in lingua originale, i dialoghi sono molto interessanti per quel lato più conversativo che direttamente informativo. Seconda cosa: Robert Downey Jr, già ragione di per sé della visione di questo film: semplicemente intenso e dolente come quando canta.