
Nella sua prima esperienza col documentario Pollack ci ha fatto una buona impressione. Il fatto, poi, che l’argomento riguardi Frank Gehry, uno degli architetti più geniali in circolazione (quello del Guggenheim di Bilbao per intenderci) ha reso la cosa ancor più facile. I due, poi, sono amici e quindi il lavoro è diventato una piacevole chiacchierata tra persone particolarmente creative, dai risvolti bizzarri e anticonvenzionali. Ascoltare chi sa e può raccontarci qualcosa d’interessante, limitando la nostra ignoranza riguardo ai fatti e alle persone del mondo. Percorso che lo spettatore, in fondo, compie con lo stesso Pollack, che, infatti, modesto e umile, si mette da parte per far entrare in scena il genio.
Questo di Pollack non è certo un documentario attivista o polemico alla maniera di Moore o di Spurlock. È un’amabile discussione sull’architettura, sulle fasi iniziali della carriera di Gehry, sulle sue mogli, sulle sue case, sui metodi e la sua incessante ricerca. Che si fa sempre più avvincente dal momento che emerge il lato più giocoso, creativo di questa professione. Di fronte alle sue creazioni ci si chiede come possano reggersi simili arzigogoli di superfici ma poi si viene trascinati dagli entusiasmi iconoclasti di Gehry e si comincia a pensare che una casa, in fondo, non deve solo stare in piedi e coprirti, può essere davvero la realizzazione di un sogno. Scopri che la progettazione di un edificio può partire, se l’architetto è un genio, da disegni scarabocchiati su fogli, superfici che devono più alla pittura che non alla plasticità delle forme. Così i suoi edifici, come una tavolozza, brillano di colori cangianti col variare diurno della luce o si arricchiscono di materiali particolari oltre che di giochi prospettici e di forme.

Ad un certo punto Gehry ci dice: “Sono un modernista, per me il decoro deve essere assente”. La ricchezza che in altri periodi era portata dalla complessità del gioco decorativo ora nasce dalla qualità e ricercatezza dei materiali (sempre più volatili, sempre più trasparenti, vedi Fuksas). Ma siccome Gehry non può essere incasellato dentro facili etichettature scopriamo che la sua casa ha alcune parti in rete metallica, quella stessa, tristissima, che divide le aree del basket nei suburbi delle città americane!| Insomma un genio pazzoide che ha progettato dal Guggenheim al Disney Concert Hall, dal Vitra Design Museum all’American Center seguendo il puro istinto antiaccademico (esemplare l’intervento di uno dei suoi collaboratori che ne imita il repentino cambio di idee e spunti usando una rivista e un modellino di una spirale!).
Se Pollack sta in linea con la tradizione del documentario: alterna interviste frontali ad escursioni sui luoghi delle opere, accompagnato dallo stesso Gehry, sempre al centro, a tratti gigionesco, in parte compiaciuto della situazione. In alcuni casi vediamo Pollack cimentarsi con la sua camera digitale, curioso e tranquillo, ruotare attorno al suo argomento d’analisi. Fa un po’ impressione vederlo così, quando si ripensa a Tootsie, Yakuza, Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Non si uccidono così anche i cavalli? o I tre giorni del condor. Perché mentre sei spettatore forse ancora un po’ ingenuo ti immagini il regista arrampicato sulla gru con tutta l’equipe ai suoi piedi…insomma il mito del cinema. E ora eccolo lì, al passo coi tempi, con l’occhio dentro alla camera digitale, nella veste anche di produttore (di film, per altro, non memorabili). Ma tornerà Pollack regista? Ebbene si, lo ha confermato durante il suo soggiorno italiano (è stato anche all’Alba International Film Festival) e, forse, questo documentario è una sorta di sotterraneo “lancio pubblicitario”. Sarà Recount, un thriller sulle elezioni e l’episodio del riconteggio delle schede tra Gore e Bush. Promette bene!