
Un film fatto di uomini, di donne, di tensione negli sguardi, di destini che si incrociano e si allontanano. Un film su una famiglia. Quello diretto da Susanne Bier è un melodramma potente e suggestivo, che nei momenti giusti ha una crudezza emotiva tutta scandinava. Sarebbe affascinante e probabilmente anche ingiusto, paragonare questa famiglia a quelle viste nei film italiani di Muccino. Paragonare i drammi di casa nostra con quelli della Danimarca, ma certo balza all’occhio il modo in cui questioni ancora irrisolte nell’italietta vaticana (singoli, famiglie allargate, divorzi, pacs, e così via…), vengono trattate dalla Bier quasi con naturalezza o comunque senza l’effetto verità da reality show, che persegue costantemente l’enfant prodige romano.
Se tutta la questione ha un pericoloso retrogusto da drammaturgia stile soap-opera (lui ritorna e per sbaglio o per un calcolo strategico viene invitato al matrimonio della figlia che non sapeva di avere… la ex gli nascondeva tutto… l’altro è ricchissimo… lui fa volontariato in un orfanotrofio in India…), ciò che evita al film di sprofondare nel mare magnum delle astrusità da tubo catodico è la mano della regista, vaccinata alla vetusta scuola del Dogma di Von Trier. Un dogma che disattende meravigliosamente mantenendo, macchina in spalla, il giusto equilibrio, la giusta gradazione di tutti gli elementi e il giusto rigore nelle scene drammatiche, concedendosi anche il vezzo di indagare la splendida Copenhagen, con sguardo pittorico quasi come fosse la Delft di Vermeer.

Va da sé che il lavoro è più facile quando hai in scena fior fiore di professionisti europei. Mads Mikkelsen ha il phisique du role per andare lontano, e dal momento che dà già bella mostra di se nell’ultimo 007, è lecito aspettarsi per lui un radioso futuro su Variety e Vogue, quando scalzerà dalla sella Viggo Mortensen come prototipo di bellezza nordica. Ciò non di meno, le qualità d’attore ci sono tutte e fanno il paio con quelle straordinarie di Rolf Lassgard, un piccolo-grande Orson Welles del Nord Europa.
Dopo il matrimonio ha sbancato al botteghino in patria, ora sta andando benissimo qui da noi e lo hanno pure candidato per rappresentare la Danimarca all’Oscar come miglior film straniero (nel momento in cui scriviamo è tra gli ultimi 9 in lizza, mentre il nostro Crialese, scartato, si lamenta ora che l’Academy non capisce l’Italia…), per concludere la Bier ha appena finito di girare un film per la Dreamworks.
Disattendere i dogmi a favore di un buon melodramma familiare val bene una messa.