
Lo scandalo al centro del film non è tanto quello che unisce la giovane Sheba, docente di arte in un liceo inglese, al suo alunno quindicenne quanto, soprattutto, quello dell’amore senile, testardo, egoista e saffico che colpisce Barbara, anche lei docente nello stesso liceo, per l’amabile collega. È la storia di un triangolo d’amore postmoderno alquanto variegato: un quindicenne, una giovane naif e una conturbante, enigmatica, virile lesbica attempata. Il diario del titolo è quello che Barbara scrive in un contesto domestico solitario e rigoroso che il film mostra molto lentamente.
Fin dall’inizio la storia è raccontata da Barbara in voice-over, le sue parole sono tratte da un’ipotetica lettura del diario e l’ambiente è quello offerto da una versione avariata del rigore British dei collegi: gli alunni pensano più a giocare o a scopare che alla storia o alla letteratura, zero stimoli. Mancanza di stimolo anche a casa della giovane maestrina Sheba: on rischia di diventare una famiglia perfetta in pieno ambiente liberal (e il confronto di classe è presente come al solito nella tradizione inglese) solo perché c’è la presenza disturbante del ragazzino Down. Presenza che viene definita in modo assolutamente politically incorrect da Barbara in voice-over: “imbarazzante presenza, a tratti noiosa”.

Scandalo del pensiero che rimane in una parte inespressa (o confidenziale: il diario) di una donna inglese abituata al “cannibalistico bon ton” di un paese dove le cose si pensano ma non si dicono mai, tutto segreti e bugie. L’obiettivo di Barbara è sbarazzarsi dell’ingombrante presenza della famiglia di Sheba. E la voglia di sesso in questa versione d’amore non c’entra assolutamente nulla, rispetto a quell’altro tipo di scambio intimo con il ragazzino (e non potrebbe che essere così). Tant’è che non si va oltre ad un’innocua carezza sulle braccia che, però, è tanto più imbarazzante, raccapricciante perché oscena (fuori dalle usuali rappresentazioni dove è quasi sempre assente l’amore fisico senile), di quanto possano essere i palesi e sgrammaticati messaggi che lui manda al suo oggetto del desiderio, generalmente stra-sentiti e spacciati ovunque e quindi non scandalosi. Ma l’amore che vuole Barbara è diverso.
Prima di tutto è mentale, non solo nel senso di ‘cerebrale’ ma nel senso della totale autonomia, dell’autarchia (il diario è una delle forme letterarie più autarchiche, vedi Anais Nin). In sostanza i diari vivono di vita propria e finiscono per lamentare un problema di distacco dal mondo esterno, di mancate coincidenze. Il film è avvincente e intrigante soprattutto all’inizio, si perde un po’ nella seconda parte ma c’è un prefinale intenso (il montaggio alternato tra Sheba e Barbara) e un finale ancor più beffardo e cattivo. Sheba/Cate Blanchett è luminosa nonostante l’imbarazzante ingenuità del suo personaggio, Barbara/Judi Dench è intensa secondo un ritmo perfetto.