
Déjà Vu parte bene, comincia a balbettare a partire dal secondo tempo e cola a picco inesorabilmente alla fine. È la sceneggiatura la cosa che funziona di meno, un motore roboante che fatica a mandare avanti l’intreccio fino a trasformarlo in un gran pasticcio soporifero che si risolve in un finale disastroso e paradossale. Come nella tradizione dell’action-movie a sfondo poliziesco anche in questo film c’è stato un attentato terroristico che ha colpito un ferryboat durante la festa di Mardi Gras a New Orleans (e non è un posto scelto a caso). Il colpevole deve essere scovato e giustiziato e così ecco comparire un Denzel Washington imbolsito, nella figura del detective a sbrogliare il pasticciaccio. Il casino inizia quando il thriller si trasforma in un viaggio nel tempo a causa di una tecnologia satellitare che “guarda” gli avvenimenti già avvenuti ed è in grado di mostrarli da differenti punti di vista come nelle simulazioni della realtà virtuale. Ma per una quisquilia ridicola si scopre che si può “comunicare” con il passato, così tutti a darsi da fare per cercare di frenare il tempo ed evitare il disastro. Questo “ponte” temporale aperto sul passato provoca gli sdoppiamenti di persona e i rami temporali alternativi che sono sullo schermo con ben altri risultati già dal 1985 di Ritorno al futuro.
Il guaio è che gli sceneggiatori volevano fare gli splendidi con un messaggio altisonante come quello dell’inevitabilità della Storia ma non hanno avuto abbastanza mestiere e hanno costretto il regista a fare salti mortali con i risultati deprimenti.

Così la storia si deve aggrappare all’orgasmo visivo offerto dalle potenzialità tecnologiche del digitale di cui ogni spettatore è ghiotto da quando ha scoperto il flow motion di Matrix. E in effetti trova pane per i suoi denti nelle prima sequenza del film che ben rappresenta tutto il cinema “testosteronico” e virile di Tony Scott (Top Gun, Una vita al massimo): prima ralenti e dettagli di bimbi intenti a giocare o dolcemente appisolati sulle ginocchia di papà premurosi, quadri ravvicinati di famiglie felici in sospesa attesa dell’inevitabile tragedia che incombe sulle loro teste; che, infatti, arriva in un putiferio di fuoco e fiamme alternate a inquadrature subacquee di corpi e automobili che affondano nell’impatto con l’acqua.
È curioso pensare a quanto il cinema contemporaneo abbia cominciato a fissarsi negli ultimi anni sulle tematiche del tempo. Non è solamente il fatto che siano pochi i film basati su strutture lineari del racconto ma è soprattutto l’assunzione del tempo come un fattore intradiegetico, un personaggio della storia, un antagonista, un alleato o l’oggetto stesso del racconto. Stravolge, comunque, l’immagine consequenziale classica per acquistare una dimensione sempre meno solida e certa, manipolata da trattamenti disparati.
Déjà Vu, come suggerisce anche il titolo, ne è l’ultimo esempio. Nella sfida tra i fratelli Scott entrambi nelle sale consiglierei di optare per Ridley che nelle scorse vacanze natalizie era sugli schermi con Un’ottima annata. D’altra parte nel suo passato compaiono titoli promettenti che valgono come un’assicurazione: I Duellanti, Alien, i più recenti Le Crociate e la violenza pura di Black Hawk Down. E come dimenticare Blade Runner?