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La locandina del film

300 (di Zack Snyder – Usa, 2007)

di Giuseppe Zucco

300 è uno dei film più spettacolari della stagione, è cinema uscito fuori dalla graphic novel di Frank Miller. 300 è il numero dei soldati spartani che, per giorni, con Re Leonida in testa, inchiodarono alle Termopili la più grande macchina da guerra dell’antichità, l’esercito persiano. 300 è il resoconto di un massacro. 300 è il prezzo pagato per la libertà. 300 non è solo un film, ma epica allo stato puro, una forma narrativa con i muscoli in evidenza e le spade sguainate, il cielo nero di frecce e la terra rossa di sangue. 300 è un film americano, e lo si capisce da molte cose, specie da come dispiega l’epica – del resto, Saviano, su L’Espresso, scrive: “Gli Usa sono gli ultimi in grado di fare epica. L'epica si sedimenta e si crea quando è forte il senso di appartenenza a una civiltà e ancor più quando essa si sente minacciata. L'epica la fonda e la difende. In contrapposizione agli altri, ma non può essere che così.

Eppure c’è qualcosa che il giovane regista Zack Snyder, con questo suo film, aggiunge a secoli e secoli di racconto epico. Il rallenti. Chiaramente non lo inventa Snyder, né è la prima volta in cui compare tra le pieghe dell’epica cinematografica – per crederci, guardate i più recenti Alexander, Troy, Il gladiatore. Ma in 300 l’uso è sistematico. Non c’è scena di battaglia che non dia prova di un rallenti. E’ così chiara e lampante la scelta, che la struttura, l’estetica del film, potrebbe benissimo reggersi su questa piccola figura del linguaggio cinematografico.

Il risultato è che il film è punteggiato dal rallenti. Proprio come le virgole in un testo letterario, imprime un effetto ritmico, crea una micro-sospensione temporale, insinua la suspense non solo in mezzo alla narrazione, ma perfino tra i gesti ed i movimenti degli attori. Con il rallenti la battaglia diventa una danza macabra, un minuetto tra teste mozze e braccia recise. Ma in fondo, 300 azzarda che lo stesso racconto epico sia un grande esercizio di rallenti: perchè rallenta il corso degli eventi, e spinge il lettore/spettatore a sospendere la vita quotidiana, e farsi catturare dalla storia, ripercorrere la leggenda.

Resta da aggiungere che un film come questo, al di là dei meriti e delle accuse, è molto interessante, perché in sole due ore spinge, condensa, riformula il nostro immaginario, il nostro modo di pensare, vedere, la storia, le storie, il cinema: non è difficile scorgere gli stilemi del pulp (gli schizzi di sangue), l’iconografia greca ripresa dai vasi, il bestiario fantastico alla Tolkien, le coreografie sanguinarie stile Matrix, un certo modo di raffigurare la virilità – che tra l’altro, nonostante sia un racconto di eroi, dove si consacra la famiglia e l’amore coniugale, sconfina sorprendentemente nel camp, parte della cultura gay. E tutto questo senza soluzione di continuità, come se il film fosse una centrifuga che rimescola i nostri tempi, restituendogli nuove forme, nuove luci – ma soprattutto, un’arcaica ferocia.

  • Titolo originale: id.
  • Regia: Zack Snyder
  • Sceneggiatura: Frank Miller, Lynn Varley (dall’omonimo romanzo a fumetti)
  • Fotografia : Larry Fong
  • Montaggio : William Hoy
  • Musica : Tyler Bates
  • Cast : Gerard Butler, Lena Headey, David Wenham, Dominic West
  • Durata: 1h 57’
  • Nazionalità: Usa, 2007
  • Genere : drammatico, epico, guerra