
All’entrata in sala ti danno un sacchetto per il vomito. Sui manifesti c’è un disclaimer che avverte i più deboli e suggestionabili di stare alla lontana dal film. Persino Quentin Tarantino, che qui è produttore, pare sia rimasto turbato da una sequenza e che abbia imposto di toglierla. Dario Argento ha fatto i complimenti a Roth dopo aver visto il film. Takashi Miike vola apposta a Praga per fare una comparsata. Roth dice di essersi ispirato ad un sito thailandese che offriva omicidi e per le sequenze di tortura ad Abu Ghraib (!).
Con queste premesse, chiunque va al cinema credendo di stare per vedere un super horror, una mostra delle atrocità che finalmente si mostra senza tanti peli sulla lingua. Ebbene, niente di tutto questo, piuttosto un film pop corn, animato da un battage pubblicitario più rumoroso del solito.
Eli Roth è un ragazzone americano cresciuto a pane e horror. Aveva diretto con intelligenza Cabin Fever, dimostrando di essere portato per una via surrealista e post-moderna dell’horror, dove il citazionismo si trasformava in aderenza al contenuto e l’assurdo esplodeva quando meno te lo aspettavi. Hostel sembra azzerare queste premesse e propendere per una linea più ortodossa, seriosa, moralista e dove persino il manicheismo diventa presupposto razzista.
Già, perché il governo della Slovacchia ne ha ben donde di adirarsi per un simile ritratto del suo popolo, dove tutti sembrano automi privi di coscienza, mossi allo scopo – qualunque esso sia – solo per il caro, vecchio, vil denaro. Eppure Roth parte con intelligenza, seppure in un mare di banalità da americano-fast food che osserva l’Europa come se fosse l’ultimo villaggio vacanze Valtur. I tre ragazzetti vengono dritti dritti dal filone – storico e sempre pieno di nuovi entusiasmanti episodi – del cinema teenager-college. Tre residuati di American Pie e Maial College catapultati direttamente nel luna park dell’orrore. Un filino di satira certo si avverte, però poi cade nella stessa trappola e le splendide donne dell’est ne sono la migliore e più suggestiva rappresentanza.

Alla fine, l’horror vero e proprio è tutto nella seconda parte del film. Nell’ambientazione fetida e desolata del casermone post-industriale ad uso e consumo del capitalismo più sfrenato, che sembra aver definitivamente rovinato tutto l’est Europa dopo decenni di dittatura comunista. Le piccole casupole da villaggio transilvano di Praga, che pure aiutano a calare la storia in un contesto angoscioso e ansiogeno fanno da contrasto all’opprimente vuoto degli ambienti interni del casermone. Un mattatoio alquanto suggestivo.
Ma è tutto qui. Voglio tralasciare gli enormi difetti di sceneggiatura, che esplodono davanti ai nostri occhi in tutta la loro goffaggine nel ridicolo finale. Certo però che tutta l’effettistica gore lascia proprio a desiderare. Ovvio che qua e là, l’impacciato Roth qualcosa la deve pur mostrare, ma non è che ci si cali nell’inferno in terra come pure succede nelle pellicole asiatiche che il ragazzo cita esplicitamente.
Takashi Miike appare per un nanosecondo, nella parte di un avventore del casermone. Certo che una pellicola del genere, nelle sue mani, sarebbe diventata qualcosa di epocale. Un’occasione sprecatissima.