Toward The Low Sun, prodotto dalla band stessa assieme a Casey Rice e registrato a Melbourne presso gli Head Gap Studios, è l'inaspettato ritorno dei Dirty Three a sette anni di distanza dal precedente Cinder. Chiusa la parentesi nei Grinderman, è un rinnovato Warren Ellis a presentare il disco come un episodio che non sarà caratterizzato "né da atmosfere confortevoli né dal clima di rilassato rendez-vous tra amici".
L'album è di fatto una rinascita. Ed è sacrosanto ciò che afferma il violinista a proposito del nutrirsi a vicenda dei tre protagonisti che ora vivono ai quattro angoli della terra. Mick Turner, l'unico rimasto nella natia Australia, si è costruito uno studio di registrazione, guadagnandosi altresì il rispetto dei circuiti d'arte come artista visivo, e continuando a suonare con Jim White a nome Tren Brothers. Jim, che vive a New York, instancabile animale da palcoscenico, è stato a fianco di Cat Power, Bonnie Prince Billy, Nina Nastasia e non ultima PJ Harvey. Warren, naturalmente il più attivo, a parte la vita nei Bad Seeds di Nick Cave, ha curato con quest'ultimo una nutrita serie di soundtrack tra cui The Assassination of Jesse James, The Proposition e The Road e non ultimo collaborato ai dischi di Marianne Faithfull e, come attore, recitato in Médée Miracle accanto a Isabelle Huppert.
Ritrovarli assieme con rinnovata energia e ispirazione porta all'opener Furnace Skies, un sound istintivo e in presa diretta dalle parti di una Indian Love Song anthem di quell'album omonimo; poi abbiamo il trittico Rising Below, The Pier e You Greet Her Ghost, vicino per spirito e visione a ciò che abbiamo amato in Ocean Songs; infine una That Was Was che pensa a rivangare le prime veraci session dell'esordio Sad & Dangerous. E' un album che s'apprezza per l'avvicendamento tra i pieni e i vuoti, con un versante cinematico a unire artigianato e magia nella splendida Ashen Snow (con il piano protagonista assieme ad archi, spazzole e un Ellis misurato in contrappunto) e in una Moon On The Land dal gusto agreste d'Irlanda.
Pur nella consapevolezza di non poter chieder loro di suonare come se questa band fosse l'unica cosa per cui vivere, i Dirty Three dimostrano di possedere l'energia e l'interplay necessario. Un buon lavoro che consente al power trio più folk del pianeta di conservare intatto il fascino dei momenti migliori.
(6.7/10)
Scheda: Dirty Three
Pubblicazione: 21 Febbraio 2012
File under: jazz rock
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