La Sera Della Prima
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Genere

guerra

Durata

130’

Sceneggiatura

Kathryn Bigelow e Mark Boal

Cast

Jeremy Renner, Anthony Macie, Brian Geraghty, Guy Pearce, Ralph Fiennes

Musica

Beltrami & Sanders

Fotografia

AA.VV.

Montaggio

AA.VV.

Data

16 Novembre 2008

Uscita Film

Ottobre 2008

trailer

The Hurt Locker

Kathryn Bigelow (USA, 2008)

Potrebbe apparire paradossale questa situazione storica nella quale, nonostante il tripudio di tecnologie, si può capire qualcosa della guerra in corso solo attraverso le rielaborazioni di fiction che ne fanno i registi. Fa parte, forse, del sistema - i tg e i quotidiani devono rispettare le scalette e le direzioni dei poteri - e fa parte della storia – non c’è mai stata una guerra della quale si è potuto avere, in contemporanea, una reale percezione. E forse è anche parte delle modalità del lancio di questo genere di film: convincerti a vedere qualcosa che altrimenti continuerebbe a rimanere nascosto. È proprio questa la maggiore potenzialità del film di Kathryn Bigelow, una sorta di pedinamento, a piani molto ristretti, girato col super 16 e con stile documentaristico, camera a mano, dentro, letteralmente, i corpi e la sporca realtà della guerra: carne, pelle, sudore, terra, sangue, macchine, tecnologie. Tutto quanto, ambienti e persone, viene scandagliato con fredda e virile lucidità, come in un’operazione a cuore aperto (salta in mente la fiction contemporanea, da Nip/Tuckal Dr. House) ma anche con un senso della densità e del volume quasi sensuale, come succede nelle prime due scene in cui interviene il sergente maggiore William James; così a diretto contatto con l’ambiente, col respiro corto, il sudore che gli bagna la faccia, sembra immerso nel mondo come un subacqueo sotto la superficie del mare o come un amante nell’alcova.

Il film si svolge a Baghdad le cui strade e minareti, mercati e rovine diventano i palcoscenici perfetti - con tanto di cittadini che fanno da spettatori - dell’inequivocabile cinematograficità della guerra.  Il ritmo al fulmicotone serve a dimostrare che la guerra è una droga che inietta adrenalina nei corpi dei soldati. Quando, poi, il ritmo rallenta e si dilata - come nella sequenza, bellissima, del succo di frutta bevuto dopo lo scontro nel deserto – si può capire bene quel misto di freddezza tecnica e di  sensualità ormonale con cui questa tostissima regista 56enne ci vuol far entrare nel fascino della guerra.

In un certo senso la novità rispetto a film come Elaho Stop Loss è che, invece di puntare sulla psicologia del soldato, The Hurt Locker  può concentrarsi sull’emotività legata ad un’esperienza comprensibile solo da chi la vive. Cosa che è consentita dal fatto di poter contare sui reportage iracheni del giornalista di guerra Mark Boal (autore anche del soggetto di Elah), che è stato “embedded“ al seguito dell’unità dell’esercito americano adibita a disinnescare i led (Improvised Explosive Device) seminati lungo le strade della città. C’è quindi un importante fattore: il film racconta non di semplici soldati ma di volontari che decidono di operare in quel campo e che hanno la funzione di salvare la vita (James non spara mai a nessuno), il che ci riporta dritti dritti al cinema classico dell’eroe che spiega agli americani cosa è un americano, un misto di orgoglio, coraggio, cinismo che permette poi la celebrazione, il sacrificio. Ed è proprio questo che potrebbe risultare spiazzante per certi critici amanti delle prese di posizione politiche – le quali, a volte, nascondono una certa piattezza intellettuale, dal momento che non basta dire una cosa di sinistra per essere intelligenti – perché si trovano a dover fare i conti con quello che, secondo loro, risulta essere una specie di Rambo a Baghdad. Ma Kathryn Bigelow è la “regista dell’adrenalina, testosteronica“ e di certo qui non si smentisce perché il Sergente James disinnesca mine quasi con lo stesso spirito iconoclasta con cui  Swayze/Reeves (Point Break) si gettavano con i paracadute e surfavano su gigantesche onde. Questo equivale ad osannare la guerra? Come è stato detto questo film pare stare più dalle parti del cinema bellico della Hollywood classica che da quelle del revisionismo post Vietnam, “più vicino a Hawks o a Fuller che agli altri film visti ultimamente sulla guerra in Afghanistan e Iraq“ ma asserire una cosa del genere può essere fuorviante: il film sotto questa luce rischierebbe di sembrare un panegirico alla guerra, cosa che non è (come del resto non lo erano quei film). Quel che è certo è che sulla guerra è stato detto già tutto, nel bene e nel male con più o meno forza ideologica e siamo anche certi che, aldilà degli stili scelti, questo film, come Redactedo altri del passato, ci ricorda soprattutto che la guerra al cinema rimarrà sempre qualcosa di spettacolare o di ricostruito, un codice di rappresentazione quindi, comunque, qualcosa di falso.

copertina pdf #91