Potrebbe apparire paradossale questa situazione storica nella quale, nonostante il tripudio di tecnologie, si può capire qualcosa della guerra in corso solo attraverso le rielaborazioni di fiction che ne fanno i registi. Fa parte, forse, del sistema - i tg e i quotidiani devono rispettare le scalette e le direzioni dei poteri - e fa parte della storia – non c’è mai stata una guerra della quale si è potuto avere, in contemporanea, una reale percezione. E forse è anche parte delle modalità del lancio di questo genere di film: convincerti a vedere qualcosa che altrimenti continuerebbe a rimanere nascosto. È proprio questa la maggiore potenzialità del film di Kathryn Bigelow, una sorta di pedinamento, a piani molto ristretti, girato col super 16 e con stile documentaristico, camera a mano, dentro, letteralmente, i corpi e la sporca realtà della guerra: carne, pelle, sudore, terra, sangue, macchine, tecnologie. Tutto quanto, ambienti e persone, viene scandagliato con fredda e virile lucidità, come in un’operazione a cuore aperto (salta in mente la fiction contemporanea, da Nip/Tuckal Dr. House) ma anche con un senso della densità e del volume quasi sensuale, come succede nelle prime due scene in cui interviene il sergente maggiore William James; così a diretto contatto con l’ambiente, col respiro corto, il sudore che gli bagna la faccia, sembra immerso nel mondo come un subacqueo sotto la superficie del mare o come un amante nell’alcova.
Il film si svolge a Baghdad le cui strade e minareti, mercati e rovine diventano i palcoscenici perfetti - con tanto di cittadini che fanno da spettatori - dell’inequivocabile cinematograficità della guerra. Il ritmo al fulmicotone serve a dimostrare che la guerra è una droga che inietta adrenalina nei corpi dei soldati. Quando, poi, il ritmo rallenta e si dilata - come nella sequenza, bellissima, del succo di frutta bevuto dopo lo scontro nel deserto – si può capire bene quel misto di freddezza tecnica e di sensualità ormonale con cui questa tostissima regista 56enne ci vuol far entrare nel fascino della guerra.
In un certo senso la novità rispetto a film come Elaho Stop Loss è che, invece di puntare sulla psicologia del soldato, The Hurt Locker può concentrarsi sull’emotività legata ad un’esperienza comprensibile solo da chi la vive. Cosa che è consentita dal fatto di poter contare sui reportage iracheni del giornalista di guerra Mark Boal (autore anche del soggetto di Elah), che è stato “embedded“ al seguito dell’unità dell’esercito americano adibita a disinnescare i led (Improvised Explosive Device) seminati lungo le strade della città. C’è quindi un importante fattore: il film racconta non di semplici soldati ma di volontari che decidono di operare in quel campo e che hanno la funzione di salvare la vita (James non spara mai a nessuno), il che ci riporta dritti dritti al cinema classico dell’eroe che spiega agli americani cosa è un americano, un misto di orgoglio, coraggio, cinismo che permette poi la celebrazione, il sacrificio. Ed è proprio questo che potrebbe risultare spiazzante per certi critici amanti delle prese di posizione politiche – le quali, a volte, nascondono una certa piattezza intellettuale, dal momento che non basta dire una cosa di sinistra per essere intelligenti – perché si trovano a dover fare i conti con quello che, secondo loro, risulta essere una specie di Rambo a Baghdad. Ma Kathryn Bigelow è la “regista dell’adrenalina, testosteronica“ e di certo qui non si smentisce perché il Sergente James disinnesca mine quasi con lo stesso spirito iconoclasta con cui Swayze/Reeves (Point Break) si gettavano con i paracadute e surfavano su gigantesche onde. Questo equivale ad osannare la guerra? Come è stato detto questo film pare stare più dalle parti del cinema bellico della Hollywood classica che da quelle del revisionismo post Vietnam, “più vicino a Hawks o a Fuller che agli altri film visti ultimamente sulla guerra in Afghanistan e Iraq“ ma asserire una cosa del genere può essere fuorviante: il film sotto questa luce rischierebbe di sembrare un panegirico alla guerra, cosa che non è (come del resto non lo erano quei film). Quel che è certo è che sulla guerra è stato detto già tutto, nel bene e nel male con più o meno forza ideologica e siamo anche certi che, aldilà degli stili scelti, questo film, come Redactedo altri del passato, ci ricorda soprattutto che la guerra al cinema rimarrà sempre qualcosa di spettacolare o di ricostruito, un codice di rappresentazione quindi, comunque, qualcosa di falso.
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