Per entrare adeguatamente nel mondo pop-kitsch di questo film bisognerebbe aver vissuto il fenomeno degli Abba, doppia coppia di cantanti svedesi che hanno riempito di lustrini e melodie orecchiabili il pop degli anni 70. Infatti Mamma mia! - diretto dall’inglese Phyllida Lloyd, autrice di numerose opere e musical teatrali e personalità gay molto conosciuta in Inghilterra - potrebbe essere definito un vero e proprio viaggio attraverso Abbaland. Tant’è che, soprattutto per chi non apprezza, potrebbe diventare una vera tortura: uomo avvisato…
Il tutto inizia in un teatro di Londra, il Prince Edward, nel 1999, poi il musical passa oltreoceano, tocca alcune città e approda finalmente a Broadway, al Winter Garden, dove, nel giro di qualche anno, diventa una delle produzioni di maggiore successo. Siccome ultimamente il musical sembra aver trovato nuovo smalto, Hollywood interviene (come per Chicago) ed ecco arrivare il grande schermo come ultima tappa di una vera e propria operazione di “rilancio” degli Abba. Guarda caso a produrre, insieme a Tom Hanks e consorte, sono i due membri maschi del gruppo, Björn Ulvaeus e Benny Andersson, le due “b” degli Abba che - come si può notare dal logo ® aggiunto al nome della band - è un brand con cui si “vende“ il fenomeno estetico/musicale/modaiolo. È inoltre prevista l’inaugurazione, nel 2009 a Stoccolma, di un Abbamuseum che conterrà anche i pittoreschi tessuti multicolore che all’epoca facevano parlare di “incubo di sartoria“’.
A parte i molti detrattori, di genere maschile soprattutto (!) che proprio non hanno sensibilità verso il musical, penso che questo film possa essere più comprensibile e godibile da un pubblico avvezzo a certi meccanismi. Prima di tutto perché - sebbene il suo stile figurativo e di ripresa sia in pieno ricalcato sul linguaggio del videoclip – il film si allinea su una tradizione molto ben riconoscibile in patria, quella dei musical anni ‘50 della MGM. Lo si vede nel senso dell’esotismo che non potrebbe trovare migliore rappresentante dell’Europa (visto l’interesse verso questa parte del mondo), meglio ancora se rappresentato dalla Grecia che è sempre stata davvero un mito per gli americani. Quanta gente verrà, infatti, sedotta dalle onde azzurre di Skopelos e dalle battute sul coro della tragedia antica? Persino la falsità dello sfondo e la scenografia in cartone ci portano dritti dritti a quel genere e alle sue vorticose evasioni dalla realtà. Anche il parallelismo, nella struttura stessa del film, tra il gruppo dei forti e tenaci uomini e quello delle giovani donne fa parte di una tradizione ben radicata solo che in Mamma mia! viene modernizzato, portando il film in una direzione femminista oltre che anticonformista. Anticonformismo all’acqua di rose s’intende che, infatti, è, più che altro, nostalgia dell’anticonformismo (gli anni ‘70) che solamente l’età (l’esser stati giovani allora) potrebbe far provare. Ecco quindi entrare in scena Meryl Streep alla ricerca di nuovi ruoli per una “seconda“ età; qui di nuovo a sfoggiare le sue doti canterine (dopo Radio America) insieme a Julie Walters e a Christine Baranski (strepitosa davvero, una che, in un film di Altman, se si potesse ancora sperare, troverebbe pieno posto).
Due cose curiose: un critico di The Guardian rivela che l’impianto narrativo da operetta deriva da una commedia di Melvin Frank del 1968 con Gina Lollobrigida, Buonasera signora Campbell, in cui la Lollo inganna in modo analogo tre soldati americani. Un altro film che dovrebbe, invece, essere rispolverato è Le nozze di Muriel (al cui poster sembra essere ispirato quello del theatre musical di Mamma mia!) dell’australiano P. J. Hogan per vedere come i fan degli Abba si trasformino da sfigati sognatori (Toni Collette goffa e grassottella) in donne e gay sulla via del riscatto e dell’autocoscienza.
Uscirete dal film canticchiando un motivetto che vi rimarrà noiosamente in testa e, come annota il critico di The Guardian, Peter Bradshaw, vi chiederete “Mamma mia! Anche solo per cambiare, non è che potrei ascoltare qualcosa, che so, dei Carpenters? “
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