Recensione
Mr. M Lambchop
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folk soul Voti redazione e staff

Lambchop

Mr. M

City Slang

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Gli anni Zero dei Lambchop si sono esauriti sfruttando lo splendido abbrivio iniziale di Nixon e Is A Woman, sfronando cioè quattro album - i "gemelli" Aw Cmon e No You Cmon del 2004, Damaged del 2006 e Oh (Ohio) del 2008 - che ne hanno reiterato con alterna brillantezza e fortuna la calligrafia, attestatasi su un alt-country marezzato white soul sempre garbato e vagamente inquieto. Diciamolo: sebbene fossero passati quattro anni di silenzio discografico, non è che smaniassimo per un loro nuovo lavoro. E qualcosa mi dice che Wagner e soci lo avessero intuito. Non a caso infatti questo nuovo Mr. M, titolo numero undici in carriera, nasce con la voglia di voltare pagina. Almeno un po'.

Pare infatti che Mark Nevers, dall'alto delle sue ormai considerevoli esperienze quale producer e tecnico del suono (per Lou Barlow, Andrew Bird e Will Oldham tra gli altri), abbia proposto una precisa vision musicale riassumibile nella piuttosto intrigante ancorché balzana formula "psycho-Sinatra". Queste le premesse, a cui si aggiunge la malinconia per l'ancor recente morte dell'amico Vic Chesnutt. Ne è uscita quindi una raccolta di undici pezzi che se da un lato conta sul solito sostrato - quell'aria un po' così da chiacchericcio crepuscolare tra Randy Newman e Wilco, coi Tindersticks a versare l'ennesimo drink - dall'altro si fa forte dello straniante contrasto tra le partiture orchestrali, fatamorgane di tastiere e vaghi contagi sintetici.

L'effetto è onirico e rassicurante ad un tempo, come una vecchia fotografia photoshoppata di cui percepisci i ritocchi ma non riesci a distinguerli fino in fondo. Vedi quella 2B2 col passo blando e contrito ma pervaso d'abbandono Destroyer, oppure il Jim O'Rourke sotto sedativo di Mr. Met o ancora e soprattutto il folkettino incalzante di Gone Tomorrow che va a spegnersi in una coda immaginifica (che in qualche modo rammenta il Nick Drake di Bryter Layter con palpabili nuances beatlesiane). Per il resto, vale tanto il cuore quanto il mestiere: ci stuzzica il pop-soul jazzato della strumentale Gar, c'incanta carezzevole e teatrale Buttons, francamente ci tediano Nice Without Mercy e Kind Of con le loro ugge acidule e un po' troppo artefatte. Eccetera.

I diversivi alla fine sono poco più che una patina. Alla fine tocca chiosare: i soliti Lambchop, nel bene e nel male.

(6.4/10)

Scheda: Lambchop

Pubblicazione: 02 Febbraio 2012

File under: folk soul

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2012)

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