Ha dietro una storia abbastanza travagliata la genesi di questo film - che tratta della corruzione in seno alla polizia di New York – già rimandato dopo l’assalto al World Trade Center per motivi di convenienza politica e ripreso solo a partire dall’anno scorso. La storia scritta dai fratelli O’Connor (lo sceneggiatore e produttore, nonché suo gemello Greg lavora abitualmente con il regista) omaggia da un lato il di loro padre poliziotto alla NYPD, dall’altro i film di genere, da William Friedkin passando per John Frankenheimer e Sidney Lumet, laddove il coté psicologico avvicina Pride and Glory piuttosto agli introspettivi Michael Mann, Jonathan Demme, senza dimenticare il Martin Scorsese di The Departed.
Un caso di corruzione in seno a una famiglia di poliziotti (di origine irlandese) della Grande Mela (corruzione che passa però attraverso la figura del cognato) è l’avvio per un tormentato caso di coscienza da parte dei coprotagonisti, due notturni Colin Farrell (il cognato) e Edward Norton, qui al meglio delle loro possibilità espressive, affiancati dall’egualmente rappresentativo “padre” Jon Voight e dall’altro fratello, il caratterista Noah Emmerich. Un film di attori quindi, con un ritmo e vicende non sempre seguibilissime, con dietro costantemente il filo sottile del sospetto e in sottofinale del tormento interiore nel momento della scoperta del tradimento.
Fratelli, cognati, padri e figli in un rapporto stretto e conflittuale perciò, rapporto che vede messi sempre più in discussione i legami familiari ed amicali, insieme a concetti morali e professionali, in questo caso, quali “pride and glory” riferiti sia all’appartenenza alla polizia di NY, sia ai casi di coscienza che emergeranno via via nella pellicola. La famiglia in senso proprio e quella in senso lato della polizia quindi. La difficile scelta tra le due istituzioni L’orgoglio dell’appartenenza e l’onore e la gloria che ne conseguono e il disonore corrispettivo dall’altro lato.
Questo ha affermato il regista in merito: “Volevo raccontare una storia sul Dipartimento di Polizia di New York City e sull’universo parallelo in cui vivono i poliziotti e una storia sulla famiglia. Essendo figlio di un poliziotto, con un profondo senso della lealtà nei confronti dei suoi colleghi, riuscivo a capire i conflitti interiori con i quali mio padre si trovava a combattere. Era l’una o l’altra cosa, non esistevano compromessi”. E ancora: “Spesso le istituzioni definiscono le proprie regole; crescendo, sentivamo sempre parlare del muro blu del silenzio. Volevo quindi esplorare l’idea di quell’impenetrabile codice d’onore che c’è tra i poliziotti, ma anche il modo in cui parole come orgoglio e gloriapossano essere utilizzate per coinvolgere un buon poliziotto e spingerlo a prendere parte ad atti che sa non essere giusti. Si dice che i poliziotti abbiano il sangue blu per i loro legami di sangue. Ma al di fuori di quel muro blu e all’interno delle loro famiglie il loro sangue è rosso. Se queste due entità dovessero scontrarsi, cosa accadrebbe? Verso chi dimostrerebbero lealtà? E’ stata proprio questa la genesi della storia”.
Film onesto di genere questo Pride and Glory, a cui avrebbe giovato una durata minore e un plot più lineare forse, film che pur prendendo qua e là dal filone di riferimento e dai nomi citati in precedenza, non brilla particolarmente se non in alcuni momenti. Un buon prodotto quindi che ha il grande merito però di avere un cast di tutto rispetto e la fotografia livida ed energica di Declan Quinn.
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