Tim Burton mescola alla sua maniera gothic e musical creando un ibrido, un horror cantato nel quale parole e musica sono assolutamente inscindibili e quindi non doppiabili. Il film è stato infatti sottotitolato.
Ispirato a un fatto di cronaca romanzato da
un gruppo anonimo di scrittori (Salisbury Square School Of Fiction) e
poi tradotto in musical da Stephen Sondheim e Hugh Wheeler a Broadway
negli anni ’70, è a quest’ultimo che il regista americano si è ispirato
rielaborandolo. Un barbiere (chi se non il solito Johnny Depp?)
che per vendetta si trasforma in serial killer armato di rasoio nella
Londra di metà Ottocento, cercando l’uomo che l’ha allontanato dalla
sua famiglia. In questa caccia coinvolge l’innamorata Miss Lovett, una
singolare ostessa Helena Bonham Carter (e anche qui:
chi altri se non lei, musa burtoniana?). Il registro è farsesco,
iperrealistico, molto sopra le righe, e il tutto si svolge in uno
spazio tetro e spoglio i cui contorni sembrano però ingigantiti
impressionisticamente (con le consuete ombre) alla Burton. Come gli
ultimi suoi film visti, dalle tetre ambientazioni dickensiane de La fabbrica di cioccolato a quelle de La sposa cadavere.
Nel trasporre da musical teatrale a film musicato, è comunque rimasto l’impianto da palcoscenico, come la lunghezza delle scene, che mal adattano infatti ai ritmi cinematografici e il predominio delle parti cantate sulla recitazione (è lo stesso cast a cantare), rendendo il tutto non perfettamente fluido. Il film procede così per quasi tutta la sua durata, tra scene dilatate e grandguignolesche che più che inquietare sembrano da sogno (o meglio da incubo), in un ritmo sonnolento e torbido che solo nell’ultima parte si sovverte, verso un rapido e rocambolesco epilogo. Con tutta l’ironia nei confronti della società londinese dell’epoca, ignara consumatrice di pasti sanguinolenti durante un consolidato e vittoriano rito pomeridiano.
Tecnicamente ineccepibile, come al solito (gli italiani Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo sono stati meritatamente premiati agli ultimi Oscar per le scenografie), Sweeney Todd solo raramente esce dal prevedibile cliché di ghotic musical horror, riuscendo a tratti ad essere coinvolgente e credibile, come se fosse quasi sempre schiacciato da una messa in scena troppo pesante. Non traspare se non a tratti l’ironia e il sarcasmo nei confronti della società del tempo e dei suoi riti sacralizzati. Peccato, una maggiore leggerezza in sede di sceneggiatura e nella costruzione delle caratterizzazioni avrebbe parecchio giovato al progetto, che è stato fortemente voluto dal regista che ha tirato dentro il solito Depp in un gioco di seduzione. Non perfettamente riuscito a questo giro.
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